Il 16 aprile 2017 è una data che rimarrà impressa a lungo nella storia della Repubblica Turca e della sua democrazia. Il Presidente Recep Tayyip Erdogan, seppure con un margine risicatissimo, ha vinto, proprio in quel giorno, il referendum costituzionale che cambierà di fatto gli assetti democratici del Paese, mettendo definitivamente in archivio la gloriosa eredità di Mustafa Kemal (meglio noto come Ataturk, il cosiddetto “Padre della Patria”): con il 51.3% dei voti in favore del “Sì”, e a fronte di un’affluenza altissima pari all’85.3% (Figura 1), Erdogan ha infatti ottenuto campo libero per dare il via ad una riforma che renderà la Turchia una Repubblica Presidenziale in cui il Capo dello Stato acquisirà i poteri esecutivo, giudiziario e legislativo, senza più controlli da parte del Parlamento, e in cui non vi sarà più la figura del Primo Ministro.

L’equilibrio istituzionale ne esce profondamente stravolto: seppur la riforma non metta in discussione l’esistenza di un Parlamento e di un Presidente eletto democraticamente dal popolo, le nuove modifiche hanno l’obiettivo ben preciso di assegnare al Presidente un ruolo e un potere assolutamente non controbilanciato, portando di fatto il Paese verso un sistema politico sempre più autoritario. A partire dalla prossima legislatura, prevista per il 3 novembre 2019, il Presidente eletto amplierà in maniera considerevole i propri poteri, avendo la facoltà di:
- nominare i giudici senza consultare il Parlamento. Il potere giudiziario rimarrà in linea teorica indipendente ma alla prova dei fatti risponderà direttamente al Capo dello Stato;
- emanare decreti legge;
- sciogliere le camere;
- decidere le nomine dei dirigenti più importanti nel settore pubblico;
- esercitare un controllo esclusivo sulle forze armate.
Erdogan, che già ha occupato il ruolo di Primo Ministro dal 2003 al 2014 ed è Presidente dal 2014, potrà anche, grazie alla nuova Costituzione, estendere il proprio potere per i altri due mandati consecutivi e, grazie a ulteriori norme introdotte, arrivare a ricoprire il proprio incarico fino al 2034.


La sua vittoria, tuttavia, non può assolutamente definirsi trionfale: si è trattato di un successo dal margine davvero minimo se si considera la martellante propaganda condotta dall’AKP (Il partito di Giustizia e Sviluppo fondato dallo stesso Erdogan e attualmente al Governo) e dagli apparati di regime nei mesi che hanno preceduto il referendum, la sproporzione tra le due forze in campo da un punto di vista mediatico, e il silenzio, le intimidazioni e gli arresti a cui sono stati soggetti giornalisti, oppositori del regime ed avversari politici (il caso di Selahattin Demirtas e di Figen Yuksekdag, co-leader dell’ Hdp, partito di sinistra filo-curdo, messi in carcere per presunti legami con il PKK, risulta emblematico). La forte pressione di Erdogan ha condizionato pesantemente l’esito del voto, ma non gli ha permesso di sfondare, soprattutto se si considera che in tutte le più grandi città (Istanbul, Ankara, Smirne, Adana e Antalya, l’unica eccezione è stata Bursa) ha prevalso il fronte del “No” (Figura 2).
Sul voto, inoltre, pesano le accuse di brogli lanciate dagli oppositori, che hanno chiesto l’annullamento dello stesso in quanto un numero enorme di schede - si parla di almeno un milione e mezzo - non presentava il timbro ufficiale; anche Osce ed osservatori internazionali hanno criticato le procedure elettorali, ma la Commissione elettorale turca si è affrettata prontamente a ribadire la validità del Referendum, sgombrando il terreno da qualunque equivoco.

La visione di Erdogan ed il suo lungo percorso
Contrapponendosi fortemente e radicalmente alla visione e all’eredità di Ataturk, Erdogan fà della nostalgia e della potenza il Ottomana proprio cavallo di battaglia, ne rimpiange i fasti e, in virtù di questo, immagina una Turchia non più semplice ponte tra Oriente e Occidente ma un vero e proprio centro del mondo, dal peso internazionale sempre più rilevante, di cui la forte impronta islamica ne rappresenta il motore propulsore: proprio dal rifiuto del laicismo e dalla visione filo-occidentale di Ataturk nasce l’idea di smantellamento della Repubblica e dei suoi ideali, missione ormai giunta quasi a compimento nel corso del paziente ma feroce lavoro condotto in questi 14 anni in cui ha governato. Non a caso, il Paese in questi anni, e in particolar modo nel periodo in cui Ahmet Davutoglu è stato Ministro degli Esteri (dal 2009 al 2014), ha implementato una chiara strategia diplomatica, muovendosi con decisione verso il Caucaso, i Balcani e i Paesi Arabi con l’obiettivo di creare una importante zona d’influenza (parte di questo territorio corrispondeva infatti al vecchio Impero Ottomano -  Figura 3), cosa che ha creato frizioni con l’antico rivale Iraniano e con la Russia.
Risulta molto interessante notare la parabola di Erdogan nel corso di questi anni. L’attuale Presidente all’inizio del suo mandato da Primo Ministro, che ha avuto luogo nel 2003, si era impegnato a promuovere un processo di adesione all’Unione Europea, proponendo un’immagine del suo partito, l’AKP, come forza politica musulmana moderata e aperta al dialogo con i Paesi europei: non a caso, nel corso di quegli anni, la Turchia ha sperimentato una spettacolare crescita economica (Figura 4 e Figura 5) grazie ad un importante processo di riforme ed Erdogan godeva dell’appoggio di diversi leader europei. Tuttavia, nel corso del tempo e in particolar modo negli ultimi anni, Erdogan ha cambiato decisamente traiettoria, radicalizzando la propria posizione: lo ha potuto fare, forte del successo della politica economica del suo Governo soprattutto negli anni 2000 (la svolta politica turca verso l'Est e il Sud islamico ha coinciso oltre che con le conseguenze derivanti dal crollo dell'Urss, con l'apertura dei mercati arabo-islamici e la forte influenza commerciale nelle aree limitrofe in cui sono presenti un enorme numero di PMI turche) e grazie all’appoggio incondizionato da parte del suo elettorato (in particolare cittadini religiosi della classe media), di cui ne condivide logicamente le stesse idee anti-kemaliste. Proprio questo elettorato, che è pronto a votarlo ad occhi chiusi in occasione di ogni tornata elettorale, da quando Erdogan è al potere ha sperimentato un’ascesa sociale ed economica mai avuta fino a quel momento (Figura 6).

La prima avvisaglia del cambiamento nella sua traiettoria politica ha avuto luogo nel 2013, con le manifestazioni di dissenso verso il Governo per la questione di Gezi Park, mentre il suo culmine è stato rappresentato dal golpe fallito del 16 luglio 2016, architettato secondo Erdogan da Fethullah Gulen (prima amico e poi acerrimo rivale del Presidente) e messo in atto da parte delle forze armate del Paese con l’obiettivo di destituirlo: proprio in quest’ultima occasione, Erdogan ha avuto buon gioco nell’orchestrare una escalation repressiva che ha portato ad arresti, licenziamenti ed importanti restrizioni alle libertà di parola, di stampa e all'uso di internet.
Proprio a seguito del golpe, e al netto delle discussioni sulla veridicità o meno dello stesso, su cui persistono tuttora molte ombre, Erdogan ha potuto attuare una vera e propria epurazione nei confronti di magistrati, militari, giornalisti, insegnanti e rettori universitari, tutti accusati di essere nemici del Paese e filo-gulenisti. I numeri sono impressionanti: il 15 luglio 2016 sono state arrestate, interdette o sollevate dai pubblici uffici oltre 60.000 persone (tra cui: 29.464 dipendenti pubblici, compresi poliziotti e uomini delle forze di sicurezza; 21.000 docenti di scuole private; 7.899 soldati; 103 generali ed ammiragli; 1.577 rettori di università pubbliche e private; 2.754 giudici; 30 prefetti e 47 governatori di distretti provinciali).
La Turchia non è mai stato un Paese completamente democratico e nella sua storia è stata oggetto di diversi colpi di stato, ma una campagna così fortemente repressiva in cui sono minacciate ogni giorno libertà democratiche fondamentali come il diritto d’espressione, di libertà di stampa e di manifestazione del dissenso e in cui si rischia il carcere se non si seguono le linee-guida del Governo, rischia seriamente di far cadere il Paese, soprattutto alla luce dell’approvazione del referendum costituzionale, nel baratro della dittatura, avvicinando sempre di più Ankara ad una qualunque capitale centro-asiatica.

Una politica estera ambigua, una società polarizzata ed un futuro da decifrare
La Turchia odierna è dunque un Paese che attraversa un momento delicatissimo. Oltre alle questioni politiche interne, il Paese è scosso al suo interno dai gravissimi e numerosi attacchi subiti per mano dell’ISIS (non ultimo, quella nella notte di Capodanno a Istanbul presso la discoteca Reina), dal conflitto con gli indipendentisti curdi (questione annosa a cui non si è mai stato in grado di rispondere attraverso soluzioni diplomatiche - Figura 7) e dal forte coinvolgimento nella guerra in Siria; a questi fattori si aggiunge una decrescita economica (Figura 8) che preoccupa, anche a causa di tutti gli elementi citati fino ad ora.
Non si può non evidenziare come, anche in questo caso, Erdogan abbia avuto e abbia tuttora pesanti responsabilità sulla situazione attuale del suo Paese. Innanzitutto le sue discutibili scelte in politica estera. Erdogan ha sempre avuto un atteggiamento decisamente ambiguo nei confronti dell’ISIS: inizialmente, in funzione anti-curda, non ha preso una linea chiara, mostrando invece una sorta di compiacenza nei confronti dello Stato Islamico; successivamente si è schierato apertamente con Russia e Iran nella guerra in Siria allineandosi di fatto alla loro posizione in difesa di Assad, che si configura come uno dei più acerrimi nemici di Erdogan. Questo ha portato dunque ad inimicarsi l’ISIS, che si è vendicato compiendo una serie di attentati ad Istanbul ed Ankara.
La giravolta di Erdogan è stata sì dettata da ragioni di realpolitik, ma, così facendo, ha anche contraddetto il proprio orientamento Ottomano ed islamista: gli Ottomani hanno sempre avuto rapporti difficili con Russi e Iraniani, in nome di una solida adesione ai principi sunniti, volti alla difesa dell’Impero. L’abbandono degli stessi ribelli sunniti in Siria e la distruzione di Aleppo (città ottomana per antonomasia) non rappresentano certo un successo da un punto di vista ideologico.
L’emblema di questa ambiguità è stato rappresentato dall’omicidio dell’ambasciatore russo ad Ankara, Andrej Karlov, ucciso in un attentato per mano di un agente di polizia, Mevlut Mert Altintas: l’omicida, poi freddato dalla polizia, molto probabilmente aveva legami con al Nusra, costola siriana di al Qaeda a lungo sospettata di rapporti con la Turchia, mentre secondo varie fonti del governo turco Altintas aveva contatti con la rete gulenista. Si tratta però di una tattica già utilizzata in occasione dell’abbattimento del bombardiere russo Sukhoi Su-24, avvenuto il 24 novembre 2015 lungo il confine turco-siriano: anche lì, Ankara, dopo un iniziale crisi diplomatica e un braccio di ferro con Mosca, affermò che si trattava di piloti gulenisti nonostante Putin avesse apertamente accusato la Turchia di complicità con l’Isis.
Per quanto riguarda la situazione interna, il referendum lascia un Paese completamente polarizzato e spaccato a metà, in cui di fatto il 50% è dalla parte di Erdogan e il 50% gli è contro. Lo stesso Presidente sostiene che la metà del popolo turco è con lui ma non potrà continuare ad imbavagliare o arrestare l’altra metà di un Paese in cui l’ideologia di Ataturk è ancora viva nonostante i tentativi di delegittimazione: Erdogan dovrà necessariamente sforzarsi di cercare una minima coesione sociale nel Paese, per evitare situazioni che a lungo andare potrebbero diventare incandescenti.

In una società cosi polarizzata e che scivola sempre di più da un punto di vista politico verso il Medio Oriente ed è sempre meno vicino all’Europa (l’adesione all’UE pare oggi una vera e propria chimera sorretta da una vuota retorica di facciata), probabilmente la grande sfida di Erdogan si giocherà sull’economia: se riuscirà a riportare la Turchia sugli stessi livelli di alcuni anni fa potrà probabilmente compensare la mancanza di libertà civili ed istituzionali. Ma in un quadro che si prefigura decisamente preoccupante e complesso, in cui vi sono diversi conflitti in atto sia da un punto di vista interno che esterno e in cui sono in gioco la ridefinizione geopolitica del Paese nell’area e i suoi intrinseci valori democratici, fare previsioni risulta davvero azzardato.

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