Isolato, sperduto tra i ghiacci, un clima difficile. Con abitanti di lingue e religioni diverse, con ciascuna valle gelosissima delle proprie autonomie, qualcuna perfino restia a riconoscere alle donne il diritto di voto. Poteva essere il paese più povero d’Europa. E invece è diventato uno dei più ricchi e dei più solidi.  Il miracolo svizzero è stato costruito attraverso secoli e i suoi ingredienti sono durissimo lavoro, parsimonia, determinazione di andare d’accordo e anche un briciolo di fortuna.

La fama dei banchieri svizzeri comincia con Necker, ministro delle finanze di Luigi XVI, nato nella Ginevra del calvinismo e continua fino ai nostri giorni con gli “gnomi di Zurigo”, i piccoli uomini di banca che non fanno mai dichiarazioni ma, nell’immaginario dell’economia internazionale – e qualche volta anche nella realtà - tessono i destini delle monete. Per tutti i capitali, puliti e sporchi, la Svizzera è stata, in ogni modo, un rifugio accogliente nel quale non si facevano troppe domande su provenienza e destinazione dei denari che vi transitavano; oggi forse il rifugio è meno di moda, anche perché le domande si sono cominciate a fare, se paragonato alle scintillanti capitali finanziarie della globalizzazione, ma è pur sempre molto frequentato.

 La Svizzera, però, non è solo finanza. E’ anche simbolo di pace e cooperazione internazionale, con la Croce Rossa, la sede delle Nazioni Unite a Ginevra e gli innumerevoli convegni su territorio elvetico. Prima o poi, quasi tutti i negoziatori del mondo che cercano di metter fine a conflitti lontanissimi da questi prati erbosi e da questi laghi azzurri, ma talvolta un po’ tristi, si trovano qui, protetti dalla discrezione dei confortevoli alberghi di cui è costellata la Confederazione.

E’ un luogo di passaggio in cui si incontra tutta l’Europa, con la sua “porta Nord”  (Basilea) e la sua “porta Sud” (Lugano) (carta tematica).
E’ anche grandissima industria con multinazionali dall’alimentare al farmaceutico e grandissime banche; è un modo di essere globali senza rinunciare alla propria piccola patria.

 Come quasi tutta l’economia globale, anche l’economia svizzera ha subito un forte rallentamento tra il 2000 e il 2003;  anzi, in alcuni trimestri ha subito una vera e propria, anche se leggerissima, recessione, a differenza dei suoi vicini della zona euro (Figura 1) alla quale rifiuta di aderire, così come, attentissima alla propria autonomia, non aderisce all’Unione Europea, che la circonda da tutte le parti e alla quale la legano fittissimi scambi e innumerevoli trattati.  Ma questo è un paese che se lo può permettere, con la sua disoccupazione al 3-4 per cento; e con la sua inflazione incredibilmente bassa, attorno all’1 per cento (Figura 2). Proprio sulla stabilità dei prezzi è basata la stabilità del franco, simbolo di solidità in un mondo altalenante.

Si tratta, ed è forse questo il suo limite principale, di un paese vecchio (Figura 3) che ha dovuto accettare una fortissima immigrazione. La difficoltà di integrare i nuovi arrivati (un abitante della Svizzera su cinque è uno straniero) concentrati in una fascia d’età estremamente produttiva senza perdere la propria identità è la sfida più difficile di questo “Paradiso tra i ghiacci”. L’ennesima conferma viene dai risultati delle elezioni federali di fine ottobre, che hanno sancito la vittoria, inattesa nelle proporzioni, dell’UDC, il partito della destra populista e xenofoba. Il contemporaneo calo dei socialisti, uno dei quattro partiti che da quarant’anni governano il paese garantendone la stabilità, apre le porte a una nuova coalizione orientata a destra e fermamente contraria all’Europa.

                                                  Mario Deaglio

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