Nelson Mandela e Desmond Tutu, i fondatori del Sudafrica post-apartheid, hanno definito la loro patria il "paese dell'arcobaleno". Perché l'arcobaleno porta la pace, secondo il noto riferimento biblico; perché l'arcobaleno è simbolo di molteplicità e di varietà; e perché i colori dell'arcobaleno mantengono la propria individualità ma scivolano l'uno dentro l'altro senza scosse e quasi senza accorgersene, che è proprio quello che il paese vuol fare dopo l' apartheid.

La cosa più stupefacente di questo nuovo Sudafrica è che continui a esistere e abbia imboccato la strada della crescita. Nel 1994, quando si svolsero le prime elezioni libere e universali che posero fine all'apartheid, molti si aspettavano la guerra civile e l'esodo in massa dei bianchi. La prima non c'è stata e il secondo è risultato assai inferiore al previsto. A questo miracolo se ne è aggiunto un altro: la struttura dello stato ha tenuto, per cui il Sudafrica è l'unico paese del continente nero che può vantare una rete stradale efficiente, telecomunicazioni impeccabili, un'amministrazione funzionante, una giustizia rapida.

Riuscirà il paese a fare il terzo miracolo, ossia quello di una crescita che attenui le fortissime differenze di reddito, soprattutto tra bianchi e neri ma anche tra le diverse etnie non bianche e tra le diverse professioni, in una stratificazione poco conosciuta e pochissimo compresa ( Figura 1). Sulla sua strada si profilano tre difficoltà.

La prima è la straripante immigrazione illegale che si sovrappone alla disordinata ma legale immigrazione interna. Dopo decenni di immobilità forzata, i sudafricani si muovono e a loro si uniscono milioni di persone (da 6 a 8 secondo stime attendibili) dai paesi vicini in cui i redditi sono più bassi e le prospettive nettamente peggiori. Vanno a formare baraccopoli che assorbono gran parte degli investimenti sociali, costituendo un freno alla crescita immediata anche se potrebbero rappresentare una speranza per il futuro (dopotutto l'Italia ebbe le sue baraccopoli nel dopoguerra, quando vennero tolti i divieti fascisti ai mutamenti di residenza e proprio lì attinse con successo il miracolo economico).

 

seconda difficoltà è il fortissimo desiderio di integrazione economica dei non bianchi, i quali non hanno fatto la rivoluzione ma si aspettano una devoluzione del potere economico e di una parte della ricchezza. Va detto che il big business sudafricano appoggia nettamente questo governo nella sua politica di integrazione, graduale ma piuttosto rapida, che sta cambiando la faccia di banche e società di assicurazione, dai consigli di amministrazioni fino al personale dell'ultima filiale. L'esperimento, quindi, continua ma è sempre sul filo del rasoio. La terza è l'imprevedibilità del prezzo dell'oro e delle altre materie prime sulle quali il paese fonda la sua ragguardevole forza economica.

Ne deriva un profilo di crescita ancora troppo bassa ma in graduale, anche se contrastata, accelerazione (Figura 2), con un'industria che stenta a trovare una sua vera vocazione fuori dal settore minerario ma che presenta punte di modernità e spera nell'impulso dei prossimi campionati mondiali di calcio (Figura 3), un'inflazione tutto sommato sotto controllo nonostante una recente fiammata da considerare con attenzione (Figura 4) e una bilancia commerciale lievemente in rosso compensata da un aumento dell'afflusso dei capitali esteri nel paese (Figura 5).

La Figura 6 mostra un'agricoltura che (a parte le punte di eccellenza del vino sudafricano e delle primizie ortofrutticole) produce assai poco ed è un'autentica riserva di manodopera, la quale però andrebbe impiegata in loco e non sospinta nelle grandi città che già scoppiano. I servizi sono - pur con le dovute eccezioni - sorprendentemente efficienti (anche l'istruzione appare a buon livello) e le società di telecomunicazioni, di servizi elettronici e di aerotrasporto si propongono di agire in tutta l'Africa Meridionale. Bisogna "fare il tifo" per questo Sudafrica e per queste sue imprese.

                                                  Mario Deaglio

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