Nel bailamme finanziario dell’estate-autunno ’08, sono passati un po’ inosservati i casi specifici di alcuni Stati che, per difficoltà proprie in aggiunta a quelle generali, sono letteralmente falliti, o scivolati sull’orlo del fallimento.

Fra questi si inserisce il caso della Sud Corea, la cui crisi specifica è segnalata dal barometro del rapporto di cambio contro Yen giapponese (JPY).
Il cambio JPY-Won è infatti rilevante per due motivi ben precisi: primo perchè il JPY è il vero “faro” valutario, nel bene e nel male, per tutti i Paesi dell’Estremo Oriente. Secondariamente il JPY è movimentato per il meccanismo del carry trade , per cui nelle fasi positive gli investitori internazionali si finanziano in Yen (causa tassi bassi: 1%) e investono in Paesi a maggior prospettiva di  crescita (nel caso specifico: Sud Corea); nelle fasi negative, si smontano queste posizioni in senso inverso.

Il barometro del cambio vs JPY ha segnato tempesta dall’estate 2008 in poi, passando da quotazioni a cavallo di 9 fino a punte di 16. In pratica (Figura 1) il Won coreano ha perso in pochi mesi il 35%, scendendo fino a lambire il livello di –50% da inizio anno.

La crisi coreana si evidenzia in tutto il suo spessore anche contro Euro e Dollaro: nei confronti della divisa europea, il Won ha ceduto il 30% (Figura 2), mentre l’indebolimento contro un Dollaro in recupero dall’estate in poi sfiora il 40%.
Il calo della Borsa di Seul (Figura 3) si accomuna al generale trend mondiale, visto che ha stornato il 50% dai massimi di metà 2007. Tuttavia il crollo dell’indice azionario nell’autunno scorso ha generato un vero e proprio panico fra i cittadini coreani, a tal punto che è stato lanciato un vero e proprio “appello” patriottico ai connazionali emigrati all’estero: il messaggio era: “aprite conti in valuta forte presso Banche coreane e re-investite nella Borsa di Seul”.

La notizia di tale “appello” ha disorientato gli osservatori occidentali (anche per la concomitanza con lo tsunami mondiale), perché era luogo comune che la Sud Corea, cioè la parte “occidentale” (filoamericana e con un sistema economico e finanziario di stampo capitalistico) non avesse al suo interno elementi autonomi di crisi.  Inoltre l‘idea, magari un po’ superficiale, era che in Corea, tra le tante “tigri asiatiche”, ci fossero grandi industrie, leader mondiali nei rispettivi settori, quali quello dell’acciaio o della costruzione di navi. Inoltre la Corea è un considerevole detentore di titoli di Stato USA, seppur a distanza rispetto a Cina e Giappone, il che avvalorava l’opinione di uno Stato con discrete riserve finanziarie. Strideva quindi l’improvvisa presa di coscienza di una nazione sull’orlo del fallimento.

In realtà, il sistema coreano è stato messo in crisi dalla combinazione fra le criticità interne e la bufera mondiale del credito nell’autunno scorso.
Infatti, fra tutti i Paesi asiatici, la Corea ha il debito pubblico più elevato. Inoltre i suddetti settori (acciaio, cantieristica marina) in cui i nomi coreani sono leader mondiali, stanno vivendo una fase di forte contrazione a causa della recessione internazionale.

Insomma nell’autunno scorso si è nuovamente profilato il rischio di una crisi coreana come quella che, nel 1998, costrinse l‘FMI ad un finanziamento straordinario di 57 miliardi di Dollari USA. La differenza, rispetto a 10 anni fa, era che nei mesi scorsi, la congiuntura mondiale avrebbe reso immensamente più difficoltoso arrivare all’erogazione di un finanziamento internazionale per uno specifico stato.

 

Il Governo è intervenuto con un piano volto a garantire le banche commerciali coreane (fino a 100 miliardi di USD), e la Banca centrale coreana (come peraltro compiuto negli stessi giorni da altre Banche centrali di economie emergenti, come Brasile, Messico e Singapore) ha stipulato un accordo di currency swap con la FED americana per altri 30 miliardi di USD.

La Banca centrale ha infine operato una riduzione dei tassi ufficiali, scesi al 4,25%, ma il calo dei tassi del mercato monetario è stato ancora più intenso, visto che il saggio a 3 mesi è crollato dal 6% al 3% (Figura 4).

Il Governo ha poi annunciato un pacchetto di sostegno all’economia, per un controvalore di 14.000 miliardi di Won (pari a circa 10,5 miliardi di Dollari USA), imperniato, per 10.000 mld di Won (circa l’1% del PIL), sull’aumento della spesa pubblica. Tali interventi sono concentrati in particolare sulle infrastrutture pubbliche (4.500 mld di Won) e per 3.500 a supporto diretto delle imprese coreane, specie se PMI. Inoltre il piano contiene l’obiettivo di abbassamento del prelievo fiscale per 3.000 mld Won (con chiara intenzione di rilanciare i consumi). Il tutto è completato con l’idea di deregolamentizzare il sistema immobiliare, per attirare nuovamente i capitali internazionali attraverso la riduzione dei precedenti distretti considerati “speculativi” (a Seul ne resterebbero solo tre) e l’alleggerimento delle tasse sui capital gain immobiliari delle unità non ancora vendute.

Questo piano, utile per sostenere l’economia, è molto ambizioso sul piano politico, considerato che l’attuale maggioranza di Governo, imperniata sul GNP (Grand National Party), ha conquistato nelle elezioni dell’aprile 2008 “solo 153 parlamentari su 299 (51,2%). Visto che le prossime elezioni si terranno del giugno 2012, il periodo di difficile governabilità del Paese è piuttosto lungo e costituisce una criticità aggiuntiva.

In effetti la situazione economica richiede interventi a sostegno. Il ritmo annuo di  crescita del PIL (Figura 5) si è praticamente dimezzato (dal 5% al 2,5%) dai picchi di inizio 2006. La recente crisi ha tuttavia collaborato a raffreddare sensibilmente l’inflazione (Figura 6) che invece negli ultimi tre anni aveva registrato una sensibile accelerazione (dal 2% ad oltre il 5%).

Il quadro previsionale coreano (Figura 7) converge verso un biennio decisamente “recessivo”, con una contrazione del PIL attesa nel ’09, e successivo ritorno nel 2011 a ritmi annui del 4,5% circa.
La frenata congiunturale dovrebbe però contribuire a calmierare l’inflazione in area 2,5%-3%: di conseguenza i tassi di interesse dovrebbero stabilizzarsi attorno al 6%. Infine il 2009 dovrebbe risultare ancora un anno difficile per il Won, sui cui pesa il rischio di cedere un altro 10% prima di recepire gli effetti della possibile ripresa economica dal 2010/11 in poi.

                                                 Carlo Crovella

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