L'emergere del problema dei conti pubblici della Grecia, con annessa esplosione del rapporto deficit - PIL, ha inevitabilmente messo sotto pressione altri Paesi europei piuttosto ballerini sotto questo punto di vista.

Nella schiera dei cosiddetti PIGS (Portogallo - Irlanda - Grecia - Spagna) sorprende proprio l'aria di crisi che è arrivata a minacciare anche la Spagna, ponendo fine a quasi un decennio in cui il Paese iberico è stato considerato da molti economisti come uno dei principali modelli di crescita a cui ispirarsi.

In effetti, dal 1999 al 2008 l'economia spagnola è cresciuta (Figura 1) a ritmi invidiabili, con punte del 4% annuo, ed una crescita cumulata finale pari a circa il 30%. Tuttavia nel 2009 anche l'economia spagnola è incappata in una brusca frenata (-3,6% secondo i dati del Governo)) e non sembra aver dato i segnali di ripresa che invece si sono registrati altrove.

L'unico risvolto positivo della frenata congiunturale è stato il forte calo dell'inflazione (Figura 2), tornata nel 2009 ad una variazione finale negativa, contro tassi annui del 3% - 4%, decisamente superiori alla media europea e, soprattutto, agli obiettivi inflattivi graditi alla BCE (2%). Occorrerà tuttavia evitare che questa discesa in campo negativo porti ad una malattia seria quanto l'inflazione, la deflazione.

Ma, dicevamo, non ci sono stati segnali di risveglio e ciò pesa non poco sul tasso di disoccupazione (Figura 3), inesorabilmente balzato a ridosso del 20%, praticamente il doppio del già elevato tasso continentale, attestato a cavallo del 10%.

L'economia spagnola, pimpante fino all'altro ieri, oggi si sta rivelando decisamente fragile e ha appannato il mito iberico dell'ultimo decennio: il leader socialista Zapatero, dopo anni in cui ha cavalcato l'onda di una rigogliosa crescita, ha dovuto interrogarsi  sui motivi di una crisi così profonda.
L'onda lunga della crescita del paese poggiava sulla priorità riconosciuta ad alcuni settori chiave, che però hanno segnato il passo negli ultimi anni di recessione mondiale: turismo ed edilizia. Il primo ha immediatamente risentito della contrazione mondiale dei consumi, il secondo è incappato, anche in Spagna, nell'inevitabile "bolla", connessa agli eccessivi livelli toccati in precedenza dai prezzi degli immobili.

Inoltre, il sistema bancario, che annovera grandi Istituti, ha una visione più sovrannazionale che campanilistica, nel senso che le istituzioni bancarie iberiche tendono a spostarsi (come fossero delle "multinazionali") là dove si fanno affari migliori, condizioni che negli ultimi anni non si sono trovate nei Paesi della vecchia Europa.

 

Infine nel sistema industriale spagnolo, dove la presenza delle aziende manifatturiere è oggettivamente scarsa, davvero esiguo è il settore delle cosiddette PMI, che normalmente (il caso italiano insegna) assicurano all'economia una maggior flessibilità operativa.

Per fronteggiare una frenata congiunturale molto intensa, il Governo spagnolo ha utilizzato la classicissima misura della spesa pubblica (infrastrutture, etc), pagando il prezzo di un incontenibile aumento del deficit pubblico. Il rapporto deficit - PIL (Figura 4, indicatore giallo), è praticamente raddoppiato rispetto a metà decennio, chiudendo il 2009 all'11,4%.

Il maggior disavanzo ha spinto il debito pubblico spagnolo a livelli senza precedenti (Figura 5, indicatore giallo), pari al 55% del PIL a fine 2009.
Viene spontanea una domanda: perché i mercati finanziari si accaniscono contro il debito spagnolo (che, seppur aumentato, è "solo" al 55% del PIL), quando quello italiano è strutturalmente superiore al 100% del PIL?

Il problema trova origine nel complesso rapporto a spirale fra deficit primario, spesa per interessi e aumento dello stock di debito. A differenza degli altri Paesi, tra cui, seppur minimamente anche l'Italia, la Spagna non ha ancora dato segni di ripresa economica. Per cui ci si attende che la politica di bilancio sarà ancora un po' espansiva (considerata anche l'elevatissima disoccupazione), con ulteriore aumento del deficit primario.
Ciò impone nuove emissioni aggiuntive di obbligazioni pubbliche, con ulteriore spesa per interessi, che a loro volta vanno finanziati. Ecco, in generale, perché i mercati finanziari sono così attenti alla dinamica del debito di un Paese.

Nel caso spagnolo, il Governo intende correre ai ripari varando un piano che agisca sulle voci strutturali (es: aumento dell'IVA e aumento dell'età pensionabile da 65 a 67 anni). Con tale piano, giudicato "credibile" dagli analisti di alcune istituzioni sovranazionali (FMI, etc), il Governo Zapatero punta a riportare il deficit al 3% del PIL nel 2013 (Figura 4, indicatore azzurro).

Nonostante tale rientro "virtuoso" del deficit le proiezioni governative sul debito incamerano un'ulteriore crescita fino al 74% del PIL (Figura 5, indicatore azzurro).

In attesa che l'eventuale ripresa economica faciliti le azioni del Governo, è su questa contraddizione (rientro del deficit, ma ciò nonostante ulteriore aumento del debito) che poggiano le perplessità dei mercati finanziari sulle obbligazioni spagnole: basta che non venga perfettamente rispettato il sentiero virtuoso del deficit e il debito salirà ulteriormente a livelli incontrollabili.

                                                 Carlo Crovella

Commenti

Comments are now closed for this entry