Nei recenti vertici europei il problema della disoccupazione viene esplicitamente posto al centro delle analisi al fine di identificare le politiche economiche da seguire. In effetti la disoccupazione, se elevata (o, comunque, in aumento) è un indiscutibile segnale di crisi economica.

Proprio esaminando tale indicatore, emerge netta la gravità della situazione spagnola (Figura 1): dai minimi del 2007 (inferiori al 10%), il tasso di disoccupazione iberico è salito  inarrestabilmente fino al 25%. In pratica uno spagnolo su quattro è, oggi, senza lavoro.

Le principali previsioni al riguardo stimano, per la Spagna, l'ulteriore salita di tale indicatore fino al 27% nel corso del 2013 ed una sua successiva attenuazione dal 2014 in poi. Se si restinge il campo di analisi alla sola disoccupazione giovanile (15-24 anni), il tasso spagnolo risulta del 56%, contro il 59% greco, il 38% italiano, il 26% francese ed il 7,5% della virtuosa Germania. Insomma, la Spagna è seconda "solo" alla Grecia, ma (ai fini della stabilità o meno dell'area euro) in caso di ulteriore aggravamento, potrebbe rivelarsi un problema ancora più critico di quello greco.

Infatti, all'interno dell'area euro, la Spagna si pone a metà strada (Figura 2) fra gli estremi: in termini di PIL la Nazione iberica esprime un'economia decisamente meno robusta dei tre Paesi "pilastri" (Germania, Francia e Italia), ma, viceversa, nettamente più consistente della Grecia. Per dare un'idea di proporzioni numeriche il PIL 2012 della Spagna è pari a due terzi di quello italiano, ma è sei volte quello greco.

Sul fronte del Debito pubblico, quello spagnolo in valore assoluto è molto inferiore a quello dei Paesi più sviluppati (in particolare è pari circa alla metà dello stock italiano), ma è quattro volte il debito greco. In altre parole: in caso di default (cioè incapacità di rimborsate le obbligazioni pubbliche), l'eventuale crisi spagnola produrrebbe pesanti effetti negativi sulla stabilità dell'euro, visto che difficilmente gli altri Partner (Germania in primis) riuscirebbero a immettere risorse finanziarie di importo tale da compensare l'entità del "buco" spagnolo.

Questa veloce analisi sottolinea direttamente quanto sia delicata la situazione iberica, per certi versi più critica anche di quella italiana: il nostro debito è significatvamente superiore, ma è sostenuto da un'economia più articolata e industrializzata (nonostante il rallentamento in corso).

Il "caso Spagna" è emblematico anche sotto il profilo delle scelte di politica economica: nell'attuale ampio dibattito continentale, in termini di contrapposizione fra "austerity" (conti pubblici in ordine pur a rischio di soffocare la congiuntura) e "deficit spending"  (aumento della spesa pubblica per ridare fiato alla congiuntura), l'esperienza spagnola degli ultimi anni sottolinea che neppure l'esplicita scelta a favore di aumento della spesa pubblica è un rimedio sicuro per far ripartire l'economia. Anzi…

Una sintetica visione del quadro poltico spagolo degli ultimi anni aiuta a comprendere meglio il problema. Fra il 1996 e il 2004 la Spagna è stata guidata da un Governo che faceva riferimento al Partito Popolare (PP) di José Maria Aznar, il quale si impegnò a varare profonde riforme in senso liberista. Questa impostazione, finalizzata ad ammodernare il sistema socio-economico e a  eliminare gli ultimi retaggi delle passata dittutura franchista, si è inevitabilmente prestato alla critica di voler invece favorire specifici gruppi economici e i ceti sociali di fascia alta, a scapito delle fasce medio-basse.

La reazione dell'opinione pubblica si è tradotta nella vittoria socialista del 2004, confluita in un Governo guidato da José Luis Rodríguez Zapatero. Dopo una prima fase incentrata su numerose riforme di natura etico-organizzativa (dalla riorganizzazione del sistema radio-televisivo al tema della regolarizzazione delle unioni di fatto), il Governo Zapatero, suo malgrado, ha dovuto affrontare le ripercussioni della crisi mondiale del 2008-09.

La contrazione del PIL 2009 (Figura 3), pari a -3,7%, risultò meno intensa di quella di altri Paesi europei (per esempio il PIL italiano calò in quell'anno del 5,5%), ma la disoccupazione iniziò a crescere vertiginosamente. Volendo arginare questo problema, propagatosi in tutto il Paese, Zapatero varò numerose misure di chiara matrice "socialista".

 

 

Il Governo aumentò il salario minimo interpersonale (S.I.M.) del 4%. Aumentò anche le pensioni minime del 6%, ma l'incremento dell'intero gettito pensionisto risultò compreso fra 3,4% e il 7,2%. Questi aumenti risultarono amplificati dalla persistenza della cosiddetta "scala mobile" (aggiornamento all'inflazione), che gonfiò di un altro 4,6% medio l'entità degli importi distibuiti.

Zapaterò varò infine un piano di infrastrutture pubbliche pari a 22 miliardi di euro, più voci straordinarie (molte delle quali finalizzate a far ripartire i lavori dei comuni, con un teorico obiettivo di 200.000 nuovi posti di lavoro) per altri 11 miliardi, di cui 0,8-1 miliardo destinato al solo settore automobilistico (già allora in forte crisi).

Queste scelte politiche si scaricarono su un'evidentissimo incremento della spesa pubblica (Figura 4), che, da livelli pre-crisi del 38-39% del PIL, è balzata fino al 47% del 2012. In pratica la spesa spagnola rapportata al PIL è aumentata del 20% dal 2007 al 2012, contro il 7-7,5% medio europeo (valore registrato anche dall'Italia) nello stesso arco temporale.

L'allargamento dei cordoni della borsa non poteva che danneggiare i conti pubblici. Il saldo di bilancio spagnolo (Figura 5), che in passato ha spesso generato anche dei surplus annuali, è sprofondato fin oltre l'11% del PIL e, pur in ridimensionamento, resta una delle mine vaganti dell'aera euro.

Il deficit di bilancio ha inesorabilmente gonfiato il debito pubblico (Figura 6), che, da livelli pre-crisi del 36% del PIL, è salito fino all'84% del 2012. Le previsioni in tal senso non sono per nulla positive: il debito-PIL spagnolo è "visto" al 91% nel 2013 e addirittura al 97-98% nel 2014, cioè per la prima volta sopra al contemporaneo livello medio dell'area euro (stimato al 93%).

L'inarrestabilità del ricorso all'indebitamento (alimentato dal meccanismo perverso di dover pagare gli interessi sugli interessi) è, in ultimo, la "vera" criticità spagnola e, per le considerazioni esposte inizialmente, rischia di risultare uno dei "veri" problemi dell'area euro. Ciò potrebbe emergere indiscutibilmente nella fase che si aprirà da settembre in poi, cioè dopo le elezioni tedesche (elemento che, oggi come oggi, induce tutti a mantenere un profilo silenzioso sulle criticità implicite dei vari Paesi).

Sotto il peso del fallimento della sua poltica economica, il Governo Zapatero ha dato le dimissioni nell'autunno 2011, portando la Spagna a elezioni anticipate, da cui è uscito nuovamente vincitore il PP, questa volta rappresentato dal nuovo Premier, Mariano Rajoy. Il Governo in carica ha ripreso la linea liberista di Aznar, ma lo scenario complessivo è nettamente più complicato di quello a cavallo di fine millenio. In estrema sintesi, con la disoccupazione così accentuata non è possibile "togliere" dall'oggi al domani i sostegni pubblici all'economia: di conseguenza il rientro del deficit (e del debito) è nettamente più lento di quello che auspicherebbe la vocazione liberista.

Di recente, lo stesso Aznar si è espresso in modo critico nei confronti del suo delfino Rajoy, sottolineando che occorrerebbe varare una radicale riforma del sistema fiscale, al fine di alleggerire nettamente il prelievo e alimentare in tal modo la presumibile ripresa dei consumi e, di conseguenza, dell'intera economia.
Il Governo ha immediatamente risposto, per bocca del Ministro del Lavoro Fatima Banez, difendendo la sua intensa attività riformatrice nei 16 mesi di attività e stemperando in tal modo le attese di modifiche nella linea di gestione della crisi economca.

Anche all'interno del PP si sono quindi evidenziati due schieramenti: uno più "aggressivo" sul fronte delle riforme radicali, ed uno più moderato, cioè di compromesso fra l'assistenza pubblica e il rilancio dell'economia privata.

Il prossimo futuro, post elezioni tedesche, farà comprendere quale arco temporale i Paesi "virtuosi" dell'area euro siano disposti a concedere ai Paesi periferici (fra questi in primis la Spagna) per rientrare definitivamente dal rischio default, magari con ulteriori sacrifici imposti ai loro cittadini.

                                                 Carlo Crovella

 

                                 

                             

 

                                            

                                         

                                               

 

                                            

                                          

                              

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