Le proteste non si placano in Siria : le manifestazioni contro il regime di Bashar Assad, anzi, continuano a scatenare una violenta repressione da parte delle forze armate (Figura 1).

Perché il popolo è "in subbuglio"? Disoccupazione (al 9% nel 2010), povertà (un abitante su 9 vive al di sotto della soglia di povertà ed il reddito medio è inferiore a 5.000 dollari USA, Figura 2), lotta alla corruzione e ricerca della democrazia: in linea generale sono le stesse motivazioni che hanno portato alla rivolta gli altri Stati del Nord Africa e del Medio Oriente. Quali le particolarità locali? In Siria le critiche vengono rivolte non tanto al Presidente Assad, quanto ai politici corrotti che sono al governo, vuoi per paura, vuoi per il fatto che Assad ha comunque permesso al Paese di aprirsi all'Occidente e ha favorito l'aumento gli stipendi negli ultimi anni. Altra particolarità della "primavera" siriana è la precisione della repressione: i morti sono ormai a centinaia a causa dei mitra spietati dei cecchini.

Queste azioni cruente e sanguinose contro i rivoltosi sono state duramente condannate da Unione Europea, USA e Onu. In particolare è stato varato un pacchetto di misure restrittive (congelamento dei beni, abolizione dei visti ed embargo sulla fornitura di armi) contro i dirigenti del regime - compreso il fratello di Assad - che sono stati ritenuti responsabili della violenza a cui hanno sottoposto la popolazione civile insorta. L'ONU non ha peraltro approvato alcuna mozione di condanna ufficiale, a causa dell'opposizione della Cina e soprattutto della Russia.

In seguito all'ultima riunione del G8, i rappresentanti degli otto Paesi si sono detti unanimemente "inorriditi" per la morte dei manifestanti, l'uso della violenza e le violazioni dei diritti umani. Inoltre hanno fatto appello al governo di Damasco affinché fermi la repressione, pena la scelta di intervenire attraverso "altre misure". Per il momento però la NATO non intende intervenire in Siria nonostante abbia pubblicamente condannato la brutalità delle forze di sicurezza e il pugno di ferro contro i civili attraverso - tra le altre - la voce del Segretario Generale Rasmussen.

Legata alla situazione siriana è quella della missione Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon) in Libano (Figura 3), ideata nel 1978 e ampliata e rafforzata nel 2006 a seguito del conflitto tra Israele e Hezbollah e che ha come obiettivo principale quello di garantire stabilità e pace a libanesi e israeliani. L'Italia è presente ad oggi con il contingente più numeroso (sono quasi 1.800 i militari impegnati) e ha mantenuto a lungo il comando della missione. Proprio la situazione delicata in Siria - che farebbe venire meno la propria copertura sul territorio - e gli attacchi accorsi in Libano contro il contingente Onu (sono stati colpiti anche alcuni militari italiani) hanno costretto le Istituzioni Politiche e Militari italiane a rivedere le proprie posizioni magari riducendo la presenza in loco.

Quali le caratteristiche peculiari della "rivoltosa" Siria?
Il territorio, esteso per 185.000 km nel Medio Oriente a sud est della Turchia, è piuttosto vario: in buona parte pianeggiante nella zona Nord-Est, si fa desertico a Sud e ai confini con la Giordania e soprattutto con il Libano sono presenti alcune catene montuose.
La popolazione conta circa 23 milioni di abitanti, è per lo più "giovane" (in quanto l'età media è di 22 anni) ed è piuttosto variegata quanto a gruppi etnici presenti: il 90% degli abitanti ha origini arabe, e la parte residuale è composta da curdi, armeni, alauti - che sono attualmente al potere - e altre tribù locali. Gran parte della popolazione è occupata nei servizi (67%), settore che "pesa" per il 55% sul Pil nazionale.

 

 

Il tasso di crescita del Paese (Figura 4) si attesta per il 2010 intorno al 3%, leggermente inferiore rispetto a quello dei Paesi Medio Orientali. Il piano quinquennale 2010 - 2015 si pone quale obiettivo prioritario proprio quello di sostenere la crescita annuale del Pil attraverso investimenti per quasi 33 miliardi di euro; migliorare il livello delle risorse umane attraverso investimenti pari a un terzo di quelli statali; ridurre la crescita demografica dall'attuale 2,45% annuo a 2,1%; sostenere lo sviluppo infrastrutturale attraverso la costruzione di strade, porti e aeroporti.

Tale piano si dovrà attuare parallelamente al processo di diversificazione dell'economia dagli idrocarburi che, se accompagnato a un graduale scioglimento dei "lacci pubblici", potrà creare opportunità in particolare nel settore finanziario, nel turismo e nei servizi. I piani citati di sviluppo infrastrutturale potranno inoltre attrarre nuovi investitori in loco che restano - insieme alle riforme - condizione necessaria allo sviluppo. Il quesito ora è: chi farà le riforme? Assad? O la "dinastia" è destinata ad abdicare dopo i trent'anni di governo del padre Hafiz al-Asad e i dieci del figlio Bashar Assad?

Il commercio internazionale siriano ha beneficiato del processo di liberalizzazione avviato nel 2005 attraverso da un lato a una serie di provvedimenti per la riduzione dei dazi doganali su numerosi prodotti (materie prime e semilavorati necessari per l'Industria locale) e servizi e dall'altro alla liberalizzazione dell'importazione di moltissimi prodotti. I risultati delle riforme sono evidenti (Figura 5): gli interscambi commerciali con l'estero si sono moltiplicati negli ultimi cinque anni. In particolare le esportazioni sono più che raddoppiate (+110%) grazie soprattutto a prodotti quali petrolio greggio, prodotti petroliferi, minerali, frutta e verdura, fibre di cotone, tessuti, abbigliamento, carni e animali vivi, frumento.

L'Italia (Figura 6) è uno dei principali partner commerciali - è il primo Paese fornitore in ambito Unione Europea e il quinto a livello mondiale - assorbendo quasi il 5% delle esportazioni libiche e fornendo il 10% delle merci che dal Paese mediorientale vengono importate, grazie specialmente alla meccanica strumentale e ai prodotti energetici raffinati. Per quanto riguarda le esportazioni siriane, l'Italia è secondo Paese Europeo di destinazione delle merci - specialmente concentrate nel settore oil - dopo la Germania. I principali Paesi che importano prodotti dalla Siria restano Iraq (30%) e Libano (12%).

Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri, le nazioni più presenti sono soprattutto Turchia, Arabia Saudita, Kuwait e Giordania, ma anche l'Italia ha un proprio ruolo, grazie alla presenza di imprese nei settori della logistica e dell'edilizia anche in partnership con le società straniere e siriane.

In conclusione, la Siria dovrà nel lungo periodo porre rimedio ai vincoli economici che includono la produzione di petrolio in calo e le riserve petrolifere destinate ad esaurirsi nell'arco di dieci anni, l'alta disoccupazione e la povertà, il deficit di bilancio in aumento, e una crescente pressione sulle riserve idriche a causa del pesante uso in agricoltura.
La priorità resta comunque oggi quella di fermare il massacro siriano. Il prima possibile.

                                              Rocco Paradiso

 

                                

 

 

 

                              

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