L'Unione Europea sembra non conoscere pace. Come se non bastassero le crescenti tensioni tra i suoi Paesi membri, all'interno della stessa sono tornate in auge, già da alcuni anni, le istanze di alcune regioni che reclamano a gran voce l'indipendenza dallo Stato centrale: qualora alcune di queste regioni riuscissero ad ottenerla, le ripercussioni potrebbero incidere pesantemente sul futuro di Bruxelles.

Se i recenti flop della Lega Nord hanno messo in secondo piano o addirittura modificato i piani di secessione del Partito creato da Umberto Bossi per l'istituzione della cosiddetta Padania, lo stesso discorso non vale per altre aree: la Catalogna, ad esempio, una tra le più ricche regioni spagnole, da sempre molto orgogliosa della sua storia e della sua cultura ed in aperta opposizione nei confronti del centralismo di Madrid e del suo presunto retaggio franchista; le Fiandre, che mirano alla dissoluzione del Belgio e che vorrebbero staccarsi dalla Vallonia, in virtù di considerazioni economiche, culturali e linguistiche; ed infine, la Scozia, che ha sempre vagheggiato il sogno di una indipendenza dal Regno Unito, a causa di divergenze storiche e culturali nei confronti dei vicini inglesi (Figura 1).

Ovviamente, ognuna di queste regioni presenta peculiarità e caratteristiche che differiscono le une dalle altre e non sarebbe corretto categorizzarle nella stessa maniera; tuttavia, per una di esse, la Scozia, la secessione da Londra potrebbe non essere così lontana.

Il prossimo 18 settembre infatti, quattro milioni di scozzesi sono chiamati a pronunciarsi in un referendum storico: gli elettori dovranno decidere se attuare una vera emancipazione da Londra e spezzare un accordo che dura da 307 anni, rendendo di fatto la Scozia un Paese indipendente, oppure se continuare il proprio legame politico ed economico con le altre nazioni del Regno Unito, ovvero Inghilterra, Galles ed Irlanda del Nord.

Le rivendicazioni politiche scozzesi non nascono certamente oggi, ma sono antecedenti anche alla nascita dello Scottish National Party, ovvero il Partito che si fa portavoce delle istanze di indipendenza e che fu creato nel 1934. Tuttavia, solo nel corso degli ultimi anni lo SNP è riuscito a far pienamente breccia nel cuore degli scozzesi, dapprima con la vittoria al referendum del 1997 che ha portato alla formazione di un parlamento locale (in grado di legiferare su alcune materie), ad una maggiore autonomia dal Governo di Londra ed al raggiungimento di un sistema di devolution molto più spinto rispetto a quello di Cardiff e Belfast, e poi con la vittoria alle elezioni politiche del 2011 (Figura 2). Proprio tale esito elettorale ha posto con maggiore forza la questione di un'indipendenza completa dal Regno Unito e nell'ottobre del 2012 il First Minister scozzese e attuale leader del SNP, Alex Salmond, artefice delle principali battaglie in nome della Scozia e primo sostenitore della sua indipendenza, e il Primo Ministro del Regno Unito David Cameron, si sono accordati per lo svolgimento del referendum.

Attualmente le parti favorevoli all'indipendenza ("Yes Scotland") sono il già citato Scottish National Party e lo Scottish Green Party, mentre le tradizionali forze politiche britanniche, Conservatori, Laburisti e Liberaldemocratici formano il gruppo contrario alla secessione "Better Together", guidato dal deputato laburista di origine scozzese ed ex Ministro delle Finanze, Alistair Darling.

Al di là delle motivazioni ideologiche e dell'orgoglio patriottico, è sul versante delle risorse energetiche che Salmond intende giocare la partita: nei fondali del mare del Nord e dell'Atlantico settentrionale che appartengono al territorio scozzese vi sono le più grandi riserve di petrolio dell'Unione Europea (Figura 3), i cui proventi sono però divisi con le altre nazioni del Regno Unito. Ed è proprio questo il punto centrale sul quale il First Minister rivendica l'indipendenza: il controllo diretto di tali riserve sarebbe in grado, secondo le stime fornite da Edimburgo, di dare solidità e soprattutto un futuro florido all'economia scozzese (Figura 4) e di garantirle una piena autonomia che non passi più da Londra. L'indipendenza, a detta di Salmond, non solo restituirebbe alla Scozia ciò che le spetta di diritto ma le consentirebbe addirittura di arricchirsi, facendo aumentare il salario di ciascun cittadino di 1230 Euro all'anno e crescere l'economia locale di oltre 6 miliardi di Euro all'anno.

La strategia economica presentata dai promotori del referendum si fonda non solo sulle riserve petrolifere ma anche su un progetto in cui le energie rinnovabili rivestono un ruolo cruciale, in particolar modo eolico offshore ed energia mareomotrice. A proposito di quest'ultima, secondo Edimburgo le acque scozzesi detengono circa il 10% delle risorse energetiche assicurate dalle onde di tutta l'Europa e la Scozia resterà, a prescindere dal referendum, la principale location europea per lo sfruttamento delle maree; del resto Salmond, nel corso della sua legislazione, si è impegnato con vigore proprio per la riduzione delle emissioni di gas-serra e per lo sviluppo delle energie rinnovabili.

I sostenitori del referendum hanno avuto buon gioco anche nel coinvolgere l'elettorato da un punto di vista emotivo, offrendo la visione di un futuro migliore e meramente scozzese: uno dei principali argomenti del SNP fa riferimento alla scarsa attenzione dei governi britannici nei confronti della Scozia a cui verrebbero anteposte le esigenze dell'Inghilterra meridionale. La strategia ideologica presentata da Salmond si è concentrata proprio sulle divergenze ormai insanabili tra la Scozia socialdemocratica ed il Regno Unito sempre più neoliberista, rovesciando l'opinione comune secondo cui la Scozia non può permettersi di lasciare Londra: al contrario, il Primo Ministro di Edimburgo ha rivolto la domanda opposta agli scozzesi, ovvero chiedendo loro se può permettersi di non farlo. Per l'indipendenza pare essere tutto pronto e "Yes Scotland", che è riuscito a contare sull'appoggio dei famosi attori David Hayman e Sean Connery, per dare concretezza e maggiore solidità all'idea di staccarsi dal Regno Unito, ha presentato lo scorso 16 giugno una bozza della Costituzione che entrerebbe in vigore in caso di vittoria, dopo che già Salmond aveva pubblicato nel mese di novembre 2013 un "libro bianco" contenente per intero il piano di indipendenza scozzese.

David Cameron, dal canto suo, continua a ripetere che la Scozia sarà più ricca e prosperosa se continuerà a restare sotto l'egida del Regno Unito (Figura 5), in quanto solo così godrebbe delle risorse necessarie al fine di mantenere le finanze più solide e garantire uno sviluppo ed un futuro più sicuri. Il Primo Ministro britannico non l'ha detto apertamente, ma tra le righe ha lasciato intendere che se oggi la Scozia non è una delle economie più deboli del Regno Unito (Figura 6) è perché ha sempre ricevuto da Westminster notevoli compensi fiscali e sovvenzioni, che naturalmente non riceverebbe più qualora si dichiarasse indipendente. In base alla cifre fornite da Londra, in caso di indipendenza gli scozzesi per sostenere finanziariamente i nuovi progetti di energia verde di Edimburgo senza il supporto del Regno Unito, dovrebbero far fronte ad un pagamento di 1.8 miliardi di sterline: procedere alla realizzazione di questo ambizioso progetto da soli sarebbe dunque molto più costoso.

Le conseguenze per Cameron, che in questa partita si gioca buona parte della sua credibilità e della sua immagine, potrebbero essere molto pericolose per il suo Governo e per il Regno Unito e proprio per tale motivo ha cercato di far capire come l'esito della consultazione elettorale sia "irreversibile e vincolante" e che continuare sotto il Regno Unito sia nell'interesse di tutte le nazioni che ne fanno parte. A tal proposito, per venire incontro alle esigenze di Edimburgo, il Primo Ministro londinese ha promesso ulteriori margini di manovra volti alla concessione di maggiore autonomia.

La sensazione è che saranno proprio le considerazioni di carattere economico (Figura 7), molto più di quelle emotive, ad influire fortemente sul risultato del referendum. Molti punti inducono ad una seria riflessione e le questioni spinose da risolvere in caso di vittoria del "Sì" non sono poche né irrilevanti.

La moneta, ad esempio. I promotori del referendum, consci dei rischi che conseguirebbero all'adozione di una nuova valuta nazionale, hanno fatto sapere che in caso di indipendenza la Scozia vorrebbe continuare ad utilizzare la sterlina, stabilendo una unione monetaria con il Regno Unito. Ma Londra, consapevole che proprio il timore di dover rinunciare all'amata sterlina potrebbe essere l'elemento decisivo per la vittoria del "No" al referendum, proprio non vuole sentirne parlare: "se la Scozia lascia il Regno Unito, lascia anche la sterlina", ha tuonato George Osborne, ministro delle Finanze britannico. Il governatore della Banca d'Inghilterra, Mark Carney, ha affermato che le unioni monetarie di successo richiedono unioni fiscali, bancarie e cessioni di sovranità nazionale e, a tal proposito, la recente crisi dell'euro ha dimostrato come sia difficile creare un'unione monetaria senza l'unione politica, fiscale e bancaria. Trovare un accordo in merito sarebbe quasi impossibile, se si considera che i vincoli che il Regno Unito imporrebbe alla Scozia sarebbero difficilmente accettabili per il nuovo Stato.

L'Unione Europea, in secondo luogo. In caso di indipendenza gli scozzesi, molto meno euroscettici rispetto ai propri vicini inglesi, ambirebbero a rimanere nell'Unione ma solo a patto di continuare a godere delle clausole di opting out di cui ha beneficiato Londra nel corso degli anni caratterizzanti il processo d'integrazione europea. Ma in realtà il processo di ammissione non sarebbe affatto semplice: l'adesione di uno Stato all'interno dell'UE deve essere approvata da tutti i membri dell'UE e lo stesso Barroso ha definito "quasi impossibile" un eventuale ingresso della Scozia. Certo, la recente nomina di Juncker a capo della Commissione Europea potrebbe avere delle ripercussioni sulle politiche comunitarie di Cameron, ma anche qualora il Regno Unito (senza la Scozia) decidesse di uscire dall'UE, la richiesta di adesione scozzese si scontrerebbe, con ogni probabilità, con il veto di Paesi come la Spagna, che si trovano a fronteggiare a loro volta movimenti indipendentisti.

Poi c'è il tema centrale relativo all'indipendenza, ovvero i giacimenti petroliferi scozzesi. I promotori del referendum caldeggiano la creazione di un fondo sovrano come quello norvegese che potrebbe garantire prosperità alle finanze scozzesi: ma l'entità di tali giacimenti è di gran lunga inferiore rispetto alle dimensioni dei giacimenti norvegesi ed il venir meno dei sussidi governativi da Londra costringerebbe la Scozia a impiegare gran parte dei proventi petroliferi per far fronte alle spese correnti. Cameron ha spesso messo in dubbio l'ottimismo di Salmond al riguardo, evidenziando come tali riserve siano in acque sempre più profonde ed ancor più difficili da sfruttare; secondo le stime di Oil & gas UK dagli anni '70 ad oggi, sulle coste scozzesi sono stati estratti 41 miliardi di barili e ne rimarrebbero tra i 12 e i 24 miliardi.

Vi è, infine un altro tema, quello relativo alle banche. Il peso del settore finanziario è sproporzionatamente alto rispetto alle dimensioni dell'economia scozzese e si pone il problema di chi garantirebbe la stabilità delle banche scozzesi: Salmond ha dichiarato che non ha intenzione di sopperire alla mala gestione della Royal Bank of Scotland, nei cui confronti il Ministero del Tesoro avrebbe avuto pesanti responsabilità. Nelle intenzioni dei promotori del referendum tale compito continuerebbe a essere compito della Banca d'Inghilterra ma, come è facile immaginare, anche in questo caso a Londra la pensano diversamente.

Ma quali sarebbero le conseguenze in caso di indipendenza? Per il Regno Unito sarebbero di grandissimo impatto. La Scozia di fatto continuerebbe a vivere nell'orbita del Regno Unito ed essendo un Paese di cinque milioni di abitanti non potrebbe esercitare né da un punto di vista politico né da un punto di vista economico una rilevante influenza nel contesto mondiale; lo stesso non può dirsi per il Regno Unito, che dopo la creazione del precedente scozzese, potrebbe essere costretto ad affrontare ulteriori spinte indipendentistiche anche da parte dell'Irlanda del Nord e del Galles. Quest'ultimo si configurerebbe come uno scenario molto complicato e davvero di difficile attuazione, ma indubbiamente qualora Edimburgo si proclamasse indipendente l'immagine del Regno Unito a livello globale ne uscirebbe scalfita e non sarebbe più la stessa: la sua posizione all'interno dello scacchiere globale risulterebbe indebolita, proprio nel momento in cui rischia di essere scavalcato dalle economie di Paesi emergenti.

Vi è però un altro elemento che potrebbe far saltare il banco e profilare un altro scenario, certamente di complicata realizzazione ma non impossibile. Cameron, in caso di vittoria elettorale nel 2015, ha promesso che indirà un referendum per l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, il quale dovrebbe svolgersi nel 2017. Ovviamente tale aspetto potrebbe spostare molti voti degli elettori scozzesi (come affermato in precedenza molto più vicini all'Europa rispetto agli inglesi) e smuovere gli indecisi in favore del "Sì": l'uscita di Londra dall'Unione Europea potrebbe essere sì percepita come un pericolo ma avrebbe comunque il vantaggio di favorire l'ingresso di Edimburgo.

In definitiva il referendum risulta di grande importanza proprio perché in grado di influenzare le elezioni politiche del 2015 ed innescare un meccanismo capace di accelerare il distacco di Londra da Bruxelles e rendere reale lo "splendido isolamento" rivendicato con orgoglio dagli inglesi: da Edimburgo potrebbe passare la strada per la definizione del ruolo del Regno Unito, in un contesto globale caratterizzato dall'ascesa delle economie emergenti. Al momento i sondaggi danno il "No" ancora in vantaggio ma il risultato è tutt'altro che scontato se si considera che "Yes Scotland" appare in risalita e che Salmond non è nuovo ad incredibili rimonte dell'ultimo minuto.

 

Commenti