La Russia di Putin e Medvedev, con oltre il 7,3% di crescita del PIL nel quinquennio 2003-2007, dietro Cina e India, ha risentito della crisi economica soltanto dalla seconda metà del 2008, riuscendo comunque a crescere ancora del 5,6%.

Nel 2009 è stata però uno dei paesi a soffrire di più, con un calo del Pil del
- 7,9% e della produzione industriale del
- 10,8%; tuttavia è anche una delle economie mondiali che ha incominciato a riprendersi più rapidamente, a partire da Dicembre 2009(+1,4%), con una crescita variamente prevista nel 2010 tra l'1,3 e il 3,1% nello scenario di base (ministero Svliuppo Economico), il 3,8% dalla Sberbank (la Cassa di Risparmio russa), e il 5% dalla banca di investimento Troika Dialog.

Il bilancio degli otto anni di presidenza Putin, sostituito dal delfino designato Dmitri Medvedev nel maggio 2009, offre un quadro in cui, fruendo dello straordinario afflusso dei proventi del petrolio e del gas, il Governo aveva stimolato da un parte il benessere e i consumi (fino al 7% l'anno) e le importazioni (Figura 1),  affiancando alla storica Gazprom altre grandi holding di Stato, come la Corporazione aeronautica unita, una analoga cantieristica, la holding per le nanotecnologie (Rusnano) e la Rossiiskie Teknologii, per le tecnologie avanzate.

In campo petrolifero, lo Stato ha favorito il potenziamento di Rosneft (anche sulle ceneri di Yukos), invece delle private Lukoil, TNK-BP, etc., dando luogo al nuovo slogan, pur smentito, di Capitalismo di Stato, e questo sia per affrontare meglio i grandi colossi industriali multinazionali, sia per soddisfare le èlites interne e l'alta burocrazia.

Nello stesso periodo il sistema politico in Russia si organizzava secondo "la verticale del potere", cioè abolendo l'elezione diretta dei governatori regionali, che oggi dipende dalla designazione del partito locale di maggioranza (Russia Unita), e accentrando i poteri decisionali ultimi al Cremlino, che favorivano anche alla Duma di Stato (Camera dei deputati) la stessa Russia Unita. Di fronte ai brogli elettorali delle elezioni di ottobre, resta significativo che il presidente Medvedev, insieme al premier Vladimir Putin, abbiano respinto le critiche, confermando sostanzialmente che nella loro ottica, il sistema politico russo funziona, e abbisogna solo di qualche ritocco.

Non esiste una vera divergenza di opinioni tra Putin, più conservatore e Medvedev, più riformista: il consenso popolare di entrambi rimane alto, oltre il 60% a fine gennaio 2010 (Fom, Fondo per l'opinione pubblica), ma Putin ha sempre vari punti percentuali in più (69%), distinguendosi comunque come "uomo forte" del regime, anche per un eventuale ritorno alle elezioni presidenziali del 2012. Tuttavia, anche se i russi sono in genere conservatori e non vogliono una democrazia all'occidentale (57%), vi è una forte diffidenza verso i poteri costituiti, e la percentuale di giovani attivi in politica è piuttosto bassa.

Il programma russo anti-crisi, che ha sostenuto principalmente le grandi banche ed alcune specifiche imprese, oltre a iniezioni nelle spese sociali per salari e pensioni, ha certamente "mangiato" molte risorse pubbliche, ma alla fine del 2009 ha comunque lasciato la Russia in condizioni finanziarie generali abbastanza buone (Figura 2), con un disavanzo pubblico del - 7,3% del Pil (negli ultimi anni era sempre stato positivo), indebitamento pubblico estero di appena 30 miliardi di dollari, a fronte di riserve valutarie di 440 miliardi di dollari, le terze nel mondo (Figura 3), bilancia commerciale in attivo di oltre 120 miliardi di dollari e bilancia dei pagamenti di quasi 50 miliardi. 

Il raffreddamento dell'economia ha ridotto l'inflazione all'8,8% annuo, contro il 13,3% del 2008 e ha compresso i consumi (quasi il - 3,6% contro il 13,5% di crescita nel 2008) e i redditi reali del -5% (il dato ufficiale dell'1,4% è ritenuto inaffidabile), tagliando infine gli investimenti dal 9,1% al -17% e aumentando la disoccupazione dal 6,2 al 9 percento.

Tuttavia, per molti il programma di sostegno statale contro la crisi è stato troppo superficiale e selettivo per condurre ad una vera diversificazione dell'economia in rapporto ad un un modello di sviluppo troppo dipendente dalle materie prime (67,2% di export di petrolio e gas, 11,5% di metalli, 3% di legname, contro 5,6% macchine e impianti (dati 10 mesi 2009). Infatti, nel settore energetico, a parte la frammentazione del gigante monopolista Rao-Ees, non vi è stata alcuna modifica rilevante, mentre nessuna riforma della grandi Corporazioni di Stato è avvenuta, malgrado le proposte del presidente Medvedev, prontamente ridimensionate dal premier. In breve, le èlites dirigenti hanno poca voglia di riforme che finirebbero per diluire il loro odierno potere e incontrerebbero una forte opposizione da parte dell'onnipotente burocrazia. 

A livello regionale, le aree più colpite dalla crisi sono state la Russia centrale e la Valle del Volga, cioè le culle della produzione industriale, in particolare nel settore metalmeccanico ed automobilistico. Meno peggio è andata la Russia meridionale, meno industrializzata, ma con maggiore accento sulle pmi e sul settore commerciale.

 

Le regioni che hanno invece tollerato bene la crisi, ed anzi hanno accresciuto produzione industriale e commercio, sono state quelle dell'area della Siberia centro-Orientale e dell'Estremo-Oriente, a causa della vicinanza e dell'influenza positiva dell'economia cinese. Sul piano settoriale, hanno invece sofferto meno della crisi economica l'agricoltura, la produzione di carbon coke e petrolchimica (tra -0,2 e -0,5%) e moltissimo invece i mezzi di trasporto, l'elettrotecnica ed elettronica, e la metalmeccanica (tra il 28 e il 31,6% di calo).

Tuttavia, accanto a questo scenario conservatore, in Russia si sta comunque aprendo una nuova fase di sviluppo, una sorta di "nuova economia",  che si baserà da un lato, su una nuova fascia allargata di consumatori e dall'altro su una penetrazione senza precedenti delle medie imprese nelle piccole città, proponendo nuovi prodotti e servizi per la popolazione.

In primo luogo, la crisi ha rotto una certa unità della emergente classe media, facendo scivolare un'intera fascia di famiglie verso quella che protemmo chiamare "la classe economica" dei consumi, in grado cioè di acquistare senza problemi il necessario, ma non abbigliamento costoso, elettrodomestici, automobile,  appartamento, etc., e che è difficile valutare, ma copre oggi sicuramente il 50-60% della popolazione, contro un 10% di "poveri", un 1-2% di ricchi, ed il rimanente della vecchia classe media meno toccata dalla crisi. Le imprese russe hanno già incominciato a tenerne conto mentre determinati servizi diretti come le vendite via Internet stanno avendo una crescita notevole.

In secondo luogo, cambia il tipo di mercato,  e le imprese russe più accorte, produttrici e commerciali, stanno iniziando una decisa penetrazione nei mercati delle piccole città. In breve, si sta andando oltre le due metropoli di Mosca e San Pietroburgo e anche, in parte le "città-milione" (in Russia vi sono 9 città sopra il milione di abitanti), per penetrare in quasi 200 città oltre i 100 mila abitanti, con prodotti a prezzi moderati ma di qualità ancora accettabile. Per esempio, la grande catena di distribuzione alimentare Magnit (2,38 miliardi di dollari di fatturato nella prima metà 2009) prevede investimenti per circa 1 miliardo di dollari nel 2009, di cui molti nelle piccole città.

In terzo luogo, cambiano di conseguenza i prodotti offerti, con una visibile tendenza  alla sostituzione delle importazioni dall'Occidente, che sono diminuite del 45% nel 2009. Il "Made in Russia" torna a far capolino sui mercati interni, con nuovi prodotti a basso costo sia nel settore alimentare, sia in quello industriale, come chimica o metalmeccanica, dove operano varie nuove società dinamiche che incominciano ad aver successo. 

Il quarto punto, implica invece l'organizzazione di servizi diretti alla popolazione da parte delle imprese, in settori chiave come la medicina, offrendo servizi a pagamento, ma a costi adeguati alla "classe economica" di consumi, in tutte le piccole città, e con una efficienza maggiore dei servizi pubblici.

Infine, le amministrazioni regionali e municipali, dovrebbero diventare tra le protagoniste della nuova economia, offrendo alle imprese, specie piccole e medie, le infrastrutture necessarie per lo svolgimento dei nuovi servizi commerciali e sociali alla popolazione.
In realtà è un business in Russia da vari miliardi di dollari, di cui gli enti locali, sempre affamati di soldi per far quadrare il bilancio, otterrebbero una buona fetta.

In definitiva, guardando al quadro politico più generale, la Russia sta entrando in una fase di ripresa interna, in cui il Cremlino si è reso conto delle carenze del paese anche nel settore tecnologico-militare dopo la guerra lampo nel Caucaso dell'agosto 2008. A tale settore è stata data una specifica priorità di ammodernamento, ma la spesa militare effettiva rimane pur sempre di 134 miliardi di dollari, contro oltre 533 miliardi previsti dagli Stati Uniti nel 2010.  E vi sono problemi con le nuove armi: i lanci del missile strategico sottomarino Bulava sono continuamente falliti, e a fine gennaio ha volato il T-50, velivolo di quinta generazione, ma largamente incompleto.

La ripresa e l'ammodernamento della potenza economica russa a livello interno e mondiale avverranno, ma in tempi relativamente lenti. Essa richiede in effetti un nuovo periodo di stabilità nei rapporti politici e economici con l'Europa (inclusa la costruzione o il completamento dei due gasdotti NorthStream, verso la Germania e Southstream, verso il Mediterraneo e l'Italia), con gli Stati Uniti di Obama, (ad esempio la conclusione del nuovo trattato sulle armi strategiche nucleari), e naturalmente con la Cina, nuovo grande mercato energetico e infrastrutturale, che è già diventato il primo mercato per le importazioni russe, davanti alla Germania, e il quarto per le esportazioni, insieme a Olanda, Italia e Germania.

Infine, la Russia sta consolidando il proprio ruolo in vari settori strategici mondiali oltre a petrolio e gas, e in particolare nella produzione e vendita di oro, uranio, e nell'export di armamenti (oltre 8 miliardi di dollari nel 2008). 

                                               Sergio A. Rossi

 

 

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