Dopo la grande crisi strutturale che ha coinvolto la Russia, facendo registrare un poco rassicurante -7,8% nel 2009, negli anni a venire il ritmo di crescita è ripreso seppur in maniera molto meno sostenuta rispetto al periodo pre-crisi.

Nel 2012 l’economia della Russia ha avuto un tasso di crescita in termini reali del 3,4% (Figura 1), in decelerazione rispetto al 4,3% del 2011. Il rallentamento si è manifestato in particolare nel 2°semestre con una variazione del PIL del 2,4% (dal 4.4% su base annua del 1°semestre) per il deterioramento della congiuntura internazionale e della dinamica del ciclo petrolifero. I dati dei primi mesi del 2013 hanno confermato questa fase di rallentamento: a maggio 2013 il settore manifatturiero, a causa della debolezza degli ordini, ha registrato la crescita più contenuta degli ultimi mesi e quello dei servizi ha mostrato il tasso di espansione più debole da quasi tre anni.
I dati del Fondo Monetario Internazionale portano a una revisione al ribasso delle stime di crescita per il 2013 all’1,5%.

Nel secondo semestre la dinamica risulta essere ancora piuttosto “timida”: in particolare la produzione industriale a luglio è diminuita dello 0,8% su base annua, dopo essere stata sostanzialmente stabile nel secondo trimestre. Meglio va dal punto di vista delle esportazioni in termini nominali, incrementate del 5% in valore a luglio dopo essere diminuite nel secondo trimestre del 3,4%.

Nel 2014 si dovrebbe assistere ad un’accelerazione al 3%, grazie a uno scenario esterno leggermente più favorevole e alla spinta interna degli investimenti in infrastrutture, in parte dovuti al fatto che il Paese si è aggiudicato sia le Olimpiadi invernali nel 2014 a Sochi, località balneare sul Mar Nero, sia i Mondiali di calcio nel 2018.
Confrontando i dati sul pil con gli altri Paesi Brics (Figura 2), notiamo che la Russia ha avuto maggiori difficoltà nella ripresa rispetto agli altri tanto da mostrare mediamente una crescita pari al 3,5% per i prossimi cinque anni, esattamente la stessa di Brasile e Sud Africa e inferiore alla media degli ultimi quindici anni.

Sul finire del 2012 e nel corso del 2013, l’incrementodei prezzi degli alimentari e di molte tariffe dei servizi pubblici ha spinto l’inflazione (Figura 1) fino al 6,7% (con picchi durante l’anno del 7-7,5%) per il momento al di fuori del target della Banca Centrale Russa, nel range tra il 5 e il 6% (tale valore era stato raggiunto nel 2012).

Il tema dell’inflazione è piuttosto delicato in Russia, specialmente dopo i valori raggiunti nel 2008/2009, quando erano a doppia cifra (14,1% e 11,7%), tanto da avere posto la governatrice della Banca Centrale Russa, Elvira Nabiullina, davanti a un difficile dilemma: abbassare i tassi di interesse – in linea con il volere del presidente Putin al fine di dare una scossa all’economia - o tentare di dare una stabilità all’economia senza agire sui tassi.

Per ora prevale la seconda ipotesi, affiancata da un intervento della Banca Centrale Russa volto a ridurre l’impatto dell’incremento delle tariffe di gas, luce e treni tale da poter frenare l’impennata inflazionistica e cambiare la tendenza, portandola sotto il target value. Solo quando tale scenario si sarà verificato ci sarà il probabile intervento al ribasso sui tassi che dovrebbe preludere a un nuovo slancio dell’economia grazie a una ripresa dei consumi.

Dall’inizio del 2013, con il peggioramento del quadro congiunturale sono aumentate le pressioni al deprezzamento del rublo (Figura 3), fenomeno che potrebbe riflettersi positivamente sull’economia russa e sulle finanze pubbliche grazie al fatto che i consumatori russi potrebbero comprare maggiormente prodotti nazionali favorendo le esportazioni. Se pensiamo solo agli ultimi dodici mesi (ottobre 2012/ottobre 2013), un anno fa con un euro si scambiavano 40,2 rubli, oggi 43,6; passando al dollaro USA, se un anno fa un dollaro valeva 30,9 rubli, oggi questo vale 31,9.

 

L’interscambio commerciale russo (Figura 4) dovrebbe superare gli 850 miliardi di dollari nel 2013, in forte crescita negli ultimi anni nonostante la congiuntura internazionale poco favorevole. La bilancia dei pagamenti ha registrato un buon surplus corrente nel 2012, che dovrebbe erodersi nel corso del 2013 e 2014 a causa soprattutto dell’incremento delle importazioni e di un minore valore delle merci esportate.
Il principale partner commerciale (intendiamo globalmente  import più export) è l’Unione Europea con il 41% nel 2012, seguita dall’Asia (24%) e i Paesi dell’Unione Doganale Eurasiatica con poco più del 6%.

Scendendo più nel dettaglio, Cina ePaesi Bassisono i Paesi con le quote più alte (10%), seguite dalla Germania (6%) e dall’Italia (5%), quarto partner commerciale della Russia. In particolare per quanto concerne l’Olanda sottolineiamo come tale valore sia anche dovuto al cosiddetto “Effetto Rotterdam”, cioè al fatto che il porto sia una base logistica fondamentale affinché le merci provenienti dalla Russia possano essere stoccate e così raggiungere i Paesi dell’Unione Europea.

Tra le esportazioni naturalmente ricordiamo quelle digas naturalee petrolio, che fanno della Russia il principale produttore al mondo di energia, primo per il gas e secondo per il petrolio (Figura 5), almeno per ora. Sembra infatti che per la fine del 2013, gli USA possano superare la Russia grazie alle nuove tecnologie utilizzate per estrarre le fonti di gas che si trovano a grandi profondità sotto la superficie rocciosa.

Secondo gli oppositori di Putin e molti analisti, la Russia avrebbe bisogno di profonde riforme per rilanciare gli investimenti e aumentare la competitività nel Paese, specialmente in un periodo in cui i guadagni che derivano dal petrolio dovrebbero progressivamente diminuire e la necessità di diversificare necessariamente aumentare.
La Russia (Figura 6) paga e pagherà l’indebolimentodelle esportazioni nel corso del 2013 e del 2014 (l’incremento tendenziale è inferiore a quello delle importazioni riducendo conseguentemente il surplus commerciale) non riuscendo a trovare al proprio interno il modo di modernizzare l’industria e compensare la dipendenza dalle economie che la circondano.

Nei primi mesi dei 2013, l’allora ministro dell’Economia russa Belousov, a cui è stato revocato in giugno l’incarico, sostituito con quello di “aiuto presidente”, ha sostenuto che il Paese avrebbe soli 5 anni per porre mano a riforme strutturali concrete prima che gli equilibri energetici possano cambiare innescando un crollo dei prezzi del petrolio a causa (o grazie a seconda dei punti di vista) di una maggiore competitività globale.
Gli incentivi che potrebbero essere necessari per uno scatto decisivo del gigantesco “orso” russo secondo la linea dell’allora Ministro dell’Economia dovrebbe riguardare un maggiore accesso al credito per le imprese russe e una riduzione dei tassi di interesse (la seconda misura, come visto, è complicata a causa di una inflazione ancora oltre il target).

Un altro nodo centrale del dibattito è l’utilizzo dei due fondi sovrani alimentati dai ricavi della vendita di gas e petrolio che secondo molti dovrebbero essere investiti nel rilancio dell’economia invece di essere garanzia della sostenibilità dei conti. Mentre a gran voce vengono richiesti interventi strutturali e riforme, il Presidentissimo Putin ha annunciato da pochi mesi un piano di 13,6 miliardi di dollari in grandi progetti: un nuovo anello stradale attorno a Mosca, l'alta velocità tra la capitale e Kazan, la modernizzazione della Transiberiana. Si tratta solo di una piccola scossa o potrebbe essere la prima di una serie di interventi volti a rinfrancare e sostenere la crescita russa nei prossimi anni?

Rocco Paradiso

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