A 16 anni dall'inizio della transizione, nel 2007, l'economia russa ha finalmente raggiunto il livello di reddito reale che deteneva all'inizio del traumatico periodo di riforma, nel 1991, dopo una caduta ineguagliata in tempo di pace (Figura1). In termini quantitativi, l'economia russa si trova quindi ai blocchi di partenza: la crescita degli anni di Putin ha al momento solo recuperato il terreno perduto nella profonda recessione degli anni di Eltsin. Nuove sfide si profilano per il paese, e per il suo nuovo presidente Dmitrij Medvedev (Figura2).

In termini qualitativi, però, l'economia russa è molto cambiata dall'inizio della transizione. Le riforme di inizio anni '90 ruotavano attorno a quattro parole chiave: liberalizzazione, privatizzazione, stabilizzazione e ristrutturazione. La prima fu ottenuta in maniera rapida e violenta con la shock therapy varata nel 1992; la seconda, attuata in varie fasi tra il 1993 e il 1995, è stata caratterizzata da grandi ruberie ed è tuttora oggetto di dibattito in Russia; la terza, incentrata sul controllo dell'inflazione e sulla stabilizzazione macroeconomica è stata ottenuta, a duro prezzo, dopo la crisi finanziaria del 1998. La ristrutturazione delle imprese, invece, resta in larga misura incompiuta.

Gli anni '90 in Russia hanno visto la caduta verticale della produzione industriale, il dissolvimento delle eccellenze tecnologiche sovietiche, la crisi fortissima dell'agricoltura e della produzione industriale di beni di consumo e di macchinari per il mercato interno. L'economia russa funzionava come una macchina a trazione estera: i grandi gruppi finanziario-industriali, che includevano grandi imprese estrattive, pocket-banks e agenzie importatrici di beni di consumo e di lusso, divennero dominatori dell'economia, mentre le imprese operanti principalmente sul mercato interno, troppo deboli per avviare un processo di ristrutturazione che le mettesse in grado di competere con i prodotti occidentali, cadevano in crisi nera (Figura3).

Questo sistema perverso, che deprimeva il grosso delle imprese a favore dei settori estrattivi e di una crescita insostenibile delle importazioni, fu distrutto dalla crisi finanziaria dell'agosto 1998. Il forte deprezzamento del tasso di cambio (Figura4) spinse fuori mercato le importazioni, ora troppo care, e rimise in carreggiata le imprese russe, che producevano beni di qualità inferiore, ma ora molto meno cari. Non a caso, la prima conseguenza della crisi fu l'avvio di un processo di sostituzione delle importazioni (Figura5).

La crescita impetuosa della Russia a partire dal 2000 è stata però trainata in modo crescente dalle esportazioni di materie prime (petrolio, gas, metalli), guidate al rialzo da un iniziale aumento della produzione, presto però soppiantato da un colossale aumento dei prezzi (Figura6).Il periodo della "crescita facile", trainata dal cambio favorevole e da prezzi crescenti delle materie prime, sembra però finito.

 

Il tasso di cambio reale si è apprezzato fino a superare i valori del 1998 (Figura4), le esportazioni crescono meno, mentre le importazioni aumentano molto velocemente (Figura5), e l'industria estrattiva si trova di fronte alla necessità di aumentare la produzione, se vuole mantenere i tassi di crescita registrati recentemente (Figura6).

La Russia si trova quindi di fronte alla necessità di cambiare marcia, portando finalmente a termine la ristrutturazione delle imprese operanti sul settore interno, che in questi anni sono cresciute quai unicamente riattivando la capacità produttiva inutilizzata negli anni '90, ma che si sono scarsamente modernizzate a causa di un basso livello di investimenti, che si colloca attorno al 20% del Pil, poco per un'economia in piena ricostruzione (Figura1). La molto discussa politica del Cremlino a riguardo sembra quella di promuovere "campioni nazionali" attraverso una più massiccia presenza dello stato nell'economia.

Altri dilemmi, più profondi, riguardanti la sua stessa identità, investono però la Russia.
Paese più grande del mondo, la Russia è europea ma anche asiatica, e si trova in una posizione interessante, ma anche pericolosa, tra l'Unione Europea della tecnologia e dei servizi avanzati e la Cina sempre più manifattura del mondo; l'eterno interrogativo, presente fin dai tempi di Pietro il Grande, di dove e cosa sia la Russia si ripropone. A tal proposito, in un recente sondaggio i russi si sono rivelati divisi sulla visione della propria collocazione futura: mentre circa un terzo della popolazione vede il proprio futuro in Europa, i due terzi sostengono che il futuro della Russia sia da ricercare nei rapporti con i paesi CSI (Figura7).

Ma oltre all'eterna domanda "cos'è la Russia?", un nuovo inquietante interrogativo, di natura demografica  si è affacciato negli anni della transizione: "chi è la Russia?", o meglio "chi (e quanti) sono i russi?". La Russia perde infatti circa 700mila abitanti ogni anno (Figura8), a causa di un saldo naturale fortemente negativo, dovuto a tassi di mortalità (soprattutto maschile) elevatissimi, con valori eguagliati solo nell'Africa sub-sahariana (Figura9).

Finita la lunga fase della transizione, con un nuovo presidente eletto in un modo che sa di vecchio, la Russia si trova di fronte agli interrogativi di sempre e alla necessità di cambiare marcia per garantirsi una crescita di lungo periodo. Una finestra di vent'anni si apre per la Russia, prima che i nodi della popolazione decrescente e in rapido invecchiamento, di infrastrutture vecchie e cadenti e  dell'eccessiva dipendenza dall'esportazione di materie prime vengano al pettine. Dalle politiche di questi anni dipenderà la risposta agli eterni interrogativi sul futuro del Paese più grande del mondo.

                                                Paolo Crosetto

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