Per via della sua estensione geografica e della presenza, al suo interno, di ben quattro grandi potenze (Russia, Cina, Giappone, India), l’Asia contemporanea è il continente dove più appare visibile l’indebolimento della “presa diretta” di Washington sull’ordine internazionale. Questa tendenza si manifesta con il più alto profilo concesso – quando non esplicitamente richiesto –  alle attività di sicurezza militare messe in campo da Tokyo e Delhi. Dopo oltre cinquant’anni, il Giappone ha di nuovo un Ministero della Difesa (prima si trattava di un’Agenzia senza dignità ministeriale), mentre l’India ha stretto un fondamentale accordo sul nucleare con gli Stati Uniti. In entrambi i paesi, poi, è vivace il dibattito pubblico sul ruolo da assumere sul proscenio regionale e globale: mentre in Giappone si discute di radicali modifiche costituzionali per consentire alle forze armate di non svolgere soltanto ruoli difensivi, in India si avverte la necessità di una profonda revisione della strategia di sicurezza nazionale, che porti al superamento della tradizione formula del non-allineamento.

 È sufficiente uno sguardo alla mappa del continente (Figura 1) per intuire come la scelta statunitense di sollecitare un più ambizioso ruolo geopolitico per Giappone e India possa essere letta come un’esortazione a Tokyo e Delhi (insieme con il tradizionale alleato australiano) affinché si rendano disponibili a operare come “vice-sceriffi” in Asia. Al pari degli USA entrambi i paesi sono chiaramente proiettati sulle rotte oceaniche e in virtù della loro collocazione geografica possono controllare Mar del Giappone, Mar della Cina, Oceano Pacifico occidentale e Oceano Indiano. I due paesi verso cui è diretta questa forma di blando “containment sono, evidentemente, Russia e Cina, due attori che hanno visto crescere in modo significativo le proprie sinergie politiche, economiche e militari.

 Ma fino a che punto è corretto parlare di un potenziale asse sino-russo? Superando il piano della magniloquenza retorica dei rispettivi governi, il quadro dei rapporti tra le due potenze è assai complesso.

 Di certo Mosca e Pechino condividono l’auspicio per un’evoluzione del sistema internazionale che segni un’inversione di tendenza rispetto al cosiddetto “momento unipolare”. Dopo anni di penetrazione euro-americana nei suoi ex-satelliti e addirittura nelle repubbliche ex-sovietiche, la Russia trova oggi nella crescita cinese un impareggiabile strumento di riscatto. L’appetito insaziabile dell’economia cinese per materie prime e risorse energetiche ha pesantemente alterato le regole del mercato a favore dei paesi produttori, generando imponenti flussi di denaro che permettono a Mosca di recuperare uno status di primo piano pur essendo circondata a est (Europa) e a ovest (Giappone, Corea del Sud) da paesi che vantano nei suoi confronti una netta superiorità economica e demografica.

 Anche l’“orientamento geo-strategico” di Mosca e Pechino tende a convergere in anni recenti. Irritato dalle pur fondate critiche occidentali, il governo di Vladimir Putin guarda ormai da anni a Oriente in cerca di alleati, al punto da aver chiesto formalmente l’ammissione all’ASEAN (l’associazione dei paesi del sud-est asiatico, con sede a Jakarta). È significativo a questo proposito che il 2006 sia stato l’Anno della Russia in Cina, mentre fonti governative e stampa hanno indicato le attuali relazioni Russia-Cina come un “modello” per i futuri rapporti tra le potenze.

 Non c’è dubbio che l’immagine di armonia e comunanza di intenti che i due paesi si sforzano di offrire abbia un’importante valenza strumentale, come dispositivo per rafforzare la posizione di ciascuno dei due attori nella conduzione di negoziati con interlocutori occidentali. Tuttavia, difficilmente si può negare la natura strategica – e non meramente tattica – dell’ostilità sino-russa nei confronti dell’egemonia USA negli affari globali. Una dichiarazione congiunta dei presidenti russo e cinese del luglio 2005 afferma senza mezzi termini la volontà delle due nazioni asiatiche di collaborare per porre termine al monopolio statunitense e occidentale nel sistema internazionale. Questo approccio si è tradotto nell’esplicito sostegno russo per le politiche cinesi rispetto a Taiwan e allo Xinjiang, ricambiato dall’appoggio cinese per le operazioni di sicurezza (sic) russe in Cecenia. Anche sugli scottanti dossier relativi a Corea del Nord e nucleare iraniano le diplomazie dei due paesi marciano all’unisono.

 Uno dei fattori che hanno corroborato tale comunanza di intenti è la profonda dicotomia negli approcci sino-russo e statunitense in Asia centrale. Washington ha dimostrato di preferire in modo quasi ideologico (e non di rado “muscolare”) riforme politiche in senso democratico, ritenendole la chiave per la stabilità di ogni paese. Pechino e Mosca, al contrario, hanno interesse nel mantenere lo status quo nella regione. I rispettivi governi, inoltre, sono classificati come “non liberi” da Freedom House, uno degli istituti di analisi più ascoltati dall’establishment politico statunitense. La Cina ha sempre avuto questo giudizio negativo, mentre la Russia ha marcato una chiara involuzione, passando da “parzialmente libera” a “non libera”. Anche l’OCSE ha segnalato una contrazione della portata del settore privato nell’economia russa, con un calo dal 70% al 65% tra il 2004 e il 2005.

In questo contesto, quanti sollevano dubbi sull’effettiva bontà dell’alleanza russo-cinese nei due paesi scontano un’immediata impopolarità. Vladimir Putin e Hu Jintao colgono ogni occasione per rilasciare dichiarazioni che sottolineano l’amicizia e la cooperazione tra i due paesi in ambito commerciale, diplomatico ed economico. Per la prima volta in quarant’anni, nell’agosto 2005 i due paesi hanno svolto esercizi militari congiunti. A riprova della serietà dell’operazione, durante l’esercitazione sono stati anche effettuati lanci di missili da crociera russi SS-N-22 Moskit, progettati specificamente come strumento offensivo utilizzabile contro le portaerei americane. Strettamente collegato a questa esperienza è il crescente commercio in armamenti tra i due paesi: attualmente poco meno della metà di tutte le esportazioni di armi russe prendono la via della Cina. Stime affidabili parlano di un interscambio che dal 2000 frutta in media a Mosca circa 2 miliardi di dollari USA all’anno, tra velivoli da combattimento, sottomarini e unità navali. Insieme con le risorse energetiche, gli armamenti sono una fonte di liquidità preziosa per la Russia, che trova nel commercio con il vicino meridionale iniezioni costanti di capitali per sostenere la propria economia.

 Nel quadro del declino delle relazioni con gli Stati Uniti, Mosca ha anche riposto più attenzione nella Shanghai Cooperation Organization. Fondata nel 2001 insieme con Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, la SCO è divenuta uno strumento significativo per combattere il terrorismo in Asia centrale e, soprattutto, per contenere l’influenza statunitense nella medesima area. Sia Pechino che Mosca sembrano intenzionate a favorire la crescita dell’organizzazione, al punto da stanziare rispettivamente 920 e 500 milioni di dollari USA per il suo budget.

 Accanto ai fattori che sembrano indicare un consolidamento strutturale delle relazioni tra Russia e Cina, però, non mancano elementi che lasciano presumere una sostanziale debolezza – camuffata, ma radicata – in questa partnership. È vero, ad esempio, che la Cina è una fonte cruciale di capitali per Mosca, e che il commercio in risorse energetiche rappresenta uno dei legami più forti tra i due paesi. Le proiezioni più equilibrate parlano per il 2015 di una domanda cinese pari a 7,4 milioni di barili di greggio al giorno a fronte dei 3,4 del 2002, e la metà di questi dovrà essere importata (si veda in generale la Figura 2). In questo scenario i giacimenti della Siberia sono fondamentali. Eppure, nonostante numerosi accordi siglati tra i due governi e tra l’amministrazione cinese e la compagnia petrolifera russa Yukos, pare che Mosca sia intenzionata a modificare la localizzazione del terminale del suo oleodotto di  Angarsk, dirottandolo al porto di Nakhoda. Ciò porterebbe il Giappone a ottenere accesso al flusso di greggio prima della Cina (Figura 3). Il Cremlino, inoltre, sembra tollerare l’intervento nel mercato russo di compagnie occidentali (ad esempio BP, che ha acquisito la russa TNK), ma quando l’acquirente è cinese la risposta è negativa. Putin desidera il denaro cinese, ma non al punto da cedere il controllo sulle società russe a interlocutori di Pechino.

 Una dinamica analoga pare riguardare il comparto degli armamenti. Il test anti-satellite condotto con successo dalla Cina l’11 gennaio 2007 non è passato inosservato a Mosca, che è timorosa di vedere eroso il proprio primato asiatico nella tecnologia degli armamenti. L’opinione della maggioranza degli analisti è che la Russia abbia finora evitato accuratamente di fornire a acquirenti cinesi strumenti che siano specificamente in grado di alterare l’equilibrio di potenza tra forze cinesi e americane in Asia – in particolare i missili Granit, concepiti per affondare le portaerei USA.

 Esiste, infine, un serio problema di immigrazione. La popolazione russa continua a registrare un decremento demografico preoccupante, stimato in circa 1.500 persone al giorno. A fronte di ciò, dati del Ministero degli Interni russo parlano di 600.000 immigrati illegali cinesi ogni anno, che si concentrano nell’estremo oriente russo con il rischio di compromettere il già fragile equilibrio demografico locale. Nel dicembre 2005, il Ministro degli Interni russo Rashid Nurgaliev ha affermato – pur senza mai citare la parola “Cina” – che l’immigrazione illegale sta assumendo nelle regioni più orientali del paese le proporzioni di una minaccia alla sicurezza nazionale.

 La chiave di volta delle relazioni sino-russe è legata all’orientamento geo-strategico delle due nazioni. La prospettiva di medio periodo vede la Cina concentrarsi intensamente sul proprio ruolo in Asia. Diversa è la situazione per Mosca, che mantiene  un capitale – seppur depauperato –  di relazioni con l’Europa e gli USA. L’equilibrio globale delle forze economiche, commerciali, politiche e militari resta al momento tale per cui eventuali sollecitazioni positive provenienti di Washington porterebbero con ogni probabilità Pechino o Mosca ad allentare il rapporto con il partner attuale per fruire dei maggiori vantaggi resi disponibili dagli Stati Uniti.

                                       Giovanni Andornino 

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