Il Regno Unito riflette molte delle contraddizioni emerse in questo periodo storico. Le turbolenze finanziarie hanno avuto la loro origine altrove (negli Stati Uniti), ma hanno avuto pesanti ripercussioni sulla City, centro finanziario più importante d'Europa.

Il governo di coalizione al potere sta portando avanti politiche di rigore associate a un progetto riformativo innovativo, di cui è ancora difficile valutare la portata. E mentre la "provincia" reagisce alle difficoltà chiudendosi e assumendo atteggiamenti più critici verso l'immigrazione, Londra è più aperta e cosmopolita che mai, poco propensa a rinunciare alla "ricchezza" intellettuale che gli stranieri possono apportare.

Molti di queste contraddizioni sono il frutto della recente crisi economica, cha ha colpito significativamente l'economia inglese (senza però che l'effetto complessivo sia stato così drammatico). Nel 2008 il prodotto interno è diminuito del 4,9%, ma ha poi ripreso un moderato trend di recupero (Figura 1). Alla fine del 2010 era, infatti, dell'1% superiore al livello di inizio 2009 e, secondo le previsioni, dovrebbe superare il livello pre-crisi nel 2012 (Eurostat).

Alla fine del 2010 il tasso di disoccupazione si attestava all'8% (Office for National Statistics), dopo aver mantenuto valori vicini al 5% nei primi anni del decennio; è sicuramente un dato negativo, ma non peggiore di quello del resto dell'Unione Europea (tasso di disoccupazione nel 2010 pari a 9,6%) o dell'Area Euro (10%). Il tasso di cambio è crollato nel corso degli ultimi anni, erodendo parte del potere di acquisto dei cittadini inglesi, ma apportando qualche potenziale beneficio di breve periodo sulla tenuta delle esportazioni (Figura 2)

Ci sono almeno quattro campi in cui in cui il caso inglese mette in evidenza dualismi rilevanti, la risoluzione dei quali determinerà il volto del Regno Unito nei prossimi anni: il rapporto con la finanza, la strategia politica emersa durante e dopo l'ultimo ciclo elettorale, il rapporto con il resto dell'Unione Europea e il bilanciamento tra le richieste della periferia e del centro.

La crisi finanziaria ha colpito duramente il Regno Unito, e alcuni istituti sono stati sostenuti dal governo attraverso appositi piani di salvataggio. L'opinione pubblica (e la classe politica) si è divisa tra i fautori di norme più severe e coloro i quali sostengono che, nonostante tutto, la finanza non vada penalizzata, per evitare una fuga dei capitali verso le nuove borse emergenti (Figura 3)

Due sono stati i principali "campi di battaglia": i bonus ai banchieri e le regole sull'operatività delle banche. Le soluzioni adottate hanno rappresentato un esercizio di equilibrismo per soddisfare la richiesta di severità proveniente dall'opinione pubblica senza punire eccessivamente gli operatori del settore. È stata adottata, una tantum, una specifica imposta sui bonus (e l'opposizione ne chiede la riconferma) e l'aliquota marginale massima è stata elevata al 50% dal precedente governo (ed è stata mantenuta a tale livello, fino ad oggi, dal governo in carica).

Dal punto di vista dell'operatività, l'esecutivo, anche in contrasto con altri governi europei, si è spesso opposto a iniziative che potessero minare la competitività delle banche inglesi.
Ma il peso della regolamentazione è comunque aumentato e l'ipotesi che le grandi banche universali siano costrette a ridimensionarsi alienando parte delle loro attività spaventa gli operatori del settore.

 

 

Il secondo fatto emblematico dell'Inghilterra post-crisi trae origine dall'ultima tornata elettorale. Il Regno Unito ha affrontato un'elezione nel pieno della crisi: ne è uscito un governo di coalizione (anomalo di per sé nella storia politica inglese) guidato dai conservatori con la partecipazione del partito liberal-democratico (Figura 4).

Il nuovo governo ha scelto l'opzione del rigore finanziario accompagnato dall'attuazione di un programma di riforme volto alla creazione di quella che il premier conservatore David Cameron definisce la Big Society: un sistema di governo che valorizzi di più l'iniziativa privata e le comunità locali rispetto all'iniziativa del governo centrale.
Da un lato, quindi, una drastica riduzione della spesa pubblica per riportare sotto controllo i conti dello stato, dall'altra il tentativo di supplire a tali tagli con una politica innovativa, riformando profondamente l'organizzazione dello stato e la modalità di fornitura dei servizi pubblici. Non è facile prevedere oggi quali e quanto concreti saranno gli sviluppi di questa strategia politica, ma sicuramente il caso inglese rappresenta, anche sotto questo frangente, un esperimento interessante (Figura 5).

Il terzo "guado" a cui si trova di fronte il Regno Unito riguarda i rapporti con l'Unione Europea. Gli inglesi sono da sempre "freddi" nei confronti dell'U.E. e delle sue regolamentazioni eccessivamente vincolanti. E se il leader del partito Liberal Democratico Nick Clegg, convinto europeista, aveva inserito tra i punti del suo programma elettorale un potenziale ingresso del Regno Unito nell'Euro, oggi tale prospettiva sembra quanto mai remota. Il Regno Unito si è sfilato dai piani di salvataggio dei Paesi appartenenti all'Euro, e non ha partecipato, se non marginalmente, al dibattito sulle modalità per garantire la sopravvivenza della moneta unica. Occorrerà aspettare che la tempesta che coinvolge i paesi mediterranei dell'Unione si sia calmata per capire quale sarà il nuovo equilibrio che si verrà a instaurare tra il Regno Unito e gli altri paesi Europei.

C'è, infine, il contrasto tra la cosmopolita Londra, sede della City, e il resto del paese. Come evidenziato dall'Economist (The capital's creed, The Economist, 5 Febbraio 2011),  la classe politica che governa la capitale è contraria alle misure restrittive dell'immigrazione attuate dal governo centrale, ed è propensa a rimanere un centro finanziario di prim'ordine, aperta a nuove idee.

Così, se il resto del paese reagisce impaurito di fronte agli effetti della crisi e si chiude su se stesso, la capitale, che ospiterà i Giochi Olimpici del 2012, rimane aperta al mondo esterno e pronta a raccogliere le sfide e a ripartire nonostante le ovvie difficoltà a cui non poteva non andare incontro uno dei centri finanziari più importanti a livello globale.

E forse proprio questa scelta, questa contraddizione, racchiude un po' tutte le altre. Il Regno Unito sta attraversando una trasformazione, ma è ancora presto per capire se questa trasformazione lo renderà un paese ancora più moderno ed aperto oppure più chiuso su se stesso e, forse inevitabilmente, più "periferico" sullo scenario globale.

                                          Gabriele Guggiola
 

 

 

 

                              

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