Il ballottaggio dello scorso 4 Luglio ha aggiudicato la presidenza della repubblica polacca al moderato Bronislaw Komorowski, maresciallo del senato facente funzioni di capo dello stato dopo la tragica scomparsa di Lech Kaczynski.  

Sconfitto per 53 a 47 (Figura 1), in un duello tutto interno al centro-destra, il gemello del defunto presidente, Jaroslav, premier tra il 2005 ed il 2007.
Quest'ultimo, indietro nei sondaggi, ha saputo rimontare giocando una campagna tutta in attacco, all'insegna del populismo e sfruttando l'ondata di cordoglio nazionale che ha investito il Paese dopo la sciagura aerea dello scorso aprile, che ha praticamente decapitato i vertici dello Stato.

La tornata elettorale ha consegnato per il prossimo quinquennio l'ultimo tassello di potere mancante alla coalizione di centrodestra che regge il Paese dall'ottobre del 2007: la presidenza della repubblica. Tale carica non è puramente formale nella vita politica polacca: il presidente ha voce in capitolo su politica estera e difesa oltre che un forte potere di veto. Di quest'arma Lech Kaczynski si era servito con grande disinvoltura per inceppare l'azione riformatrice del governo guidato da Donald Tusk, piegando persino il Trattato di Lisbona a strumento di lotta contro un governo politicamente avverso.

Il fatto che sullo scranno più alto della repubblica sieda ora un uomo vicino al premier Tusk dovrebbe agevolare un cambiamento di marcia da parte dell'esecutivo. Sul fronte delle relazioni internazionali, il "rapporto privilegiato" con gli Stati Uniti patrocinato dai Kaczynski, specie nell'era Bush, dovrebbe essere riequilibrato da un miglioramento delle relazioni con l'Unione Europea, area in cui l'esecutivo di Varsavia cerca finalmente un ruolo da protagonista. L'occasione propizia potrebbe essere quella del secondo semestre del 2011 quando la Polonia assumerà per la prima volta la presidenza di turno dell'Unione. L'auspicata crescita del peso polacco, il più grande tra i Paesi UE dell'Europa centro-orientale per popolazione e territorio, si accompagna al miglioramento delle relazioni con i due vicini più potenti, la Germania e la Russia, già oggi tra i primi partner commerciali.

La svolta moderata è stata salutata con favore anche dai mercati, con un rafforzamento della divisa locale, lo złoty, che il giorno successivo all'elezione era di 0,9 punti sull'euro, quindi meglio di altre monete centroeuropee quali il fiorino ungherese, lo 0,4 o la corona ceca, con lo 0,8. E' questo un ulteriore attestato di stima verso un'economia che non ha risentito molto della crisi economico-finanziaria, e che ha fatto registrare una crescita del PIL del 3,5% rispetto all'anno precedente nel secondo trimestre 2010 (Figura 2). 

Complessivamente la Polonia è stato l'unico Paese europeo in grado di chiudere il 2009 in crescita (circa l'1,7%), guadagnandosi il titolo di "Tigre dell'est", al punto che il FMI stima che quest'anno il PIL polacco possa crescere di oltre il 3% (Figura 3).

 

Dal crollo del comunismo nel 1989 ad oggi, l'economia polacca ha saputo attrarre ingenti investimenti stranieri, toccando l'apice nel 2007, con quasi 17 miliardi di euro. Oltre agli investimenti dei privati, Varsavia ha saputo ben utilizzare i fondi europei , divenendo il maggiore beneficiario dell'UE.
Componente decisiva del successo polacco è il robusto mercato interno (trentotto milioni di persone), che rende il Paese meno dipendente dalle esportazioni e meno vulnerabile dei suoi vicini dell'Europa Orientale alle fluttuazioni della domanda internazionale. Sono state avviate importanti privatizzazioni e riforme fiscali, che hanno reso le imprese polacche molto competitive e attive anche sui mercati orientali.

Ciononostante, la Polonia continua a trascinarsi dietro un alto tasso di disoccupazione, attorno all' 11%, conti con l'estero in rosso (Figura 4) e un deficit di bilancio superiore ai 7 punti di PIL (Figura 5): poco se paragonato ad alcuni Paesi occidentali ma abbastanza per raffreddare gli investitori stranieri, se come in questo caso trattasi di un'economia emergente.  Per soprammercato, il debito pubblico poi sta aumentando e per quest'anno dovrebbe attestarsi al 55% del PIL (secondo il FMI). A questo concorrono in misura determinante le cosiddette "spese discrezionali", circa un quarto del bilanci dello Stato, che il governo impiega per sovvenzionare l'abnorme settore agricolo (i contadini costituiscono ancora il 17% della forza lavoro, oltre tre volte la media europea del 5%) e per il sistema sanitario. Per quest'anno l'esecutivo ha promesso di ridurre queste spese dell'1%. 

Malgrado i buoni risultati in campo economico e un tasso d'inflazione sotto controllo (Figura 6), il governo non è esente da critiche. Un esempio in tal senso è il piano di consolidamento fiscale presentato all'inizio di quest'anno, non molto dettagliato, con un'enfasi eccessivamente ottimistica sulle proiezioni di crescita e sui proventi delle privatizzazioni. Per altro verso la coalizione al potere dovrà dare buona prova di sé nei prossimi appuntamenti elettorali: le amministrative alla fine di quest'anno e le politiche del prossimo. Mettere mano ai bilanci dell'agricoltura vorrebbe dire regalare ai populisti parte significativa dell'elettorato del partito popolare, uno dei pilastri della coalizione.

Paradossalmente, nonostante l'ultimo successo elettorale, il centrodestra di Tusk si trova in una situazione difficile. Da un lato atteso alla prova delle riforme dai liberali e dai mercati internazionali, non potendo più farsi agevolmente scudo dell'irresponsabilità del presidente Lech Kaczynski. Dall' altra non può permettersi di perdere quel consenso che deriverebbe da una politica di tagli in vista delle prossime politiche, simili ad un redde rationem tra le due destre che si contendono la guida del Paese.
Il Kaczynski superstite, per parte sua, ha già iniziato a suonare il corno della carica.

                                          Alessandro Milani

 

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