La Mongolia è il Paese meno densamente popolato al mondo (3 milioni di abitanti per un territorio oltre 5 volte quello italiano) e quello con la più alta concentrazione di animali di allevamento (i capi di bestiame sono circa 25 milioni).
Un Paese dove è ancora forte il richiamo del nomadismo, se è vero che molti dei suoi abitanti vivono in yurte, tende circolari facilmente trasportabili e disegnate per resistere al freddo in inverno e isolare dal caldo in estate (Figura 1).
Quanto di più distante ci possa essere dai grattacieli delle banche di affari, verrebbe da dire. Eppure la Mongolia è riuscita a ritagliarsi un suo spazio nel mondo della finanza internazionale.

Bisogna risalire al novembre 2012, quando la Mongolia emise il suo primo bond internazionale. In un Paese dove tutto si chiama Gengis Khan (dalla piazza centrale della sua capitale, all’aeroporto, alla birra nazionale) non vi erano molti dubbi sul nome dell’emissione: “Gengis bond”. E con questo nome, non poteva che essere un’operazione ambiziosa: 1.5 miliardi di USD, all’epoca circa un quinto del PIL. I dati macroeconomici sembravano giustificare questo passo. Nel biennio precedente l’emissione (2011-2012), trascinata da investimenti stranieri nel settore minerario per oltre 40% del PIL, il Paese era cresciuto di oltre il 15% l’anno (Figura 2).
Forte di un rating positivo (B+ da parte di Moody's), la Mongolia ricevette ordini pari a 10 volte l’ammontare del bond, pagando uno spread inferiore a quello spagnolo. Agenzie di rating e investitori erano tutti proiettati sul futuro di un Paese dalle enormi ricchezze naturali (rame, carbone e oro), dimenticando che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) lo aveva dovuto salvare ben 5 volte in poco più di venti anni di vita da nazione indipendente.
E la storia purtroppo si è ripetuta: lo scorso Febbraio la Mongolia, in difficoltà a ripagare il suo debito, si è dovuta accordare con il FMI per un nuovo prestito di emergenza.

Cosa è successo?

• La Mongolia è stata vittima della fine del super-ciclo delle materie prime. I minerali rappresentano oltre il 90% dell’export del Paese. Nonostante i rialzi recenti, i prezzi record del carbone e del rame di 5 anni fa, sono un lontano ricordo (Figura 3).
• La concentrazione settoriale si accompagna alla concentrazione dei mercati di sbocco, con la Cina che assorbe oltre il 90% dell’export mongolo (Figura 4). Il rallentamento dell’economia cinese ha dunque colpito due volte l’economia mongola: nei volumi come nei prezzi del suo export. Peraltro i rapporti con la potenza vicina si sono irrigiditi dopo la recente visita del Dalai Lama in Mongolia - dove il 50% della popolazione si dichiara buddista - cui la Cina ha risposto con barriere tariffarie sui prodotti mongoli.
• Una lunga disputa legale tra il governo e la multinazionale anglo-australiana Rio Tinto, assegnataria del più grande giacimento nazionale di oro e rame (Oyu Tulgoi), ha ritardato lo sviluppo della seconda fase del progetto (dal valore di oltre 5 miliardi di USD) e raffreddato l’interesse di altri società estere. Ciò ha ulteriormente acuito la caduta degli investimenti diretti esteri (FDI - Figura 5).
• A peggiorare il quadro, lo dzud, una combinazione di venti e siccità, ha causato la morte di oltre un milione di capi di bestiame e messo in ginocchio gli strati più poveri della popolazione , costringendoli a spostarsi verso la capitale (Ulaanbaatar), diventata una delle città più inquinate al mondo .
• In risposta, le autorità locali hanno messo in pratica politiche espansive nella speranza di puntellare la crescita. Ci sono riusciti solo in parte, generando tuttavia continui deficit fiscali (Figura 6) e falcidiando le riserve estere (da 4 miliardi di USD nel 2012 a meno di 1 nel 2016).

Questi fattori hanno portato alle difficoltà attuali nel ripagare il bond. Peraltro il peccato originale, comune a molti Paesi emergenti, sta nell’aver voluto emettere più debito di quanto fosse possibile assorbire in maniera produttiva, pur di approfittare delle buone condizioni congiunturali (tassi bassi, forte richiesta per emittenti non tradizionali) e di entrare nel radar degli investitori stranieri.
L’accordo con il FMI è in fase di approvazione. Il parlamento mongolo ha rimosso l’ultimo ostacolo legato a una norma che imponeva di far transitare i flussi dei progetti internazionali su banche locali. Come spesso capita, più ancora dell’ammontare in sé, l’accordo con il FMI sarà utile nel convincere altri partner multilaterali (come la Banca Mondiale o la Banca di Sviluppo asiatica) o bilaterali (Giappone, Corea del Sud) a elargire prestiti agevolati per un totale che dovrebbe superare i 5 miliardi di USD. Una cifra sufficiente a dar respiro alle casse del Paese. In caso contrario, i cittadini mongoli sono addirittura disposti a donare gioielli e cavalli. Nella speranza che i creditori li accettino...

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