A cosa si pensa quando si parla di Libia? Le immagini ricorrenti riguardano Gheddafi - il colonnello dalle vesti sgargianti, i discussi discorsi e le visite in Italia - il petrolio, il gas, le terre desertiche e la scalata da parte di fondazioni / banche libiche a società occidentali (vedi il caso Unicredit).

La Libia (Figura 1) è un Paese legato storicamente all'Italia, almeno da quando il Regno d'Italia tra il 1911 e il 1912 intraprese la cosiddetta campagna per la conquista della Tripolitania e della Cirenaica. Oggi, a detta di Gheddafi, la situazione è capovolta. In uno dei suoi ultimi discorsi a Roma, il colonnello ha chiesto infatti all'Europa 5 miliardi di euro per contrastare l'"invasione barbarica" che farebbe diventare nel medio termine "nera e islamica" l'Europa (la Libia oggi è il ponte privilegiato per il passaggio di immigrati dall'Africa in Europa). E in questa sua previsione, numeri alla mano, il colonnello ha ragione (Ma sul futuro il Colonnello ha ragione - M. Deaglio - LaStampa 1.09.2010).

L'Italia dal canto suo al fine di risarcire la Libia ha in programma di costruire a proprie spese un'autostrada lunga 1.700 km che attraverserà la Libia dal confine con l'Egitto a quello con la Tunisia, da Tripoli a Bengasi. L'infrastruttura sarà una occasione per le aziende italiane: l'accordo con Gheddafi prevede che saranno solo italiane infatti le società che si potranno aggiudicare la mega-commessa da circa 5 miliardi di dollari e una prospettiva temporale per la realizzazione medio-lunga (vent'anni).

La Libia trova le basi della propria economia nella produzione e commercializzazione di petrolio e gas naturale. Grazie a queste risorse naturali sta facendo registrare tassi di crescita (Figura 2) molto interessanti.
Per quanto concerne l'inflazione, dopo il picco avuto nel 2008 con valori pari al 10%, si assiste ad una riduzione negli anni 2009 (3%) e 2010 (5%) e a proiezioni per il 2011 in ribasso.
Il fenomeno inflazionistico in Libia è dipeso specialmente dall'elevata spesa pubblica in progetti di sviluppo, dalla dipendenza dalle importazioni per quanto riguarda le derrate alimentari i cui prezzi sono mediamente aumentati a livello internazionale, e dall'aumento dei salari dei lavoratori.

Dall'altro lato diversi fattori hanno favorito la riduzione dell'inflazione nel breve periodo quali la razionalizzazione della spesa pubblica e la successiva introduzione di calmieri per i beni di prima necessità. In assenza di calmieri infatti buona parte della popolazione - il cui reddito medio risulta essere intorno ai 13.000 euro - si troverebbe in difficoltà: il 30% dei libici è disoccupato  e il 7% della popolazione si trova al di sotto della soglia di povertà (Figura 3).

Dopo gli anni di isolamento internazionale durato dal 1984 al 1999 a causa delle accuse di sostegno da parte della Libia del terrorismo internazionale (periodo segnato da una crescita del Pil negativa), lo sviluppo del Paese è avvenuto a ritmi sostenuti: la media tra il 2003 e il 2009 è stata del 6,7% e i valori massimi si sono registrati nel 2003 e nel 2005 con +13 e +10,3%. Lo sviluppo economico del Paese si basa sulla aumentata capacità produttiva del settore Oil & Gas e sulla crescita del segmento non - oil in particolare per quanto concerne le costruzioni, i trasporti, le telecomunicazioni e il commercio.

La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale durante il 2009 hanno positivamente valutato l'impegno delle Autorità libiche in questa fase di transizione  che mira a diversificare appunto i proventi derivanti ad oggi principalmente dal settore oil&gas. I settori non oil hanno beneficiato delle politiche governative di sviluppo economico-sociale che l'hanno portato ad avviare un vasto piano di sviluppo infrastrutturale - naturalmente finanziato in buona parte da rendite petrolifere accumulate nel corso degli anni - necessario in un'economia che si è da poco aperta ai mercati globali. Inoltre le relazioni internazionali migliorate con USA ed Europa hanno suscitato interesse da parte degli investitori stranieri. Tra i trattati, ricordiamo l'Accordo di Amicizia, Partenariato e Cooperazione stipulato tra Italia e Libia.

L'economia resta comunque ancora fortemente legata alla produzione ed esportazione di petrolio e gas naturale.
È proprio per questo motivo che le fluttuazioni della congiuntura internazionale (e la conseguente diminuita necessità di queste risorse a livello macro) si sono riflettute durante la crisi causando rallentamenti nella crescita del Pil (nel 2008 +3,4% e nel 2009 +1,8%)  e si rifletteranno direttamente sull'andamento delle principali variabili economiche.

 

 

Le proiezioni per i prossimi anni seguono l'andamento "timidamente" positivo
della congiuntura internazionale.
È ulteriore riprova di quanto affermiamo l'analisi relativa all'andamento del commercio internazionale (Figura 4). Notiamo infatti come la caduta delle esportazioni tra il 2008 e il 2009 sia davvero notevole (in solo un anno si sono dimezzate passando da 62 a 32 miliardi di dollari), mentre resta invariato il lato import. Il saldo commerciale con l'estero è di conseguenza peggiorato e le previsioni per il 2011 confermano questo trend.

La dipendenza dell'economia dagli idrocarburi - nonostante i citati tentativi di diversificazione dell'economia - si spiega inoltre con questi numeri: incidono per il 54% del Pil, per il 97% delle esportazioni e il 75% delle entrate fiscali. Inoltre la Libia: è la nona nazione al mondo per riserve mondiali di petrolio, subito dietro colossi quali gli Emirati Arabi Uniti e la Russia (Figura 5).
Come possiamo notare dalla Figura 6, l'87% della produzione - negli ultimi 5 anni i dati sono pressoché stabili - viene esportata, e specialmente verso Paesi Europei (nel 2009 il 79%).

Cruciale risulta anche lo sviluppo del settore "gas" (Figura 7) che ha visto aumentare del 90% la produzione tra il 2004 e il 2008, di cui circa 2/3 viene esportata.

L'Italia ha un peso fondamentale nel commercio internazionale del Paese (Figura 8): è il primo dei Paesi fornitori con il 19% ed è il principale mercato di sbocco con una quota superiore al 35% (è primo cliente libico per quanto concerne il petrolio esportato con una quota pari a quasi 1/3), seguito da Germania (10%), Francia (8%) e Spagna (8%). Negli ultimi cinque anni c'è stato un generale incremento degli scambi con l'Italia.
Più nello specifico, le esportazioni libiche sono incrementate del 9%, mentre quelle italiane in Libia si sono quasi raddoppiate passando da 1,4 a 2,5 miliardi di euro (Figura 9). Naturalmente vista la congiuntura internazionale tra il 2008 e il 2009 si registrano rallentamenti sia da un lato che dall'altro: le esportazioni italiane mostrano un rallentamento del 7% rispetto all'anno precedente; quelle libiche principalmente legate al settore oil&gas, del 39% con un valore complessivo di 10 miliardi di euro.

E proprio in questo settore l'Italia sta facendo "affari a tutto gas" con la Libia. Infatti basti pensare che la Libia rappresenta per Eni il primo Paese di produzione su scala mondiale, nazione in cui intenderà investire nel medio termine circa 25 miliardi di dollari. Infatti Eni ha concluso da pochi mesi un accordo con la società di Stato libica, la Noc, che le ha consentito di prolungare fino al 2042 la durata dei suoi titoli minerari per l'estrazione di petrolio nel Paese e fino al 2047 quelli per l'estrazione del gas. In questo settore, la Libia si impone come uno dei principali fornitori italiani con circa 95 miliardi di metri cubi esportati. Tra i principali gasdotti ricordiamo il Greenstream, costruito da Eni, che consente l'affluire da Tripoli di circa 8 mld di metri cubi all'anno. Il Gasdotto fa parte di un progetto più ampio, denominato Western Libyan Gas Project che ambisce a esportare il gas in Europa secondo questa processo: estrazione presso i giacimenti di Bahr Essalam e Wafa, trattamento presso l'impianto di Mellitah e trasporto attraverso il Greenstream.

In generale, nei confronti degli investitori stranieri - tra i quali Eni - il Paese si propone di garantire un ambiente che possa essere trasparente e favorevole al "business". Tuttavia ad oggi la Libia si colloca al 173° posto nell'Indice di Libertà Economica e al 130° nell'Indice di percezione della corruzione.

In conclusione, la Libia sta dunque attraversando un periodo di sviluppo notevole che l'ha portata a trattare sui tavoli internazionali con un ruolo diverso da quello che aveva solo dieci anni fa, ovvero come Paese sospettato di essere "amico dei terroristi". Oggi dire Libia significa dire petrolio e gas naturale, carburanti per le "macchine" dei Paesi di tutto il mondo. Le Autorità stanno provando a diversificare la propria economia incentivando lo sviluppo di settori non oil e l'investimento di fondazioni/banche in società straniere. È il caso ad esempio della scalata - che tanto scalpore ha fatto - a Unicredit da parte della fondazione Lybian Investment Authority che ora possiede il 2,59% del capitale sociale della principale banca italiana. Parafrasando il colonnello, le "invasioni barbariche" sono in atto non solo da un punto di vista sociale o culturale, ma anche da un punto di vista economico-finanziario. Sarà meglio contrastarle o accompagnarle cercando di "governarle"?

                                              Rocco Paradiso

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