Raggiunta l’indipendenza dall’Unione Sovietica all’inizio del 1990, i paesi baltici, ossia Lituania, Lettonia ed Estonia, sono presto passati dai piani quinquennali del dirigismo russo all’economia di mercato, fino ad essere assorbiti nel 2004 prima dalla NATO e poi dalla stessa Unione Europea. A tal fine essi hanno dovuto intraprendere una non facile opera di riforme e di ristrutturazione politico-economica tuttora in atto.

Il passaggio a una nuova economia ha cambiato lo scenario esistente, spingendo le società più reattive a tagliare le produzioni inadatte a generare profitti, ma ci sono voluti molti anni  per creare una nuova struttura produttiva con tecnologie, prodotti e mercati del tutto nuovi. Quindi, durante i primi anni di transizione, il PIL è calato, toccando il fondo nel 1994.

L’ingresso nell’Unione Europea è stato indubbiamente un notevole aiuto, che ha aperto i confini per l’emigrazione dei lavoratori baltici, favorendo il calo della disoccupazione (Figura 1), ha intensificato il commercio con gli altri stati membri e ha favorito l’ingresso degli investitori esteri. L’inflazione, inizialmente bassa, è però cresciuta dal 2004 ed è ora il principale ostacolo per soddisfare i rigidi criteri per l’entrata nell’Euro. Nel luglio 2006 i tassi d’inflazione  di questi paesi, infatti, superavano ampiamente la media dell’UE (il 2,4% circa), toccando il 4,4% in Lituania, il 4,5% in Estonia e il 6,9% in Lettonia. Alla luce di queste cifre, la prevista adozione dell’Euro nel 2007, slitterà probabilmente al 2009.

Ciononostante, gli attuali ritmi di crescita sono sbalorditivi e oltre ogni previsione: secondo dati tratti da The Economist, la crescita del PIL nel 2006 è stata dell’11,6% in Estonia, del 10,9% in Lettonia e  del 7,4% in Lituania. I risultati ottenuti dai primi due paesi, frutto di circostanze favorevoli e buone politiche, da un lato ne premiano la stabilità di governo, le allettanti possibilità per gli affari e gli investimenti esteri e la stabilità monetaria di fatto legata all’Euro, dall’altro suscitano negli analisti il timore di un eccessivo “surriscaldamento” di queste economie. Entrambe hanno infatti un pesante deficit dei conti pubblici come percentuale del PIL, fra i più alti dell’UE, ma comprensibile in paesi che si sono dovuti affidare pesantemente all’importazione di tecnologia per colmare il divario con il mondo occidentale. Il boom economico potrebbe diventare insostenibile, come accadde in Asia nel 1997 o più recentemente in Portogallo, colpito da costi alti e bassa crescita dopo un periodo di boom.

L’economia lettone è in questo senso quella che appare più fuori controllo e quindi in relativo pericolo.

La Lituania, il più grande degli stati baltici, sembra espandersi a ritmi più controllati e il locale Dipartimento di statistica sostiene addirittura che la tendenza sia verso la decelerazione. La fragilità di queste cifre è confermata, tuttavia, dal grande peso dell’economia sommersa in tutti e tre i paesi, la più alta nell’Unione Europea (Figura 2).

Le privatizzazioni nell’area baltica interessano l’80% delle imprese e il flusso di investimenti esteri è diventato considerevole; la stessa proprietà delle banche è quasi del tutto in mani straniere (svedesi e finlandesi in particolare). I principali investimenti esteri si sono diretti nelle telecomunicazioni, nei trasporti e nei servizi. Un esempio del potenziale baltico è nella compagnia Skype, di proprietà scandinavo-estone, che si è affermata come leader mondiale nelle chiamate telefoniche via internet (VOIP), acquistata nel 2005 da e-Bay per 2,5 miliardi di dollari.

 

Al momento sembra proprio l’Estonia il paese più avanzato sulla strada di uno sviluppo moderno e sostenibile, in parte grazie alle caratteristiche geografiche, in parte grazie al buon livello di specializzazione e di conoscenze tecniche della sua forza lavoro, la migliore dell’Europa centro-orientale. La vicinanza fisica e culturale con la tecnologica Finlandia, infatti, rende l’Estonia un importante snodo fra Scandinavia, Russia ed Europa centrale, fattore che ha favorito l’afflusso di investimenti esteri, attratti come sempre dai bassi costi di produzione, e del turismo di massa finlandese, più subdolamente concupito con l’abolizione delle tasse su tabacco ed alcoolici. Gli stessi finnici hanno di conseguenza investito molto nel settore alberghiero e nel commercio.

Più complessa è la situazione della Lituania, passata in poco più di due secoli dalla condizione di provincia della Prussia all’occupazione nazista e quindi dal comunismo sovietico all’ attuale indipendenza venata di nazionalismo, ancora minacciata dal fosco intreccio fra affari legali e illegali tipica degli stati nati dal crollo dell’URSS. Il governo lituano è tuttora in contrasto con Mosca a causa della più grande raffineria del paese e di tutto il Baltico, la Mazeikiu Nafta. I colossi sovietici Lukoil e Gazprom vorrebbero acquistarla, ma i lituani hanno preferito siglare, all’inizio dell’autunno 2006, un accordo con la compagnia petrolifera polacca Pkn Orlen. Il 2 ottobre nella raffineria è esploso un incendio che ha arrecato 50 milioni di dollari di danni e i lituani optano per la tesi della ritorsione russa. Allo stesso modo, il guasto verificatosi  lungo l’oleodotto Druzhba, che rifornisce anche la Mazeikiu Nafta, non riparato dal monopolista russo Transneft, ha costretto la Lituania  all’assai più costoso trasporto via nave. Il danno è stato ingente per un’economia in fase di crescita, ma un paese capace anche di diventare nel 2003 campione europeo di basket, uno degli sport più diffusi al mondo, merita comunque attenzione e fiducia.

La Lettonia, pur nella sua crescita impetuosa, pare più legata ad un’economia tradizionale basata sull’industria del legname e del mobilio, anche a causa  della mancanza di politiche che favoriscano la libera circolazione di persone  e merci e di riforme più incisive. Il settore dei servizi ha avuto comunque un boom in seguito all’indipendenza: nel 2005 ha inciso per il 70% del PIL contro il 32,9% del 1991. Il commercio e l’intermediazione finanziaria sembrano avere  un buon potenziale di crescita. Anche il settore dei trasporti e delle comunicazioni ha subito una rapida espansione e una modernizzazione grazie alla posizione geografica del paese.

Per tutti i paesi baltici il problema di più difficile soluzione sembra il rapporto pieno di rancori e sospetti con la rinascente Russia, soprattutto nel campo dell’approvvigionamento energetico. In quest’ottica, con l’appoggio della sola Polonia e il silenzio dell’UE, nasce il progetto della costruzione di una centrale nucleare (Figura 3). Il problema ha anche risvolti di politica interna, a causa della presenza delle minoranze russe, che recentemente hanno inscenato una violenta rivolta in Estonia in seguito alla rimozione del monumento ai caduti sovietici per la liberazione del paese dai nazisti.

                                                   Luca Deaglio

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