Il recente riavvicinamento tra Turchia e Russia (sancito da un summit a San Pietroburgo ad agosto 2016, poco dopo il fallito golpe contro Erdogan) sembra aver ricomposto alcune delle divergenze riguardo la guerra in Siria, in particolare sull’appoggio al regime di Assad e sulle operazioni militari contro le fazioni islamiste come ISIL e Fatah ash-Sham, precedentemente noto come Jabhat al-Nusra.
Quello che sembrava essere il punto di non-ritorno era stato l’abbattimento, nello spazio aereo turco, di un jet russo da parte dell’aviazione di Ankara lo scorso 24 novembre 2015.
Con la rottura dei rapporti con Mosca, Ankara aveva perso uno dei suoi partner principali non solo a livello politico e diplomatico ma anche economico.

E’ stato notato come tale rottura abbia portato la Turchia a volgere la propria attenzione verso altri potenziali partner, in particolare orientando in modo deciso la sua politica estera verso i paesi dell’Africa Sub-Sahariana. Un’analisi solo parzialmente corretta. Questa manovra non si è delineata infatti solo negli ultimi mesi, ma risponde ad un progetto in cui la Turchia si è impegnata per circa un ventennio, come dimostra anche il trend delle esportazioni turche verso i paesi in via di sviluppo (Figura 1). Un progetto che tuttavia, per l’Africa, presenta alcuni limiti, come vedremo. Di seguito proponiamo alcune riflessioni al riguardo: primo, il contesto entro cui si articola questa scelta; secondo, le principali linee guida di questa politica; e terzo, i risultati concreti che essa ha prodotto e i problemi che ha incontrato.


A livello di contesto regionale, a partire dalla seconda metà degli anni 2000, l’allora ministro degli esteri Ahmet Davutoglu vara la politica ‘Zero problemi con i vicini.’ La Turchia cercava di porre le basi per gestire relazioni bilaterali attarverso diplomazia, cooperazione e ‘buon vicinato’ con i paesi limitrofi, con i quali spesso erano esistiti profondi contrasti (specie con Iraq e Siria sulla questione curda). Dopo iniziali successi, questa politica è venuta a incrinarsi per due motivi. Primo, il ‘neo-Ottomanesimo’ (Figura 2) sponsorizzato da Recep Erdogan (allora prima primo ministro e ora presidente) e dallo stesso Davotoglu veniva interpretato con sospetto crescente proprio dai paesi confinanti, i quali temevano un eccessivo consolidamento della potenza turca nella regione.
L’economia turca aveva infatti conosciuto un’espansione notevole per tutti gli anni 90 e oltre (Figura 3 e Figura 4), e il suo esercito, parte della NATO, rimane tra i più potenti e preparati non solo nel Medio Oriente. In secondo luogo, e ancor più decisamente, le Primavere Arabe e poi la guerra in Siria hanno alterato le relazioni turche con i vicini. Alleata del regime di Assad, la Turchia ne ha chiesto per anni, dopo il 2011, la rimozione; ha dunque supportato gruppi di opposione, specie di natura Islamista sunnita (incluso il famigerato Stato Islamico, contro cui in data 24 agosto 2016 si è registrata la prima vera, vasta operazione mililtare turca, a oltre due anni dalla formazione del ‘califfato’), entrando in contrasto con un altro tradizionale partner regionale, l’Iran sciita.I rapporti rimangono tesi con l’Iraq, esso pure guidato da un governo sciita e con una regione autonoma curda che confina con la Turchia; in ultimo, le relazioni con Europa e Stati Uniti, per motivi che vanno da un’involuzione del processo democratico turco, alla gestione di profughi e migranti e al supporto appunto a milizie islamiste, sono andate deteriorandosi. Perciò, da ‘Zero problemi con i vicini’ la Turchia si è trovata a in una condizione di ‘Preziosa solitudine’, come il governo si è affrettato a rimarcare facendo buon viso a cattivo gioco.

La scelta dunque di rivolgersi al continente africano è il tentativo di trovare una terza sponda al di là di equilibri regionali che la Turchia sta ora cercando di ricomporre (oltre alla Russia, si pensi al ristabilimento delle relazioni diplomatiche con Israele, interrotte nel 2009 dopo l’incidente della flottiglia al largo di Gaza). La politica africana turca si articola su una lettura dei rapporti con il continente in chiave storica: la Turchia si presenta come l’erede dell’Impero Ottomano, sovrano su gran parte del Nord Africa, la cui influenza si estendeva anche verso il Sudan, la Somalia e poi, indirettamente, verso il Sahel. Questa influenza, sostiene Ankara, non si è mai trasformata in politiche coloniali, né durante la fase ottomana né dopo con l’instaurazione della Repubblica Turca nel 1923. Si rimarca dunque, velatamente ma non troppo, la differenza con paesi occidentali il cui passato coloniale è ben noto; su questa differenza, la logica prosegue, si possono costruire basi più solide di partnerariato e amicizia.
Il messaggio è diretto soprattutto all’Africa Sub-Sahariana, in quanto con i paesi arabi della costa settentrionale permangono rapporti diversi (più stretti e già consolidati) frutto appunto del comune passato ottomano e delle relativa vicinanza geografica.
Nel 1998, con l’annuncio dell’ “Opening to Africa Action Plan”, furono gettati i semi per una maggiore presenza turca nel continente, fino ad allora piuttosto marginale (si contavano solo sette ambasciate turche nell’Africa Sub-Sahariana e la sola ambasciata sudafricana ad Ankara). Il 2005 viene dichiarato “Anno dell’Africa” e vengono aperte cinque nuove ambasciate (ora vi sono 34 ambasciate turche in Africa e 32 africane in Turchia). Successivamente, nel gennaio 2008, la Turchia diviene un ‘partner strategico’ dell’Unione Africana a seguito di un meeting a Istanbul dove giungono le delegazioni di 49 paesi africani. Nel settembre 2013 la Turchia entra nella Banca Africana per lo Sviluppo. E’ poi appunto nel gennaio del 2015, nel contesto di isolamento regionale della Turchia discusso precedentemente, che Erdogan si reca in Etiopia, Gubiti e Somalia; per poi nel marzo visitare Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Guinea, accompagnato da circa 150 imprenditori.

Quali sono stati i risultati di questi sforzi? Se l’intento era di instaurare nuove e più solide relazioni diplomatiche con i paesi africani, vi sono buoni auspici: per esempio, i paesi africani in blocco sostennero la candidatura della Turchia per un seggio non-permamente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2014. Tuttavia, un’effettiva valutazione non può darsi dopo un lasso di tempo relativamente breve e a fronte di decenni di relazioni diplomatiche alquanto tenui. Rimane il fatto che la Turchia è soggetta ai vincoli imposti dalla sua geografia e, al di là del Nordafrica, il resto del continente resta distante e politicamente non così rilevante.
Se invece l’intento era trovare un nuovo mercato per le imprese e l’export turco, nuovi approvvigionamenti di materie prime o anche una diversificazione dell’import manifatturiero, il quadro è a prima vista molto positivo ma presenta poi tinte più contrastanti ad un’analisi approfondita. I dati più incoraggianti riguardano l’interscambio commerciale con il continente (escludendo sempre i cinque paesi arabi della costa nord): da 742 milioni di dollari nel 2000, a 3 miliardi nel 2003, 5,47 nel 2005, 7,5 nel 2011, per poi raggiungere addirittura i 23,4 nel 2014.
Le esportazioni sono cresciute da 2,13 miliardi di dollari nel 2003 a 13,7 nel 2014, le importazioni da 3,34 a 9,6. A fine 2014, gli investimenti diretti turchi in Africa erano di circa 6 miliardi di dollari. In questo contesto, la Turchia ha firmato 28 accordi bilaterali per il commercio e la cooperazione economica, 17 di promozione degli investimenti e 8 sulla rimozione della doppia tassazione. In questo senso, si consideri che però l’export turco di prodotti ad alto contenuto tecnologico a livello globale, al 6,2% nel 2002, era calato al 3,2% nei primi mesi del 2016. La Turchia sta quindi esportando sempre più prodotti a basso contentuto tecnologico, e dunque il successo sul mercato africano indica paradossalmente, da questo punto di vista, un mancato sviluppo della produzione turca.
Gli investimenti turchi hanno ad ogni modo coinvolto vari settori: in Etiopia e Sudan, investitori turchi si sono concentrati su infrastrutture e sviluppo immobiliare; in Sudafrica, nel tessile e nell’industria alimentare; in Senegal e Nigeria nel bancario e nell’arradamento. Inoltre la Turchia ha stanziato fondi per aiuti umanitari e allo sviluppo (772 milioni di dollari nel 2012 e 783 nel 2013), e offerto nel corso degli anni borse di studio a oltre 3.000 studenti africani per studiare in università turche.
Questi dati, certamente buoni, devono tuttavia essere esaminati con più attenzione. Se un interscambio cresciuto quattro volte in volume d’affari tra il 2003 e il 2014 è un risultato ragguardevole, esso indica pur sempre un interscambio con 49 paesi in totale (con la Nigeria primo parter, a circa 450 milioni), e rappresenta solamente un valore intorno al 5% del totale per la Turchia. Per dare un’idea, l’interscambio con il confinante Iran vale da solo oltre 25 miliardi e ha conosciuto recentemente un periodo di crescita molto significativa (Figura 5); quello con la Russia, tra il 2013 e il 2014, era di oltre 32 miliardi di dollari (Figura 6 - nei primi sei mesi del 2016, complice la crisi diplomatica menzionata in apertura, è sceso a soli 8 miliardi); per non parlare di quello con l’UE, circa 140 miliardi nel 2015. Il mercato africano non può dunque rappresentare nel medio periodo un sostituto valido a quello regionale, più sviluppato economicamente e consolidato storicamente.

Inoltre, lo scambio con l’Africa presenta un ulteriore problema: sono coinvolte per lo più piccole e medie imprese turche, in quanto le grandi aziende non sono attratte da un mercato sì demograficamente ampio, ma appunto diviso tra quasi 50 paesi, e con un potere d’acquisto pro-capite ancora limitato rispetto non solo a quello occidentale, ma anche a paesi come appunto Russia, Iran, Iraq.
In ultimo, l’azione turca si è rivolta all’intera area sub-Sahariana. Permagono dubbi sull’effettiva capacità – economica, politica, diplomatica – di portare avanti un progetto simile (vi sono voci di ambasciate con problemi di mancanza di personale qualificato); ed è pure da ricordare come altri paesi (Cina, Stati Uniti, Giappone, senza considerare l’Unione Europea) siano già da anni presenti in Africa, un mercato dove dunque la competizione rimane comunque serrata.

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