Nel suo primo giro europeo, a corollario del G20 di Londra, il Presidente Obama si è recato anche in Turchia, per un prima consultazione su uno dei nodi spinosi dell'attuale scenario internazionale.

Apparentemente Obama deve sciogliere la questione armena, risalente al 1915: secondo gli Armeni, si trattò di "genocidio" ed il Presidente USA, che in campagna elettorale si scagliò contro ogni forma di "genocidio", deve inventare un compromesso diplomatico, per non inimicarsi le autorità turche. Così per la questione armena è iniziato a circolare il termine "diaspora".

L'apprensione del Presidente USA a non stuzzicare la suscettibilità della Turchia ha ragion d'essere: questo Paese, infatti, si inserisce nel complesso scacchiere medioriental-caucasico, dove convergono frizioni dalle mille sfaccettature etniche, religiose e storiche. Oltre tutto, all'estremo opposto (non solo geografico) di tale scacchiere siede niente meno che la Russia di Putin.

Anche fra gli alleati storici di Obama emergono, sull'argomento Turchia, non pochi dissapori e visioni contrastanti. L'Europa, infatti, ha una prevenzione storica nei confronti del Paese anatolico. Storicamente le radici giudaico-cristiane della cultura europea si sono sempre contrapposte alla "commistione" con il mondo musulmano. Nel nostro subconscio sopravvive  il  retaggio delle scorribande saracene o delle invasioni militari turche, più volte fermate proprio sotto le porte di Vienna.

Ovviamente l'America non vive le stesse sensazioni e percepisce invece come prioritario il poter contare sulla Turchia in qualità di "alleato" nei generali rapporti con il mondo musulmano. In pratica gli USA guardano alla Turchia solo nel suo ruolo di componente delle NATO. Viceversa l'Europa si interroga sull'opportunità di accogliere questo Paese fra le fila stesse della Comunità continentale. Da un lato anche per l'Europa sarebbe bene non perdere questo importante alleato ed anzi legarlo sempre più alle vicende dell'intero continente; dall'altro, estendere lo status di cittadini europei anche ai cittadini turchi apre le porte al rischio di futuri flussi migratori incontrollabili: in pratica il rischio è  che si imbarchino nella carovana comunitaria un numero incontrollato di individui che, acquistando senza gli adeguati controlli la cittadinanza turca, in automatico acquistino quella europea. 

Naturalmente non è politicamente corretto accusare (a priori) le autorità turche di scarsa capacità di controllo e quindi ci si arrampica sui vetri per dare una pennellata di legittimità alle posizioni ostili verso il coinvolgimento turco nella EU. Il conflitto greco-turco in merito all'isola di Cipro è uno di questi pretesti.

Per comprendere meglio la questione è necessario ripercorrere a grandi linee l'evoluzione della Repubblica Turca (vedi Carta tematica), che fu fondata nel 1923 sotto la guida di Mustafa Kemal, poi chiamatosi Ataturk (Padre dei Turchi).
La Turchia impostò la sua struttura istituzionale ed economica ispirandosi all'Occidente: fin dall'inizio è stato esplicitamente affermato il carattere laico della Stato, seppur inserito in un contesto religioso chiaramente islamico.

Nonostante alcune parentesi di Governo dei militari (di cui l'ultima risale al 1980-83), la Turchia può essere considerata uno Stato costituzionale. Tuttavia i militari continuano a disporre di una importante presenza nella vita politica interna, contrapponendosi all'altra ideologia dominante, quella più dichiaratamente "islamica".

Il Parlamento (unicamerale)  ha provveduto ad eleggere nell'agosto 2007 l'attuale Presidente, Abdullah Gul, ma il prossimo Capo dello Stato sarà eletto direttamente dal popolo nel 2014. Le prossime elezioni politiche sono invece in calendario nel luglio 2011.
L'attuale Governo è sostanzialmente imperniato sul Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), che rappresenta l'area islamica-liberale. In realtà l'AKP, già con la sua vittoria elettorale del 2002, ha saputo attrarre buona parte dell'elettorato di centro-destra (tradizionalmente dominante nel panorama turco), disorientato dalla divisione, nel corso degli anni '90, nei due partiti antagonisti, l'ANAP e il DYP. Con il tempo l'AKP ha progressivamente incorporato gli esponenti politici dell'ANAP.

La politica dell'AKP può essere sinteticamente descritta come moderatamente conservativa, ma con una maggior attenzione alle radici musulmane. Per tale motivo una buona parte delle Istituzioni, dall'Esercito alla Magistratura allo stesso Presidente (tutti "gelosi" della laicità dello Stato), continuano a esprimere non poca diffidenza verso tale schieramento politico.

Il panorama politico turco comprende anche gli schieramenti di centro-sinistra (di stampo socialista), quelli ultra-nazionalisti, quelli esplicitamente islamici ed infine il movimento a sostegno del Kurdistan, lo "Stato che non c'è", che in gran parte si estende a cavallo del confine fra Turchia ed Iran. 

 

La convivenza fra questi orientamenti politici è sicuramente non facile e, mescolandosi con l'ingerenza delle alte sfere militari, spesso condiziona le posizioni governative.

L'impostazione occidentale, originariamente sposata dalla Turchia, ha implicitamente comportato un quadro economico di tipo industrial-capitalistico. Tuttavia il sistema turco ha sistematicamente espresso un'accentuata instabilità che è sfociata, nel 2001, in una profonda crisi finanziaria. Da tale crisi la Turchia è uscita anche grazie alle riforme "imposte" dal FMI, a fronte delle erogazioni di fondi, ma ciò non è risultato sufficiente per evitare una violenta svalutazione della moneta, la Lira turca (sigla internazionale: TRY).
Anche dopo lo sbandamento (Figura 1), la TRY, pur in un contesto di recupero dai momenti di maggior crisi, ha continuato a registrare un sostanziale indebolimento, arrivando a perdere  (in 10 anni) l'80% del suo valore sia contro Euro che contro USD .

Tuttavia, archiviata la crisi interna del 2001 il quadro economico turco poteva essere considerato complessivamente equilibrato, almeno fino alla generale crisi del 2007-'08: il PIL (Figura 2) è cresciuto a ritmi annui nell'ordine del 5% -10%, l'inflazione (Figura 3), che "oscillava" al 65%-70% negli anni della crisi turca, si è ora portata a cavallo del 10% circa, la Borsa (Figura 4) era progressivamente salita, ma poi è "crollata" del 65% dai massimi di fine '07 a fine '08, salvo rimbalzare successivamente del 40%.

Questo scenario si è a lungo ben sposato con una politica di progressivo ridimensionamento del rapporto deficit/PIL, anche per la "volontà" di puntare a rispettare i parametri europei, nell'ottica di eventuale annessione alla EU. Tutto ciò ha consentito alla Banca centrale di abbassare sistematicamente il costo del denaro. Il tasso di interesse trimestrale (Figura 5) è sceso dalle vette astronomiche del 55% di metà 2002 (quando è iniziata la rispettiva serie storica) fino all'attuale livello del 10%.

Questo "quadretto soave"  si è naturalmente deteriorato nell'ambito della generale crisi del '07-08, che ha colpito non solo il listino azionario, ma anche le principali grandezze economiche turche: la produzione industriale ha chiuso il 2008 con una contrazione del 18% e la disoccupazione è già balzata verso il 15% dai precedenti livelli a cavallo del 10%.

Il PIL 2008 chiude ancora in terreno positivo (+1,4%), ma le previsioni 2009 (Figura 6)  individuano una possibile contrazione stimata dagli economisti attorno al 2%. E' però notizia recente che il governo turco intende presentarsi all'FMI per chiedere un nuovo prestito, avanzando la giustificazione di un calo del PIL '09 stimato al -3,6%.
Il quadro recessivo presenta, però, due facce contrapposte: da un lato favorisce il netto ridimensionamento dell'inflazione, attesa in progressivo ribasso verso il 5% annuo in un arco temporale quinquennale; dall'altro mette sotto pressione il rapporto deficit/PIL (che potrebbe salire a oltre il 4% nel biennio 2009-10) aprendo, in campo europeo, nuovi scontri ideologici sul "problema" Turchia.

Infatti, non si può imporre una gestione assolutamente severa nella politica di bilancio agli attuali membri della EU, se contemporaneamente si accetta che qualcun altro (nella fattispecie la Turchia) possa derogare; dall'altra se, nell'immediato, si impongono gli stessi criteri stringenti anche alla Turchia, si rischia di provocare un "rifiuto" dell'opinione pubblica turca, perché anche là la crisi economica (che comporta aumento della disoccupazione e contrazione dei consumi) richiede un'azione keynesiana, a sua volta finanziata con maggior disavanzo pubblico.

Il sentiero è stretto, ma forse una via di uscita dal problema esiste: proprio la contrazione della domanda interna, combinata con prezzi internazionali delle materie prime "smussati" rispetto ai picchi di metà '08, sta già progressivamente erodendo il deficit turco delle nei conti con l'estero. Un trend del genere agisce attenuando le pressioni internazionali sul sistema finanziario turco, alleggerendo le potenziali criticità a carico del cambio e consentendo così la prosecuzione della politica monetaria di tassi in calo o comunque non in rialzo (come invece richiederebbe una nuova e pesante crisi valutaria).

Sul piano economico-finanziario potrebbe essere, paradossalmente, la stessa crisi mondiale a facilitare il cammino della Turchia lungo sentiero di possibile "convergenza" verso l'Europa.
Sul piano politico-istituzionale restano inalterate le questioni sul tavolo e i leader europei devono confrontarsi con i nostri ancestrali  timori, riassunti dal motto "Mamma li turchi!"

                                                 Carlo Crovella

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