Nel delicato quadro geopolitico dell’Asia sud-orientale una delle direttrici strategiche più rilevanti è quella perseguita dalla Cina nell’ultimo decennio e nota con il nome di strategia del “filo di perle”.  Essa prevede il rafforzamento delle relazioni politico-commerciali con i paesi della fascia costiera asiatica che va dal Mar Rosso fino all’Indocina. Lo strumento utilizzato è la costruzione di opere infrastrutturali che vengono realizzate in compartecipazione tra aziende o capitali cinesi (spesso pubblici) e partner della nazione interessata.

 Ogni intervento è realizzato in località di notevole importanza geo-strategica e costituisce appunto una delle “perle”, dotata di una propria valenza autonoma e realizzata secondo specifiche valutazioni del rapporto costo/benefici.
Osservando il complesso degli interventi su scala sub-continentale, tuttavia, la loro stessa localizzazione suggerisce che l’importanza aggregata dell’operazione supera la mera somma dei singoli siti. È questa la ragione che ha portato molti analisti a parlare dell’esistenza di un vero e proprio“filo” , concepito consapevolmente da Pechino in chiave strategica a sostegno della propria politica economica, sicurezza energetica e strategia politico-militare.

 In chiave economica, i vantaggi sono distribuiti tra i paesi coinvolti: lo stato interessato dalla presenza cinese beneficia delle nuove costruzioni e reti di servizi, oltre che dei flussi di investimento, mentre la controparte cinese ottiene appalti per le proprie aziende specializzate e condizioni agevolate per l’accesso alle strutture. Nel caso del Pakistan, ad esempio, Pechino ha sborsato più di 400 milioni di dollari USA per realizzare gli attracchi per le navi nel porto di Gwadar (Figura 1) e costruire un’autostrada che congiunga Gwandar con Karachi, la più grande città del paese. Investimenti per miliardi di dollari sono ora allo studio per realizzare infrastrutture di collegamento tra il Beluchistan (la provincia sulla cui costa si trova Gwadar) e la regione autonoma cinese dello Xinjiang. Il governo di Islamabad ha stimato in oltre 50 miliardi di dollari USA le potenziali entrate derivanti dai diritti di passaggio per i prossimi vent’anni.

 Al di là delle benefiche ricadute sulle proprie multinazionali specializzate nelle costruzioni, però, il “filo di perle” costituisce per la Cina un’importante rete di punti d’appoggio portuali lungo la cruciale rotta commerciale che si snoda tra il Canale di Suez e lo Stretto di Malacca, attraverso la quale transita circa il 40% del commercio globale, secondo le stime dei Lloyds londinesi (Figura 2). Di questi imponenti flussi commerciali, una quota rilevantissima è costituita dagli approvvigionamenti energetici che da Suez procedono verso l’Asia orientale. Le stime più prudenti parlano di risorse che coprono oltre 2/3 del fabbisogno di Cina e Giappone, e che, dopo aver attraversato l’Oceano Indiano, sono incanalate a Malacca e di qui alla loro destinazione finale. In questa luce si coglie un altro aspetto dell’importanza del porto di Gwadar, la perla più splendente del filo intessuto da Pechino sulla costa meridionale dell’Asia continentale.  Nel 2008, quando sarà completamente operativo, il porto svolgerà una duplice funzione: da una parte faciliterà di molto l’esportazione di beni prodotti in Asia centrale, Afghanistan e Cina occidentale; dall’altra – e soprattutto – esso costituirà il punto di partenza per un corridoio energetico terrestre che metta in contatto diretto il Mar Rosso con la Repubblica Popolare. Il risparmio, in termini di tempo e di costi, sarà estremamente significativo.

In entrambi i casi, inoltre, lo Stretto di Malacca sarà bypassato, risolvendo una situazione di cronica dipendenza da un collo di bottiglia geo-strategico estremamente vulnerabile ad attacchi terroristici e blocchi navali in caso di conflitto internazionale. Emerge così la rilevanza geopolitica di questa componente del “filo di perle”, tanto per la Cina, quanto per il Pakistan. 
Potendo contare su Gwadar, Islamabad può pensare di riequilibrare i flussi di merci nazionali, che oggi affluiscono per quasi il 90% al porto di Karachi – vicino all’India e facilmente passibile di blocco navale.

 

 

Dal canto suo, Pechino dispone di uno strumento significativo per stemperare il vantaggio strategico di cui il potenziale concorrente indiano dispone in virtù della propria collocazione geografica. In questo senso assumono rilievo anche le altre “perle” (Figura 3) , ossia i porti di  Akyab, Cheduba e Bassein in Myanmar, quello di Chittagong in Bangladesh, e l’avamposto realizzato su una delle isole Coco.

 Nel caso di Myanmar, la Cina vi ricerca in particolare basi per la propria marina militare, oltre che punti dove realizzare installazioni per operazioni di intelligence ambientale che coprano tanto lo Stretto di Malacca, quanto il Golfo del Bengala. Lo stesso può dirsi delle fortificazioni realizzare nelle isole Coco e nell’isola cinese di Hainan, come anche dei tentativi di avvicinamento al governo dello Sri Lanka in vista di diritti di accesso al porto oceanico di Trincomalee. La località di Chittagong in Bangladesh, invece, pare rivestire un’importanza principalmente commerciale.

Il più ampio quadro geopolitico suggerisce osservazioni contrastanti, legate alla progressiva crescita dell’influenza cinese in Asia, al rapporto tra Pechino e i cosiddetti “stati canaglia” e alla modernizzazione delle forze armate cinesi. Nel primo ambito, il punto cruciale all’attenzione di governi e analisti è la disponibilità di Pechino a giocare un ruolo costruttivo nel quadro dell’odierno ordine internazionale. Le prese di posizione del Premier cinese Wen Jiabao in occasione della riunione plenaria annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo dell’aprile 2007 appaiono confortanti in questo senso, ferme restando le sollecitazioni al rigoroso rispetto della sovranità nazionale della RPC. Più problematico è l’approccio “amorale” adottato dalla Cina nella conduzione dei propri rapporti internazionali, evidente soprattutto nei confronti di paesi “canaglia” sulla sponda Sud del continente asiatico, come Myanmar e, per certi versi, Pakistan. La presenza dell’alternativa rappresentata da Pechino – risolutamente contraria ad interessarsi alle questioni interne dei paesi con cui collabora – indebolisce le politiche di condizionalità occidentali, attraverso cui Stati Uniti ed Europa in particolare collegano i propri investimenti a criteri di rispetto dei diritti umani e delle basilari norme di trasparenza nella governance nazionale nei paese riceventi. Infine, il persistere di una politica di ammodernamento degli armamenti dell’esercito e, soprattutto, della marina cinese, insieme alla scarsa trasparenza della politica di difesa nazionale nel suo complesso, inducono a riflessioni prudenti sulla disponibilità da parte di Pechino di un “filo di perle” che possa costituire una serie di “teste di ponte” nell’Oceano Indiano. Per far fronte a questa possibilità, la Marina indiana ha istituito un Comando Navale per l’Estremo Oriente localizzato a Port Blair, nelle Isole Andaman, mentre Washington prosegue il lento ma progressivo consolidamento delle alleanze con la stessa India, il Giappone e l’Australia.

 In conclusione, la cosiddetta strategia del “filo di perle” può essere considerata un’ottima manifestazione del concetto-cardine di “sviluppo pacifico” nella politica cinese. Al momento, infatti, non vi è alcuna prova di intenti ostili da parte cinese, né di comportamenti imperialistici o neocoloniali. Al contempo, non vi sono elementi che inducano a pensare a un aperto tentativo di Pechino di sostituire la propria presenza a quella statunitense o indiana, impostando rapporti di natura esclusiva con Pakistan, Myanmar, o Bangladesh. In questo senso, il “filo di perle” è più che altro una sovra-struttura analitica, che non identifica tanto una realtà esistente, quanto una possibile chiave di lettura circa l’evoluzione dei rapporti di forza nell’Oceano Indiano. Sono principalmente le proiezioni sul futuro di breve-medio periodo a dare plausibilità a questa prospettiva analitica. L’intendimento diffuso presso l’establishment di sicurezza statunitense e indiano, infatti, è che – per quanto pacifico e sedimentario possa essere il processo – quando sarà giunto il tempo di ridisegnare gli equilibri asiatici, l’Oceano Indiano sarà tra gli scacchieri più importanti dell’intera partita.

                                       Giovanni Andornino

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