Le elezioni anticipate, svoltesi in Polonia lo scorso 21 ottobre, potrebbero segnare un'inversione di rotta per il paese. Il successo del partito liberale Piattaforma Civica porterà infatti quasi certamente il suo leader, Donald Tusk, ad essere il nuovo premier. L'esito elettorale dovrebbe quindi mettere fine alla singolare concentrazione del potere nelle mani dei due gemelli Kaczynski, Lech alla Presidenza e Jaroslaw come Primo Ministro, che da un anno a questa parte hanno guidato la Polonia a colpi di crociate morali, appelli al nazionalismo e populismo conservatore, spingendola di fatto ai margini della Ue (Figura 1). Tuttavia, alcuni elementi lasciano presagire che il percorso di normalizzazione politica del paese non sarà semplice nè immediato.

Primo tra i paesi dell'ex blocco sovietico ad indire libere elezioni, la Polonia è stata governata in questi anni da partiti discendenti dal movimento Solidarność, alternati a coalizioni di ex-comunisti. Divenuto un membro effettivo della NATO nel 1999 e della Unione europea nel 2004, il paese ha intrapreso un processo di rapida modernizzazione che ha fruttato ottimi risultati dal punto di vista economico (Figura 2). Sul piano politico, una situazione di diffusa corruzione ed il mancato rinnovamento della classe dirigente hanno alimentato una profonda disaffezione dei cittadini, contribuendo ad aprire la strada al successo di appelli populistici e reazionari.

I fratelli Kaczynski giungono ai vertici del sistema politico polacco nel settembre 2005, quando il loro partito, Legge e Giustizia, si afferma come la prima formazione (27%) e dà vita ad un'alleanza con i populisti della 'Lega delle Famiglie Polacche' (11%) ed il partito nazionalista 'Autodifesa' (8%). Un mese più tardi Lech Kaczynki viene eletto Presidente. Nel luglio del 2006, in seguito ad una crisi di governo Jaroslaw, nominato dal fratello, assume il ruolo di primo ministro, dando quindi luogo ad un discusso 'condominio'. Al centro della loro azione, ed alla base del loro successo elettorale, vi è l'idea di una vera e propria rivoluzione conservatrice, diretta allo stesso tempo verso lo Stato e la società: un progetto politico mirante a creare una cesura, una sorta di 'Quarta Repubblica' fondata sulla definitiva 'purificazione' dall'eredità del passato comunista, sul recupero dei valori tradizionali (Dio, Patria, Famiglia) e su di un profondo rinnovamento dello Stato.

Per molti versi, quello dei fratelli Kaczynski è un governo rivolto al passato: o meglio a riportare a galla - per poi sfruttarle politicamente - tensioni latenti che affondano le proprie radici nella storia più o meno recente del paese. In tal senso, il caso più noto è stato forse quello dell'adozione, nel marzo 2007, della cosiddetta Lùstrazia, la legge - poi dichiarata incostituzionale - che imponeva a migliaia di cittadini polacchi di dichiarare per iscritto la loro passata collaborazione con i servizi di sicurezza dell'ex regime comunista.  È in questo clima da inquisizione, ad esempio, che Stanislaw Wielgus, nominato arciverscovo di Varsavia nel dicembre 2006, è stato costretto alle dimissioni per le accuse relative ad un suo passato di informatore.

Sul piano internazionale, questo impulso revisionista è sfociato in episodi di aspra contrapposizione nei confronti dei due 'ex-occupanti', Russia e Germania.
Proprio con quest'ultima la Polonia ha infatti dato luogo ad un durissimo braccio di ferro durante il Consiglio europeo del Giugno 2007, rischiando seriamente di far saltare l'intero vertice - cruciale, dopo quasi due anni di stallo dell'Ue - a causa dell'intransigenza delle sue posizioni. Anche la tensione con la Russia ha avuto modo di manifestarsi sul piano europeo, con l'opposizione della Polonia alla conclusione di un nuovo Accordo di partenariato tra la Ue e la Russia.

Sempre in ambito Ue sono poi da segnalare alcune tensioni dovute alla richiesta del Parlamento Europeo di una commissione per indagare su alcune iniziative discriminatorie adottate dalla Polonia nei confronti degli omosessuali.

Da ultimo, anche i rapporti con Washington sembrano essersi decisamente raffreddati, in seguito alle resistenze polacche nei confronti del progetto americano di scudo spaziale.

E in questo incrinarsi dei rapporti internazionali si può forse cogliere una delle ragioni che ha contribuito alla sconfitta della linea Kaczynski. In un paese che ha tratto grandi vantaggi dall'ingresso nell'Unione Europea - grazie alla forte crescita degli investimenti esteri, le rimesse degli emigrati, e l'utilizzo dei fondi Ue - l'orientamento isolazionista ed euroscettico del governo potrebbe aver trovato pochi consensi nell'elettorato moderato che ha visto in questi anni migliorare la propria condizione. In aggiunta, i quasi due milioni di polacchi che hanno lasciato la Polonia per trovare lavoro all'estero - e che per la prima volta sono stati chiamati a votare - possono essere stati influenzati dalla caduta dell'immagine internazionale del paese.

Tuttavia, è soprattutto sul piano interno che la rivoluzione dei Kaczynski ha fallito. La lotta alla corruzione condotta a colpi di scandali e di dossier dell'Istituto della Memoria nazionale, l'uso disinvolto dei servizi segreti e la concentrazione del potere, a molti devono essere parsi i mezzi sbagliati per condurre una battaglia, quella della difesa dello Stato contro vecchie e nuove oligarchie, che sembrava riscuotere ampio consenso. Certamente i Kaczynski hanno saputo cogliere i sentimenti di quanti, di fronte al riaffiorare di volti e logiche appartenenti al vecchio regime, si sono sentiti defraudati dei frutti della libertà conquistata; eppure, di fronte al rischio di perdere quella stessa libertà, gli elettori polacchi hanno scelto di cambiare rotta.  Anche il disgregarsi del governo in carica tra lotte di potere, scandali e reciproche accuse di corruzione, ha certamente contribuito in tal senso.

Le elezioni anticipate hanno quindi assunto in qualche modo il senso di un referendum sull'operato dei due fratelli, ed hanno dato un chiaro responso: 'Piattaforma Civica', il partito di Donald Tusk (che nelle presidenziali del 2005 era stato sconfitto da Lech Kaczynski), ottiene il 41,5% dei voti e si avvia a formare il governo in coalizione con il 'Partito dei Contadini' (8,9%), mentre 'Legge e giustizia', il partito dei Kaczynski, si ferma al 32,1%. Confrontando i dati (Figura 3) con quelli del 2005, si possono avanzare due considerazioni: se da una parte i Kaczynski mantengono intatto - ed anzi incrementano - il favore del proprio elettorato (+ 4%), dall'altra perdono decisamente la sfida con il loro diretto oppositore, che in soli due anni guadagna quasi il 20% in più dei consensi. Un dato certamente positivo è quello dell'affluenza alle urne (54%) - il dato più alto dall'89 - che inverte il trend di apatia elettorale che aveva toccato i suoi massimi nelle elezioni del 2005 (40%) e nelle elezioni europee del 2004 (20%).

La vittoria di Tusk è stata salutata come il ritorno della Polonia alla democrazia ed all'Europa, e certamente rappresenta un segnale in tal senso.  Le prime dichiarazioni del futuro premier, tra cui la promessa dell'adozione della Carta dei Diritti fondamentali dell'Ue, finora osteggiata, ne sono conferma. Tuttavia, alcuni elementi suggeriscono una certa cautela. Da una parte, occorre sottolineare che quasi un terzo dell'elettorato ha comunque scelto di votare per 'Legge e giustizia', segnalando così che la linea politica dei Kaczynski continua a godere di un consenso non trascurabile; in aggiunta, la divisione dell'elettorato è geograficamente netta (Figura 4) e rischia quindi di dar luogo ad una spaccatura del paese in due blocchi contrapposti (analogamente a quanto avvenuto nella vicina Ucraina). Dall'altra parte, Lech Kaczynski rimane saldamente in sella nel suo ruolo di Presidente (l'incarico scadrà nel 2010), ed ha già lasciato intendere che userà tutti i poteri a sua disposizione - tra cui quello di veto - per rendere difficile la vita al nuovo governo. Più che una svolta netta, quello della Polonia può essere forse meglio descritto come il ritorno sul faticoso cammino del definitivo consolidamento della propria democrazia.

                                                    Enrico Fassi

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