«Violare la legittimità costituzionale minaccia la pratica della democrazia» comunicava il  presidente Mohammed Morsi alla vigilia della sua destituzione.

«Assicureremo sicurezza e stabilità al paese» tranquillizzava il presidente ad interim Adly Mansour, succeduto a Morsi, nel primo discorso alla nazione dopo l'intervento militare del 3 luglio 2013.

Quanto ci sia di dispotico, nonostante il sostegno della folla, nel rimuovere il primo presidente egiziano democraticamente eletto e il suo governo, è difficile dirlo.

Certo è singolare che proprio Adly Mahmoud Mansour, presidente della corte costituzionale si sia trovato capo dello stato ad interim con il compito di far riscrivere la costituzione (appena ratificata il precedente 26 dicembre) che fino a pochi giorni prima aveva il compito di garantire e difendere.

La folla era mobilitata dal 30 giugno, quando erano state raccolte 22 milioni di firme contro il governo Morsi; ma già il 7 maggio il Primo ministro Hisham Qandil, in pieno impasse politico, aveva effettuato un rimpasto di governo per cercare di dare risposte alla crisi economica e alle promesse mancate.

Morsi, forte dei 13 milioni di voti ottenuti, ha guidato il paese portando avanti le sue idee senza compromessi, benché fosse stato eletto con solo il 51,7% dei voti. Ha gestito malamente l'economia nazionale e la precaria situazione sociale con riforme che scontentando l'altra metà degli egiziani e la minoranza copta, alimentavano il malcontento popolare.

La sua carcerazione ha fatto insorgere quella parte di popolazione che si riconosce nella Fratellanza musulmana che lo aveva votato pochi mesi prima e che ha bocciato il nuovo governo egiziano definendolo "illegittimo" e che non cesserà le mobilitazioni fino al ripristino alla presidenza di Mohammed Morsi.

Forse la teoria delle "democrazie delegate" di Guillermo O'Donnell permette di spiegare questa turbolenta fase dell'evoluzione egiziana come parte di un contesto storico-sociale più complesso e articolato tipico delle "uncertain democracies".

Secondo lo studioso argentino recentemente scomparso, non si ha mai un passaggio diretto tra autocrazia e democrazia, ma, almeno nella parte iniziale, l'abbozzo istituzionale democratico dovrà convivere con una "grey area" in cui coesistono ingerenze di paesi esteri interessati, influenze forti dell'ancien régime, strutture burocratico-amministrative e militari molto forti e ben radicate del precedente regime con neoistituzioni democratiche ancora deboli e incomplete regolamentate da formali norme poliarchiche ancora poco pregnanti nel tessuto statale.

Nel quadro internazionale l'Egitto, principale alleato arabo degli Stati Uniti nella regione, rappresenta uno stato di fondamentale importanza (Figura 1) per gli equilibri del Medio-Oriente.

 

Il controllo del Canale di Suez in primis, ma anche le più pragmatiche ricadute sui rapporti israelo-palestinesi e con Hamas, oltre a rappresentare un valido contrappeso in chiave antiraniana, sono le peculiarità che l'Occidente affida alla dirigenza egiziana.

L'esercito, che è stato il principale sostenitore di Mubarak per poi diventare custode della costituzione del 2012, non ha esitato a dare il colpo di spalla finale al presidente Morsi quando non ha mantenuto le sue promesse in campo economico e sociale.

Le forze armate egiziane hanno salvaguardato interessi e conquiste corporative conquistate negli anni di Sadat e di Mubarak, in quanto le gerarchie militari con i vari governi egiziani hanno avuto un ruolo di primo piano nell'economia pubblica e privata egiziana diventando, di fatto, classe imprenditoriale con controllo d'industrie civili e militari, dell'editoria, dell'agricoltura e dell'industria turistica.

Gli indicatori economici, malgrado la drammatica situazione interna, premiano la transizione politica operata dai militari.
L'indice della borsa valori egiziana
(Egx-30), che ha raggiunto i 5421 punti contro il minimo di 4479 punti, all'apertura dopo l'arresto di Morsi (3 luglio 2013) segnava un +7,32% rispetto a fine giugno (Figura 2).

Chiaro messaggio che la finanza ha approvato l'intervento militare nonostante lo stato dell'economia continui a lanciare segnali allarmanti (Figura 3).
Il turismo (Figura 4), che rappresenta l'11% del Pil, da 46 miliardi di dollari del 2010 è crollato a 13 miliardi nel 2012, i prezzi sono aumentati così come la povertà che affligge il 25% della popolazione (Figura 5); anche nel settore dell'agricoltura si prevede un calo di produzione dell'85% del raccolto di grano.

L'esercito, istituzione stabile e universalmente riconosciuta in Egitto, dopo gli eccidi conseguenti agli scontri scoppiati in tutto il paese e all'inasprimento delle misure contro i Fratelli Musulmani rischia, però, di compromettere la sua credibilità popolare.

Il clima di violenza allontana anche gli investitori stranieri e le fragili garanzie scoraggiano i finanziamenti americani e del Fondo Monetario Internazionale.
Se, nel medio-lungo termine, la fiducia degli investitori si ripristina con il ritorno della sicurezza e della stabilità, è la riconciliazione sociale la precondizione indispensabile nell'attuale fase storica egiziana.

Il processo di transizione democratico, che presuppone quell'unità e legittimità delle forze politiche e sociali tutt'oggi assente in Egitto, va avviato e ricondotto su via politica più che putschista. Di certo c'è l'impossibilità della ricerca del consenso da rentier state, come i paesi vicini con maggiori risorse energetiche, e la difficoltà di creare una politica estera e soprattutto una pacificazione interna senza tenere conto anche dei Fratelli Musulmani.

                                        Giacomo Mangano

                                               

 

                                            

                                         

                                               

 

                                            

                                          

                              

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