Dopo il recente congresso del partito comunista cinese, Hu Jintao ha lasciato lo scranno della presidenza a Xi Jinping, che per i prossimi dieci anni, ricoprirà anche la carica di massima autorità nelle questioni militari: da marzo 2013 il neopresidente entrerà nella commissione militare centrale, per decidere gli equilibri e il futuro delle relazioni internazionali nell'Est asiatico.

In questa ottica, controllare e mantenere aperte le vie di comunicazione marittime è un elemento strategico per la politica industriale ed economica cinese.

La disponibilità di una "grande arteria", che soddisfi le necessità di un'industria energivora e di un'economia in costante sviluppo, impone una politica talassocratica nel mar Cinese meridionale e, in seconda battuta, il controllo e la protezione delle slocs (sea lines of communications) per consentire l'accesso agli oceani Indiano e Pacifico.

La geografia cinese dimostra come la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e dei rifornimenti via terra dalle supplies nations possa avvenire solo attraversando nazioni politicamente instabili o che condividono lo stesso positivo trend di sviluppo economico.

Questa situazione rimanda a concetti ampiamente esplicitati nella teoria di Alfred T. Mahan sul potere marittimo; infatti, il contrammiraglio americano, nel suo famoso libro Influenza del potere marittimo sulla storia, scriveva: «se il potere marittimo è basato, in realtà, su un vasto e pacifico commercio, allora l'attitudine all'occupazione commerciale deve essere caratteristica peculiare delle nazioni che sono state grandi sul mare».

Le esigenze commerciali, energetiche e gli interessi nazionali degli attori coinvolti spostano, però, un problema regionale a uno globale di geopolitica non solo per la portata geografica, ma anche per l'obiettivo americano di contenere Pechino e rassicurare i paesi asiatici alleati.

Le coste cinesi si affacciano sugli oceani ma il loro accesso è condizionato da passaggi obbligati in altre nazioni rivierasche (Figura 1) che costituiscono punti di concentrazione per le rotte marittime cinesi ed è quindi determinante per il controllo delle slocs  la gestione dei rapporti con i loro governi.

I choke points (o punti nevralgici) sono lo stretto di Bāb al-Mandad (tra il mar Rosso e il golfo di Aden), Hormūz (tra il golfo Persico e il golfo di Omān), lo stretto della Sonda, lo stretto di Malacca (isola di Sumatra) e il canale di Lombok, che mette in comunicazione l'oceano Indiano e il mar Cinese meridionale (Figura 2).

La Cina, tormentata dal cosiddetto "dilemma di Malacca", la paura cioè che venga interrotto il flusso energetico e commerciale marittimo, ha costruito negli ultimi decenni una fitta rete logistico-economico-commerciale denominata "strategia del filo di perle" (Figura 3) composta da porti commerciali, stazioni di monitoraggio, di rifornimenti e protezione del traffico marittimo dall'Africa Orientale al Medio Oriente (da dove partono l'80% delle importazioni petrolifere e del flusso di materie prime) al Pacifico.

Le perle cinesi coprono 6 fusi orari in un'area che si estende dal Pakistan alla penisola di Liaodong nel nord-est del paese. Gwādar (in Pakistan), dispone di due linee ferroviarie e un oleodotto e può essere un'alternativa allo stretto di Malacca. Procedendo verso est incontriamo Hambantota in Sri Lanka, fino ad arrivare nel golfo del Bengala, dove sono concentrati i porti di Chittagong (in Bangladesh), Sittwe o Akyab (in Myanmar), l'isola di Cheduba, Bassein e Coco Island (Isole Andamane birmane).

 

Oltre lo stretto di Malacca, il principale passaggio tra l'oceano Indiano e il mar Cinese meridionale, si incontrano quindi  Hong Kong e i più grandi porti cinesi, Shenzhen (mar Cinese meridionale), Shanghai (mar Cinese orientale), Tientsin e Dalian (mar Giallo).

La quarta generazione politica cinese che ha detenuto il potere fino fino al 18° congresso del PCC di Novembre 2012 si era data l'obiettivo di costruire un "Paese armonioso" e per irrobustire il proprio sea power non usò la forza o le minacce militari, bensì la progressiva penetrazione economica, commerciale e politica.

Il vantaggio strategico sui choke point diviene effimero senza naval suasion cioè quella stessa dimostrazione di potenza navale che ha accompagnato nello scorso secolo la politica navale americana di Luttwak e che trova fondamento anche nel pensiero di Julian Corbett quando afferma che «il dominio del mare non significa altro che il controllo delle comunicazioni marittime, per scopi commerciali o militari».

Ciò si traduce in una diffusa presenza navale capace di interdire l'area all'avversario, anche se gli Stati Uniti (Figura 4) mantengono la superiorità delle forze navali nel Pacifico e nell'oceano Indiano.

Nel prossimo futuro gli equilibri potrebbero però cambiare: gli investimenti militari cinesi, infatti, sono in crescita, al 2° posto dopo quelli degli Stati Uniti (Figura 5), e cresceranno ancora del 10% nel 2013.
La più beneficiata è proprio la marina, che sta trasformando, quale erede degli antichi fasti della "flotta dei tesori" del XV secolo, i suoi compiti di difesa costiera in marina alturiera, con l'introduzione in servizio della portaerei Liaoning e il recente varo dell'unità navale hi-tech classe Jiangdao, la prima di 10 prossime corvette 'stealth', caratterizzate da una bassa visibilità radar, bassi costi di produzione e da un'automazione senza precedenti.

Il processo di modernizzazione potrebbe consentire alla marina cinese nel 2050 la negazione dello spazio marittimo (area denial) fino all'isola di Guam (third island chain), entro il 2020 alla seconda catena di isole, mentre è già nelle capacità tecnico-militari il controllo della prima catena di isole (mar Giallo, mar Cinese orientale e mar Cinese meridionale).
Le piccole ma ben armate corvette Jiangdao sembrano essere adatte a effettuare missioni di pattugliamento proprio in queste acque contese.

La politica marittima regionale cinese è vista come un pericoloso accerchiamento dalle altre nazioni rivierasche in particolar modo dall'India, che condivide con la Cina le stesse esigenze energetiche, e da Taiwan e Giappone.

Gli Stati Uniti stanno arginando la crescente potenza militare cinese
(Figura 6 e Figura 7) con nuove istallazioni in Australia (base con 2500 marines), Vietnam, Singapore e da ultimo il ritorno della VII flotta nelle Filippine, ma sanno bene che una crisi regionale o un'escalation militare non conviene a nessuno. Agli Stati Uniti perché la Cina è il primo detentore di buoni del tesoro americani e ha forti legami con la Corea del nord e con l'Iran; alla Cina perchè in un momento in cui la sua crescita non corre più a due cifre percentuali, non gioverebbero turbamenti economici e commerciali internazionali.

                                        Giacomo Mangano

                                 

 

                                            

                                         

                                               

 

                                            

                                          

                              

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