Le recenti elezioni politiche e la guerra civile che ormai da diversi mesi infuria nelle regioni orientali, hanno proiettato l'Ucraina, da sempre considerato ponte naturale tra ovest ed est europeo, sulla scena internazionale (Figura 1).
A tal proposito, particolare rilevanza hanno assunto le recenti elezioni parlamentari svoltesi lo scorso 26 ottobre 2014. Non è la prima volta che in Ucraina si assiste ad un importante colpo di scena politico e i risultati di tali elezioni, avvenute sotto la supervisione dell'OSCE, hanno riservato delle importanti sorprese e contraddetto le previsioni della vigilia: se i sondaggi pre-elezioni indicavano una schiacciante vittoria del partito guidato dall'attuale presidente, Petro Poroshenko, alla prova dei fatti il partito da lui guidato, Blocco Poroshenko, non è riuscito a sfondare, raggiungendo il 21.8% dei voti e venendo superato seppur di poco dal Fronte Popolare del Premier Arseniy Yatsenyuk, che ha ottenuto il 22.1% dei consensi e che si è configurato come prima forza politica del Paese.
Tuttavia, la tornata elettorale, i cui esiti erano attesi con estremo interesse in tutta la comunità internazionale, ha decretato il netto trionfo da parte dei partiti filoeuropei, la chiara sconfitta del precedente primo partito del Paese, il Blocco delle Opposizioni (che ha raccolto le ceneri del Partito delle Regioni dell'ormai destituito Yanukovich) ed ha consegnato al Paese una Verkhovna Rada (Consiglio supremo, nome ufficiale del parlamento) che guarda sempre più ad ovest ed in cui le forze radicali, Svoboda su tutti, non avranno una rappresentanza (Figura 2 e Figura 3).

Si è trattato indubbiamente di elezioni molto particolari: in Crimea (dichiaratasi indipendente ma non riconosciuta da Kiev) e nelle regioni di Donetsk e Lugansk (controllate dai ribelli filorussi) non si è votato e l'affluenza, seppur in linea con gli standard occidentali, si è attestata attorno al 52% facendo registrare un -5% rispetto al 2012 (Figura 4): tale cifra, da ritenersi bassa in un Paese che nell'ultimo decennio, a partire dalla Rivoluzione Arancione, è stato caratterizzato da turbolenze ed instabilità e che si apprestava a fare una scelta decisiva per il proprio futuro, dimostra, qualora ve ne fosse bisogno, che non solo il controllo delle aree dell'Est da parte dei separatisti ha inciso, ma che effettivamente l'Ucraina si costituisce come Paese diviso, in cui gli interessi dell'est russofono non collimano con quelli dell'ovest nazionalista ed europeista (Figura 5).


In un contesto politico che ha mostrato tutta la sua frammentarietà e complessità, emerge, oltre alla sopra menzionata vittoria di Poroshenko e Yatsenyuk, l'ottima performance di Samopomich (Self Reliance), che riunisce ex militanti di Euromaidan e che ha esordito con un 11%: Samopomich, guidata da Andriy Sadovy, difende gli interessi dell'intellighenzia cittadina, è stato il partito più votato a Kiev ed ha rappresentato la vera novità di queste elezioni; il suo leader, Sadovy, è uomo politico parecchio stimato a livello locale, sindaco di una città, Lviv (Leopoli), che si contraddistingue per la sua apertura e tolleranza, e che si caratterizza per un forte senso nazionalista e una certa ostilità nei confronti della Russia.
Il Blocco delle Opposizioni (pro Russia), che come affermato in precedenza ha raccolto l'eredità del Partito delle Regioni, è passato dal 30% del 2012 al 9.3% attuale: risultato modesto ma accettabile se si considera che il partito ha confermato la propria leadership nell'est del Paese, precisamente nelle regioni di Dnipropetrovsk, Zaporizhia e Kharkiv, ovvero nelle aree in cui l'influenza russa è più marcata.
Si aspettava un miglior risultato il partito radicale del populista Oleg Lyashko, definito da molti analisti politici come lo "Zhirinovskij ucraino": i sondaggi lo davano al secondo posto, subito dopo Poroshenko, ma Lyashko si è dovuto accontentare del 7.4%.
Scongiurato invece il pericolo rappresentato dalle estreme destre di Svoboda (che nel 2012 aveva raggiunto il 10%) e Praviy Sektor, che non sono riuscite a scavalcare la soglia di sbarramento del 5%, attestandosi rispettivamente al 4.7% e 1.8%. Neanche il partito Comunista è riuscito, con il suo 3.8% ad accedere al Parlamento: è la prima volta che accade nella storia dell'Ucraina.
Ce l'ha fatta invece, nonostante un risultato modesto, Julia Tymoshenko: la "pasionaria" della Rivoluzione Arancione, ex Premier rimasta in carcere sotto la Presidenza Yanukovich fino agli eventi di Euromaidan, con il suo partito, Patria (Fatherland), dai connotati fortemente antirussi, ha raggiunto il 5.6%. Quello che un tempo era il gruppo parlamentare più numeroso ora è il più piccolo e la Tymoshenko ha pagato la grande affermazione di Yatsenyuk, ex compagno di coalizione, a dimostrazione di come la popolarità di cui gode all'estero non corrisponda nello stesso identico modo all'interno dei confini nazionali.

Tuttavia, al di là dell'esito elettorale, lo scenario post-elezioni di certo non può definirsi positivo. In primo luogo, pesano le divergenze politiche tra i due leader. Solo nelle settimane scorse i cinque dei sei partiti rappresentati in Parlamento con una visione filo-europea (ad esclusione appunto del Blocco delle Opposizioni) sono riusciti a trovare un accordo per la formazione del Governo: Blocco Poroshenko, Fronte Popolare, Samopomich, Partito Radicale e Patria hanno siglato l'accordo che prevede un percorso di adesione alla Nato, la riforma della legge elettorale, dei settori dell'energia e dell'agricoltura e più a lungo termine, la domanda di candidatura per l'ingresso nell'Unione Europea. Hanno inciso in particolar modo le diverse vedute tra il Presidente Poroshenko e il Premier riconfermato Yatsenyuk. Se i due infatti condividono le stesse idee riguardo a Unione Europea e riforme economiche, lo stesso non si può dire per quanto riguarda il rapporto con la Russia e la linea da adottare sulla guerra civile nell'Est: il primo appare più legato a Bruxelles ed intende adottare una linea più morbida e di maggiore dialogo e concessioni territoriali nei confronti di Mosca, il secondo è più vicino a Washington e non sembra ben disposto ad un dialogo con la Russia per la risoluzione della questione del Donbass e delle problematiche aventi per oggetto i temi energetici. Non a caso, il Premier ha più volte criticato, nei mesi passati, le scelte fatte dal Presidente per il piano di pace siglato lo scorso 5 settembre 2014 a Minsk.
In secondo luogo, le elezioni svoltesi nella regioni separatiste di Donetsk e Lugansk hanno ulteriormente complicato il quadro. Si è assistito ad un vero e proprio trionfo plebiscitario per il comandante militare Alexander Zakharchenko a Donetsk e per l'ex militare Igor Plotniski a Lugansk: i due subito hanno rivendicato la loro indipendenza da Kiev e hanno proclamato la Repubblica Popolare di Donetsk e la Repubblica popolare di Lugansk, ponendosi come unici interlocutori verso il potere centrale. Le reazioni internazionali sono state logicamente agli antipodi: Poroshenko ha definito "una farsa ignobile" il voto; il portavoce della Commissione nazionale della Sicurezza della Casa Bianca, Bernadette Meehan, ha affermato che le elezioni hanno violato la Costituzione ucraina, rifiutandone il riconoscimento; la neo vice Presidente della Commissione europea e Alto Rappresentante dell'UE per gli affari esteri, Federica Mogherini, ha dichiarato che tali elezioni hanno violato apertamente gli accordi di Minsk e sono da considerarsi illegali; di diverso parere Mosca, che ha riconosciuto la legittimità della tornata elettorale.
I risultati di questo riconoscimento hanno aggravato la situazione che, nel corso degli ultimi mesi, si è fatta incandescente: l'est dell'Ucraina è stato teatro di una vera e propria escalation militare nonostante la tregua siglata a Minsk, e gli scontri e i combattimenti hanno raggiunto un livello di tensione sempre più alto. Secondo l'ufficio dell'Alto Commissariato Onu per i diritti umani, sono quasi 1.000 le vittime registrate nella regione a seguito della tregua e negli ultimi otto mesi di guerra almeno 4.300 persone tra civili, soldati e miliziani e sono rimaste uccise.

Le dichiarazioni sia sul versante russo che sul versante NATO non inducono certamente ad essere ottimisti: il Segretario Generale dell'Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, denunciando movimenti delle truppe russe al confine e facendo presagire l'ingresso di militari in Ucraina, ha dichiarato che la NATO è pronta a sostenere la sovranità di Kiev e che le azioni di Mosca hanno l'obiettivo di destabilizzare il Paese, così come era avvenuto in Crimea nel febbraio 2014. Tuttavia il contesto, oggi, presenta una sostanziale differenza: se allora Kiev, a causa della forte instabilità politica, non era riuscita ad intervenire, il nuovo Governo sembra invece pronto ad affrontare una guerra, anche perché non sarebbe disposto a perdere le regioni dell'Est, ritenute più importanti da un punto di vista strategico ed economico rispetto alla Crimea (Figura 6). Non a caso, in risposta all'atteggiamento russo, Poroshenko ha recentemente ordinato il ritiro di tutti i servizi pubblici dalle zone sotto il controllo dei separatisti filorussi, adottando misure volte all'isolamento economico del Donbass.
La Russia, dal canto suo, chiede la revoca delle sanzioni che stanno mettendo a dura prova l'economia: la crescita prevista per il prossimo futuro si è praticamente azzerata e sui mercati finanziari si assiste ad un crollo verticale del rublo. Nonostante ciò Mosca non sembra recedere dalle proprie posizioni ed in alcuni casi i toni rasentano la Guerra Fredda, al punto da spingere il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ad accusare l'Occidente di voler imporre un cambio di regime a Mosca, usando le sanzioni per scalzare dal potere Vladimir Putin. Lo stesso Putin non ha preso di buon grado la fredda accoglienza rivoltagli dai leader internazionali nell'ultimo vertice G20 a Brisbane, che di fatto ha segnato l'isolamento della Russia nel conflitto ucraino, con l'indurimento delle posizioni di Washington e Bruxelles.

Proprio in virtù di queste motivazioni, la Russia, ormai messa all'angolo dal contesto internazionale e consapevole di aver perduto in modo decisivo la maggioranza dell'opinione pubblica ucraina, che ormai guarda all'Europa, potrebbe anche accelerare la crisi avviando una ulteriore escalation militare. Il Cremlino, inoltre, è bene non dimenticarlo, ha sempre a disposizione l'arma delle forniture energetiche, nonostante il recente accordo di Bruxelles, che prevede la garanzia da parte di UE e FMI di provvedere al pagamento delle bollette energetiche, qualora Kiev non fosse in grado di onorare gli impegni. Tuttavia, il vero obiettivo di Mosca non è la guerra ma la creazione di una zona cuscinetto tra Ucraina (e quindi Europa) e Russia, che porterebbe alla formazione di nuovi Stati non riconosciuti internazionalmente, ma che seguono i dettami che giungono dal Cremlino. Del resto si tratta di una operazione già avvenuta con la Transnistria in Moldavia e con l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud in Georgia.
Chi ha molto da guadagnare dalla crisi ucraina è Washington: qualora la situazione dovesse complicarsi più del previsto, la distanza tra Unione Europea e Russia aumenterebbe di conseguenza e tutto ciò andrebbe a netto vantaggio degli Stati Uniti che intendono avvicinare sempre di più l'alleato europeo alle sue posizioni. Soprattutto se la Russia fosse costretta a reagire con il taglio del gas, una eventuale crisi energetica tra Mosca e Bruxelles aprirebbe nuovi scenari per Washington, che intende cambiare l'attuale panorama energetico globale, attraverso le nuove tecniche ed applicazioni del fracking. Dopo i recenti insuccessi diplomatici (dal caso Snowden fino alla Siria) Obama cerca un riscatto a livello internazionale, di fronte ad un scenario globale in cui l'egemonia americana è considerata da molti analisti in fase di decadimento e ricompattare l'Occidente attorno alla sua leadership rappresenterebbe un ottimo successo.
L'Unione Europea gioca invece una partita in cui ha tutto da perdere e dalla quale non può tirarsi indietro: a Bruxelles, che teme una guerra entro i propri confini, non conviene mettersi in rotta di collisione con Mosca e non conviene inasprire ulteriormente le sanzioni, che stanno già avendo le proprie negative ripercussioni all'interno della sua economia. Oltretutto, l'eventuale processo di integrazione europea dell'Ucraina creerebbe ulteriori grattacapi ed avrebbe un costo esorbitante per le già non floride casse europee, con la prospettiva di un sforzo davvero duro per sostenere l'Ucraina colpita dalla gravissima crisi economica. L'obiettivo dell'UE, come riportato dalla Mogherini, è quello di lasciare i confini ucraini intatti e, al contempo, riallacciare le relazioni con la Russia, dal momento che il rapporto con Mosca è centrale nella definizione di una politica estera unitaria dell'Unione europea. Si tratta di un compito a dir poco arduo.

Anche l'UE dunque, così come l'Ucraina, è diventata il campo di battaglia di uno scontro in cui, pur comprendendo tutte le complesse dinamiche in atto, non ha sufficiente forza politica per decidere né per condurre le operazioni. Non a caso il comportamento assunto fino ad ora lo dimostra: se da un lato si dichiara allineata all'alleato americano, dall'altro si muove con cautela dietro le quinte per non provocare una frattura nelle relazioni con la Russia.
Logicamente è l'Ucraina a pagare il conto più salato. Nel Paese si registra un certo pessimismo e Kiev sembra quasi prepararsi al peggio. Il futuro si prospetta davvero complicato, la popolazione è allo stremo e l'economia è sull'orlo della bancarotta (Figura 7 e Figura 8): la grivna, la valuta nazionale, è in caduta libera; il PIL è previsto in contrazione del 20% fra quest'anno e il 2015; i rendimenti dei bond ad un anno dal rimborso superano il 20%; il rating del paese è già stato declassato da Standard & Poor's a CCC lo scorso febbraio 2014; le riserve statali sono al lumicino e nei prossimi sei mesi l'Ucraina avrà bisogno di almeno 10 miliardi di USD per provvedere al funzionamento dell'apparato statale e pagare le forniture di gas alla Russia. L'economia, a forte rischio di default, si regge solo grazie agli aiuti internazionali del FMI e dell'Unione Europea e necessiterà, a breve, di una ulteriore iniezione di liquidità. Al di là di un sempre più probabile ingresso nella NATO e di una eventuale integrazione nell'UE negli anni a venire, non è facile prevedere cosa potrà accadere in questo grande Paese che non è riuscito a trovare continuità e stabilità politico-economica dopo il crollo del muro di Berlino. Alcuni analisti addirittura non escludono in futuro una terza Maidan, sostenendo che il processo iniziato con la Rivoluzione Arancione nel 2004 e proseguito l'anno scorso non è ancora giunto a compimento e non ha conseguito l'obiettivo finale.

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