Lo scorso novembre, l’Egitto ha ottenuto un prestito di 12 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) in rate semestrali per tre anni. Le condizioni possono senz’altro definirsi generose: l’Egitto non pagherà interessi per i prossimi quattro anni e mezzo, e il debito sarà ripagato nell’arco di 10 anni con un tasso tra il 1,55% e il 1,65%. Si tratta del più ampio prestito concesso ad un paese coinvolto nelle cosiddette primavere arabe, delle quali proprio l’Egitto fu uno dei principali teatri.  

Tale tumultuosa stagione è appunto tra le cause più immediate dell’attuale profonda crisi economica che ha spinto il Cairo alla richiesta del prestito. Questa situazione è maturata in un più ampio contesto politico e non solo economico, che è dunque opportuno riassumere. Nel febbraio 2011 il trentennale regime di Hosni Mubarak (succeduto ad Anwar Sadat dopo l’assassinio di questi nell’ottobre del 1981) crolla sotto il peso delle manifestazioni e delle proteste di massa, come stava avvenendo in gran parte della regione. Turismo (Figura 1), investimenti stranieri ed estrazione petrolifera nel Sinai (Figura 2), tra i principali pilastri dell’economia, vengono pesantemente colpiti dall’instabilità ed incertezza politica che segue la deposizione di Mubarak (in particolare nel Sinai è sempre più seria la minaccia di stampo islamista radicale). Inflazione (Figura 3), disoccupazione (Figura 4) e deficit commerciale (Figura 5) aumentano velocemente. Dopo un periodo di transizione gestito da un consiglio militare, lo SCAF (Supreme Council of Armed Forces), le prime elezioni democratiche vedono trionfare – seppur di poco – la coalizione Islamista guidata dai Fratelli Musulmani. Muhammad Morsi diviene presidente nel giugno del 2013. Ma per un solo anno: nuove manifestazioni di piazza – a causa di una crisi economica sempre peggiore e di una strisciante, secondo molti, islamizzazione del paese – spingono il Ministro della Difesa, Abd Fatah Al-Sisi, ad un golpe che rimuove la Fratellanza Musulmana dal potere.
Al-Sisi viene salutato da vasti settori dell’opinione pubblica come l’uomo forte in grado di ridare stabilità politica, con un ancor più chiaro mandato per affrontare i problemi economici del paese.


Questi problemi sono certamente stati esacerbati e posti in risalto dalla primavera araba; ma sono in realtà annosi, profondi e strutturali. L’Egitto, primo paese arabo per popolazione con oltre 90 milioni di abitanti, secondo per PIL dopo l’Arabia Saudita, e centro di gravità culturale e politico oltre che economico del mondo arabo, è uno dei principali alleati dell’Occidente nella regione. In virtù di questo, riceve sostanziosi aiuti finanziari e militari – specie dagli Stati Uniti – da quasi quarant’anni; tali aiuti sono stati tuttavia largamente superati dall’impegno a sostenere l’economia egiziana post-2011 da parte dei paesi del Golfo, Arabia Saudita in primis, che hanno versato ben 30 miliardi di dollari negli ultimi tre anni nelle casse dello stato nordafricano. Si sono tuttavia subito presentati problemi formidabili e moltissimi ostacoli ad una crescita economica bilanciata e sostenibile, quali corruzione, inefficienza, lentezze burocratiche e lacune legislative, clientelismo, un ipertrofico apparato statale, e un’opaca commistione tra potere pubblico (in particolare l’esercito che controllerebbe tra il 40 e il 60% dell’economia egiziana) e impresa privata.
A questo si aggiunga l’attuazione di una serie di politiche di sviluppo di ispirazione neoliberista che hanno sì portato a un aumento costante e sostenuto del PIL (Figura 6) – specie con l’attrazione di capitali stranieri e lo sviluppo del settore finanziario e dei servizi - ma che hanno comportato l’arricchimento delle classi sociali medio-alte o comunque connesse con il regime, a discapito di vasti strati della popolazione fondamentalmente escluse dai benefici di un più aperto e dinamico sistema economico. Prova ne è che tutt’oggi circa un quarto della popolazione egiziana vive con meno di due dollari al giorno.

E’ quindi in questo contesto di profondo disagio sociale ed economico che sia Morsi sia Al-Sisi avevano continuato a mettere in atto politiche di redistribuzione verso i ceti più bassi (come trasferimenti diretti di contante), in aggiunta a sussidi per calmierare i prezzi di beni di prima necessità (pane, riso, zucchero, sale) e del carburante; inoltre, Al-Sisi aveva pure lanciato una stagione di ‘mega-progetti’ volti nel medio periodo a sostenere la domanda aggregata ed incrementare le entrate statali. Tuttavia, il raddoppio del Canale di Suez, la cui gestione rappresenta un’importantissima voce nel bilancio statale, non ha portato per ora i benefici sperati a fronte di un ingente investimento; mentre l’altro faraonico progetto (la costruzione di una nuova capitale a circa 45 chilometri dal Cairo) non ha per ora preso il via (e dubbi permangono non solo sulla sua fattibilità ma anche sull’utilità ed opportunità).
Risulta chiaro a questo punto che da una parte il governo del Cairo si è trovato di fronte ad una politica di incremento di spesa pubblica che non veniva affiancata da un corrispondente incremento delle entrate; il tutto in un contesto di crescente tensione sociale e politica (con Al-Sisi che ha dichiarato la Fratellanza Musulmana organizzazione terroristica, procedendo ad arresti di massa tra le sue fila), con una decisa svolta in senso autoritario del regime, e la persistente instabilità a livello regionale. In altre parole, se ad un’evidente limitazione nelle libertà politiche e civili non si accompagna un miglioramento delle condizioni economiche che la possa in qualche modo giustificare o bilanciare, il regime si troverà presto ad affrontare una severa crisi di legittimità – come in fondo sta già avvenendo.

Di fronte a questa situazione, il governo egiziano ha proposto un piano di riforme del sistema economico al FMI, il quale assisterà un progetto formalmente tutto egiziano attraverso l’elargizione del prestito. A livello legislativo, Christine Lagarde, direttrice del FMI, ha fatto riferimento in particolare alla semplificazione delle normative sulle start-up, ad una nuova legge sull’insolvenza delle imprese, e a riforme del mercato del lavoro per affrontare la vasta disoccupazione (ufficialmente al 12,4%, ma probabilmente molto più ampia con diffusa sottoccupazione – Figura 7).
A livello macro-economico, gli obiettivi di breve e medio periodo sono i seguenti: riportare l’inflazione a una singola cifra (al 23,3% a dicembre 2016); ridurre progressivamente il debito pubblico (dal 94,6% del PIL nel 2015-2016 all’85,5% nel 2018-19, fino al 78,2% nel 2020-21) e il deficit di bilancio dall’attuale 12,1% del PIL al 4,7 entro il 2021. Più nello specifico, il programma finanziato dal FMI intende convertire il saldo primario di bilancio (ossia al netto del servizio del debito) da un deficit del 3,4% per il 2015-2016 ad un +2,1% entro il 2018-19 (per il 2016-17 l’obiettivo è +0,8%). Inoltre, Il Cairo intende aumentare il gettito fiscale del 2,5% durante lo stesso periodo. In ultimo, il problema dell’approvvigionamento energetico è quanto mai rilevante per un paese che aumenta di circa due milioni di abitanti all’anno: con la produzione nel Sinai, come accennato, fortemente limitata, l’Egitto intende sfruttare maggiormente le riserve di gas localizzate al largo nel Mediterraneo, portando la produzione a 4,9 miliardi di piedi cubici (bcf) entro giugno 2017 e poi a 7,7 nei prossimi tre anni, a fronte di una produzione di 3,8 bcf a novembre 2016 ed un fabbisogno interno di 5,2.

Alcune importanti misure sono già state adottate a novembre in concomitanza con l’approvazione del prestito, con un impatto immediato sulla popolazione egiziana: da un lato, la rimozione di sussidi al carburante, che ha visto subito un incremento del prezzo della benzina alla pompa del 25%; e dall’altro, ancor più grave per le tasche degli egiziani, l’abbandono da parte della Banca Centrale Egiziana di un artificioso tasso di cambio con il dollaro mantenuto a 8,8 lire egiziane. Questa misura, raccomandata a gran voce dal FMI, dai settori dell’export e dai potenziali investitori esteri, ha comportato una svalutazione della lira del 48%, fondamentalmente dimezzando il potere d’acquisto in dollari dei risparmi detenuti dagli egiziani. L’economia del paese è inoltre fortemente dipendente dall’estero per l’import di cibo, beni capitali (attrezzature, macchinari per l’industria) ed energia, come accennato: l’improvvisa svalutazione non può che influire negativamente su tali voci di spesa. Per quanto ciò abbia permesso di dare slancio all’export egiziano, occorre rilevare che una simile politica di tassi di cambio fu attuata nel 2003, con effetti positivi solo nel breve periodo e nessun sostanziale incremento di competitività dei prodotti egiziani sul mercato internazionale.
Nel complesso, il piano è ambizioso. Esso dipende in sostanza dalla capacità del governo egiziano di far buon uso del prestito del FMI nel contesto delle riforme strutturali cui si è fatto cenno: entrambi questi elementi sono necessari per portare l’incremento del PIL ad un tasso tra 5 e 6 punti percentuali che permetterebbe, ragionevolmente, di finanziare il debito estero; e, possibilmente, di dar via ad un crescita economica in grado di produrre ricchezza da convertirsi in un più equilibrato ed equo sviluppo economico. Ma, come sostenuto all’inizio, questa sfida non è solamente economica per l’attuale regime di Al-Sisi: le ripercussioni a livello politico di un persistere dell’attuale discontento potrebbero comportare nuovi e imprevedibili moti di piazza.

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