Dopo una sanguinosa guerra civile di 27 anni cominciata nell'immediato post-indipendenza (1975), l'Angola, guidata ininterrottamente dal 1982 da José Eduardo Dos Santos del MPLA (Movimento Popular de Libertação de Angola), ha vissuto un periodo di boom economico dovuto principalmente alla disponibilità cospicua di due materie prime fortemente richieste sui mercati internazionali: petrolio e, in misura molto minore, diamanti. Dalla fine della guerra civile (2002), sempre più sostanziosi investimenti internazionali, in particolare cinesi, hanno posto le basi per una ripresa economica sostenuta, con un tasso di crescita che ha superato il 20% nel 2008 (Figura 1), una cifra da capogiro in una congiuntura economica mondiale caratterizzata da una sostanziale contrazione. Dopo una breve frenata a seguito della crisi finanziaria (2008-2010), la crescita economica angolana sembrava essere tornata su buoni livelli - prima che il crollo dei prezzi del petrolio (Figura 2) facesse sentire il suo effetto sulla performance economica a partire dal 2014.

Nei primissimi anni del nuovo millennio in ogni caso lo status dell'Angola è passato da quello di economia a basso reddito (low income, nel 2002) a quello di economia a reddito medio-alto (upper-middle income, dal 2012) secondo i criteri della Banca Mondiale. Questo dato colloca l'Angola, insieme ad una manciata di altri paesi africani ricchi di risorse naturali come il Gabon, sullo stesso piano di giganti emergenti come Turchia, Brasile e Messico. Spinta da una crescita economica vertiginosa nel decennio scorso, l'Angola si è con il tempo ritagliata un ruolo geopolitico e culturale di primo piano non solo nel continente africano, ma più in generale nell'intero mondo lusofono. Basti osservare come i crescenti investimenti di gruppi angolani nel settore finanziario, dell'energia, dei media e delle telecomunicazioni del Portogallo abbiano contribuito a tenere in vita la moribonda economia lusitana.

Crescita e ricchezza, ma per chi?

La speranza di vita per chi nasce oggi in Angola è di 52 anni, con un aumento minimo negli ultimi quindici anni: nel 2000 si attestava a 48 anni secondo i dati dello Human Development Report dell'ONU. La prevalenza di HIV-AIDS è relativamente bassa (2.4% nel 2014, OMS) rispetto ad altre realtà africane, ma nonostante ciò il sistema sanitario angolano è stato incapace di fornire un servizio in grado di migliorare sostanzialmente le condizioni di salute della popolazione. Anche la mortalità sotto i 5 anni di vita ha registrato miglioramenti irrisori se comparati ad altre realtà simili: fra il 1990 e il 2012 è scesa da 213 a 164 bambini morti ogni 1000 nascite secondo dati UNICEF. Il calo è avvenuto negli ultimi 15 anni, soprattutto grazie all'impeto dato dal quarto Obiettivo di Sviluppo del Millennio sulla riduzione relativa della mortalità sotto i cinque anni, che l'Angola è riuscita comunque a raggiungere. In termini assoluti, a causa di una crescita demografica che ha raddoppiato la popolazione angolana fra il 1990 e oggi (da 10 a 21 milioni di abitanti) un numero significativamente più alto di bambini angolani non arriva al primo anno di vita oggi rispetto a 25 anni fa. Sul fronte dell'educazione i dati disponibili sull'alfabetizzazione non mostrano una realtà più rosea: fra il 2008 e il 2012 la percentuale di popolazione adulta alfabetizzata è stato del 70% (UNESCO), dato che rallenta lo sviluppo di capitale umano nel lungo periodo. Un quadro di crescita economica complessiva di lunga durata, caratterizzato da un aumento sostanziale del gettito fiscale e quindi delle risorse pubbliche disponibili non è stato quindi accompagnato con un miglioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione (Figura 3), rimaste sostanzialmente stagnanti.

Il quadro politico: quarant'anni di one-man show

Sul fronte politico quasi quattro decenni di one-man rule hanno a lungo spento sul nascere qualsiasi tentativo di riforma democratica di ampio respiro. Il rafforzamento dei diritti politici avvenuto con la Costituzione del 2010, che ha istituito un sistema multipartitico, garantendo quantomeno formalmente il rispetto della libertà di associazione, di stampa e di parola, appare a cinque anni di distanza un'operazione di facciata orchestrata per compiacere la comunità internazionale; quella che nel gergo degli scienziati politici si chiama 'cosmetic reform'. Alcuni eventi recenti ne sono un segnale inequivocabile. Ad esempio il giornalista Rafael Marques è in regime di libertà condizionale per i prossimi due anni per aver pubblicato un libro-denuncia sull'industria diamantifera in Angola ('Diamantes de Sangue', che la casa editrice portoghese 'Tinta da China' ha poi deciso di rendere disponibile online in polemica con il Governo angolano). Il Paese è poi salito alle luci della ribalta nel campo dei diritti umani per la detenzione di quindici manifestanti rei, secondo il governo, di avere tentato di mettere in atto un colpo di stato ma, come denunciato da Amnesty International e altre organizzazioni non governative, semplicemente 'colpevoli' di essersi riuniti privatamente e aver espresso pacificamente dissenso contro la classe politica al potere. Parte delle rimostranze della società civile sono infatti rivolte all'élite politica angolana, ritenuta incapace di agire nell'interesse pubblico e motivata solo dall'interesse di accaparrarsi la propria fetta della torta nei ricavi del settore petrolifero. L'indice di Transparency International sulla percezione della corruzione nel settore pubblico avvalla quest'accusa: l'Angola si colloca nella 161° posizione su 175 paesi per cui sono disponibili dati e la corruzione nel settore pubblico ha una natura pressoché sistemica. Un altro indice autorevole nel campo della governance politica, il Mo Ibrahim Index of African Governance, piazza l'Angola al quarantaquattresimo posto su cinquantadue paesi africani in considerazione. Forti squilibri economici regionali, la presenza di un movimento dichiaratamente secessionista nell'enclave di Cabinda e crescenti rimostranze da parte della comunità musulmana aggiungono ulteriori tasselli a un mosaico socio-politico di difficile lettura per il mondo esterno.

Certezze granitiche che si sgretolano

In questo contesto di grande complessità e forti contraddizioni, l'unica certezza granitica per l'Angola indipendente è stata quella legata all'abbondanza di petrolio. Il petrolio, oltre ad essere una risorsa non rinnovabile, non è immune da shock esterni ai prezzi delle materie prime. Negli ultimi anni il prezzo al barile del petrolio grezzo è sceso da 110 dollari (2012) ai 49 attuali. Stando all'OPEC, di cui l'Angola è membro dal 2007, le attività legate all'industria petrolifera contribuiscono al 45% del PIL dell'Angola, al 95% delle esportazioni e al 79% del gettito fiscale, configurandosi di fatto come unica fonte di riserve valuta straniera nel Paese. La dipendenza pressoché totale dell'economia nazionale dalle esportazioni di petrolio (Figura 4) ha messo le sorti del secondo esportatore d'Africa di greggio dopo la Nigeria in balia delle volatilità dei prezzi internazionali di questa materia prima. Con la fine del commodity boom, si è andato sgretolando l'unico riferimento dell'economia angolana e gli investimenti diretti esteri sono scesi di quasi il 20%, passando da 14.5 miliardi di dollari del 2013 ai 12.3 del 2015 (African Economic Outlook, AEO Angola 2015). Per dovere di cronaca, va puntualizzato che nessun paese esportatore di petrolio è rimasto indenne al crollo dei prezzi, ma per l'Angola questo fenomeno si configura come potenzialmente catastrofico, con il rischio che arrivi presto al tavolo il conto salato della miopia delle (non) strategie di Dos Santos in politica economica.

Per molti osservatori internazionali l'Angola si configura come un classico esempio di quello che nel gergo economico si chiama 'resource curse' (maledizione delle risorse naturali). Questo fenomeno si manifesta tipicamente in contesti di stati neo-patrimoniali con élite politiche dedite al 'rent-seeking' e dove fragili sistemi di governance impediscono una gestione oculata dei proventi delle risorse naturali a beneficio della società. La ricchezza di materie prime da asset potenziale si può trasformare paradossalmente in una condanna al sottosviluppo. L'Angola ne è un esempio lampante: l'abbondanza di petrolio ha disincentivato qualsiasi strategia di diversificazione economica di lungo periodo in un contesto in cui i proventi dell'estrazione petrolifera sono rimasti nelle mani di un numero esiguo di famiglie con le giuste connessioni politiche, una situazione che, peraltro, l'alto livello dell'indice di Gini di disuguaglianza economica (55.3) lascia intuire.
Un altro fenomeno, spesso parallelo al 'resource curse', sembra essere in corso in Angola, ovvero il cosiddetto 'Dutch disease', caratterizzato dal deprezzamento della valuta nazionale dovuto a una dipendenza eccessiva dalle esportazioni di risorse naturali, come avvenne negli anni '70 in Olanda quando la dipendenza da esportazioni di gas naturale portò al crollo del fiorino. Il deprezzamento del Kwanza rispetto al dollaro (5.4% nel 2014, 4% nel 2015 e stimato a un ulteriore 6% nel 2016) ne è un segnale evidente. Il crollo dei prezzi del petrolio ha quindi messo a nudo le debolezze strutturali di un'economia costruita intorno a una singola risorsa non-rinnovabile la cui epoca d'oro sta volgendo al termine.

Per ora da Luanda si sono registrate risposte principalmente dettate dalla fretta e dalla paura, entrambe cattive consigliere in politica economica. Nel 2015 lo Stato ha tagliato del 25% la spesa pubblica, introdotto tariffe alle importazioni (Figura 5), ridotto del 20% i sussidi alla benzina (di fatto un'imposta regressiva che colpisce maggiormente gli strati più poveri della popolazione) e congelato progetti infrastrutturali di ampia scala, essenziali per lo sviluppo del Paese. Austerità e taglio radicale della spesa pubblica sono state seguite da una rincorsa precipitosa a prestiti e finanziamenti in valuta straniera, i cui termini, dato l'outlook dei prezzi del petrolio e le prospettive incerte dell'economia angolana, sono di conseguenza di difficile negoziazione per l'Angola. Sarà anche importante tenere d'occhio le valutazioni delle agenzie di rating, capaci di emettere verdetti negativi sulla credibilità dello stato angolano come creditore internazionale. Secondo la Banca di Sviluppo Africana il probabile lievitare del debito pubblico nei prossimi anni (da 35% a 40% solo fra il 2015 e 2016) potrebbe portare a downgrading che minerebbero la credibilità creditizia del Paese (African Economic Outlook). Negli ultimi mesi, Luanda, resasi conto della gravità della situazione e consapevole delle possibili conseguenze catastrofiche di medio termine, si è ritrovata a dover elemosinare frettolosamente prestiti sui mercati internazionali a Goldman Sachs (concessi 250 milioni di USD), Gemcorp Capital (concessi 250 milioni di USD), Banca di Sviluppo cinese (concessi 2 miliardi di USD per la compagnia petrolifera di stato, Sonangol) e Banca Mondiale (in corso di negoziato) per colmare parzialmente lo 'spending gap' attuale di circa 7 miliardi di dollari e rimpinguare le casse dello stato di liquidità in valuta straniera. Dopo intensi negoziati, l'Angola ha appena lanciato un Eurobond (titoli di debito in valuta straniera) sulla Borsa di Londra per un valore di 1 miliardo e mezzo di dollari, che nelle speranze del Governo daranno respiro all'economia. Le cronache della folta comunità di corrispondenti stranieri a Luanda trasmettono però un clima di forte sfiducia. Secondo molti osservatori la quinta economia d'Africa si trova oggi davanti a un baratro. Trasformarlo in un più semplice bivio dipende dalla capacità dell'Angola di reinventarsi e dotarsi di un'economia diversificata, fatto che a sua volta dipende in larga misura dagli imprevedibili scenari politico-economici del futuro prossimo.

Reinventarsi per sopravvivere: prospettive per una rinascita angolana

Identificati i sintomi più visibili, per l'Angola la sfida è doppia: da un lato intraprendere una diagnosi onesta dei mali attuali e delle loro cause, dall'altro identificare cure e trattamenti futuri. Le drastiche misure di austerity e la ricerca disperata di liquidità in valuta estera, pur comprensibili per soddisfare fabbisogni di breve termine e dare tranquillità in un momento di forte incertezza, avvengono con tempistiche tardive e affrettate, come una sorta di tentativo di trovare una cura immediata in mancanza di una diagnosi certa.

In casi come quello angolano attuale, la letteratura economica non prescrive soluzioni standard applicabili indiscriminatamente in qualsiasi contesto, ma piuttosto misure di varia natura da calibrare in base alle specificità di un paese e alla sua realtà socio-economica (Figura 6 e Figura 7). Nel concreto, misure di politica industriale poco ortodosse quali la protezione di settori produttivi nascenti in aree in cui l'Angola gode di vantaggi comparati potrebbero inserirsi in una più ampia agenda di diversificazione economica. Ad esempio, con costi del lavoro non qualificato ancora relativamente bassi, l'Angola si può configurare come una destinazione di trasferimento di produzione da parte di imprese attive nel settore manifatturiero, una possibilità ancora non sfruttata nella grande maggioranza dei paesi africani. Bassa diffusione della rete elettrica, infrastrutture e trasporti in crescita ma ancora poco sviluppati e un ambiente d'affari poco attrattivo (l'Angola è 181esima nel rapporto Doing Business 2015 della Banca Mondiale) si configurano come gli ostacoli più evidenti, seppur non insormontabili, per attrarre investimenti in settori non estrattivi.

Gli ultimi anni hanno visto una crescita degli investimenti per la creazione di poli agro-industriali che mirano a riportare l'agricoltura angolana ai fasti del periodo pre-bellico, con un'attenzione particolare allo sviluppo di capacità di trasformazione dei prodotti agricoli (mais, manioca, caffè, legname, carne). C'è quindi un embrione di strategia di espansione del settore agribusiness, come ribadito nel Programma Nazionale di Industrializzazione e Promozione della Piccola Industria Rurale di cui il Paese si è dotato dal 2013. In assenza di maggiori investimenti pubblici e privati, sarà però difficile superare i limiti consolidati di un'agricoltura con standard di produttività al di sotto della già bassa media africana (AEO).
Per quanto riguarda i servizi, nel settore delle telecomunicazioni potrebbe essere alle porte un'epoca d'oro per il Paese, con il lancio nello spazio del primo satellite angolano, previsto nel 2017 con finanziamenti russi. Quest'evento può riposizionare l'Angola in un settore che sta acquisendo importanza capitale nel panorama africano.

Il peso di scelte decisive per l'Angola ricade per ora sul regime attuale, che dovrà dimostrarsi all'altezza delle sfide imposte da una congiuntura economica negativa. Se invece la crescente spinta di movimenti della società civile opposti al governo portasse a una crisi dell'era Dos Santos, potrebbe profilarsi all'orizzonte un cambio di regime. Nonostante le smentite ufficiali, la difficile situazione economica e la crescente instabilità sociale hanno messo il regime sull'attenti. Le richieste di cambiamento, emerse grazie al dinamismo della società civile appoggiata da una classe media in crescita, sono una spia del malcontento generale della popolazione. Molti osservatori interpretano le crescenti proteste come segnali dell'inizio della stagione politica decisiva per la successione al potere di Dos Santos. Nell'ipotesi remota in cui Dos Santos dovesse lasciare il potere in un futuro prossimo, l'opzione più vicina allo status quo sembrerebbe essere quella di una successione 'in famiglia', con il figlio Jose Filomeno detto 'Zenu' in pole position, oppure con altri candidati dell'MPLA vicini al Presidente. Altri possibili successori potrebbero essere candidati legati ad ali dell'MPLA meno vicine ai Dos Santos. Cambiamenti più radicali potrebbero portare a un cambio totale di regime, scenario di più difficile concretizzazione ma auspicabilmente portatore di una reale transizione democratica.

Per chiunque sarà al potere in Angola nel futuro prossimo l'eredità dei primi quaranta anni di vita dell'ex colonia portoghese è di difficile gestione. Una risposta all'altezza della situazione richiederà grandi capacità di adattamento agli scenari futuri e non potrà prescindere da un impegno maggiore in settori extra-petroliferi. Oltre a ciò, saranno necessarie politiche economiche e sociali più attente ai bisogni di chi è rimasto ai margini della società e che facciano della retorica crescente sulla crescita inclusiva una realtà, in un Paese ricchissimo con una popolazione molto povera e sempre più consapevole della realtà iniqua che la circonda.

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