Taiwan, conosciuta anche come Repubblica di Cina (ROC, sigla inglese), è un’isola situata nel Mar Cinese Meridionale a ridosso della costa centro-orientale della Cina Popolare da cui dista meno di cento miglia e a cui è profondamente legata. Qualsiasi aspetto della vita politica, economica e internazionale di Taiwan va letto analizzando il difficile rapporto che lega l’isola al suo ingombrante vicino.

Confrontando l’estensione territoriale e demografica di Taiwan (36 mila chilometri quadrati per quasi 23 milioni di abitanti) con quella della Cina popolare (9.6 milioni di chilometri quadrati per 1 miliardo e 310 mila abitanti), l’isola appare come un piccolo lembo di terra davanti al gigante cinese. Questo raffronto geografico e demografico è un po’ il simbolo della storica superiorità cinese, intesa non solo in senso geografico e demografico ma anche in senso culturale, politico ed economico. Nell’antichità fu la superiorità culturale del grande Impero Celeste a giocare un ruolo essenziale nel rapporto tra i due, mentre nell’età contemporanea ciò che condiziona maggiormente il ruolo internazionale dell’isola è senza dubbio il significativo peso politico della Repubblica Popolare Cinese (RPC) a cui si è aggiunta recentemente una conclamata superiorità economica.

Tuttavia, ci sono stati due particolari momenti storici che hanno temporaneamente stravolto tale equilibrio. Innanzitutto, Taiwan fa parte della cosiddetta schiera della “prima ondata” del miracolo economico asiatico. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, Taiwan, Singapore, Hong Kong e la Corea del Sud sono stati i primi paesi dell’Asia orientale a seguire il modello di sviluppo economico giapponese toccando tassi di crescita altissimi e guadagnandosi il titolo di “paesi di nuova industrializzazione” o “tigri asiatiche”. Durante uno dei periodi più bui della storia della Cina popolare vissuti in regime di assoluta autarchia, la Repubblica di Cina si apriva, dunque, al commercio internazionale e conquistava primati nell’esportazione del tessile e dell’elettronica, precedendo la Cina di oltre venti anni. Inoltre, proprio quando la RPC deludeva le aspettative mondiali con il Massacro di Tian’anmen (1989), il sistema politico taiwanese si avviava inesorabilmente verso la democratizzazione e il multipartitismo.

Oggi Taiwan si affaccia sulla scena internazionale come paese democratico ed economicamente sviluppato, parte integrante del sistema economico internazionale (membro del WTO dal 2001) e, tuttavia, privo dello status di stato indipendente e sovrano.

Lo sviluppo economico taiwanese si fonda sulla vastissima diffusione delle piccole e medie imprese (PMI) dedite, negli anni Sessanta e Settanta, alla produzione tessile, e dagli anni Ottanta in poi, alla produzione di beni elettronici (più dell’80% della produzione industriale proveniva dalle PMI).

Il tasso di crescita economica toccò il suo picco massimo proprio tra gli anni Settanta e Ottanta raggiungendo il 12-13% annuo. Il settore industriale, dedito all’esportazione, era quello che cresceva più velocemente arrivando a toccare picchi del 17%; tanto che Taiwan veniva considerato il paese più industrializzato di tutta l’Asia, secondo solo al Giappone. Dagli anni Novanta in poi, l’economia taiwanese, esattamente come quella dei paesi avanzati, ha iniziato a subire continue inflessioni negative (Figura 1 e Figura 2) sia per effetto della competizione delle nuove “tigri asiatiche” (Malesia, Cina, Tailandia, Vietnam, ecc.), sia per effetto della crisi del 1997 e di quella delle torri gemelle del 2001. Nel decennio scorso, il tasso di crescita (Figura 3)  ha oscillato tra il 7% e il 5% annui, mentre dal 2005 è stabile intorno al 4% (2006: 4.7%). Tuttavia, dagli anni Ottanta ad oggi il benessere economico della popolazione è aumentato notevolmente passando da un PIL pro-capite di 2.743 US$ nel 1981, ad un PIL pro-capite di 29.000 US$ nel 2006 (su un PIL di 668.3 miliardi di $), suggellando lo status di Taiwan quale paese ad economia avanzata che, dal 2001, ha fatto il suo ingresso nel WTO.

Il ruolo della Repubblica di Cina nei flussi di beni e capitali su scala mondiale è estremamente dinamico. La bilancia commerciale taiwanese è in attivo (Figura 4) con un surplus pari a 21 miliardi di US$ (fine 2006), mentre il surplus del 2007 (da gennaio ad aprile) è pari a quasi 8 miliardi di US$. Gran parte di tale surplus Taiwan lo deve all’enorme quantità di beni finiti esportati in Cina, ad Hong Kong e negli Stati Uniti, mentre la maggior parte delle importazioni proviene oggi dal Giappone (462 milioni di US$ nel 2006) e dagli Stati Uniti stessi (226 milioni di US$). Dalla fine degli anni Ottanta in poi, in seguito all’avvento dei nuovi competitori asiatici nel mercato internazionale, il flusso degli investimenti esteri verso Taiwan è calato notevolmente. Nel 1990, la somma totale degli investimenti interni corrispondeva al 34% degli investimenti effettuati nei due decenni precedenti. Nel 2001, successivamente agli avvenimenti dell’undici settembre, il tasso di crescita degli investimenti interni è crollato del 19.9% per poi crescere molto lentamente. L’ammontare degli investimenti provenienti dai cinesi d’oltremare e dall’estero nel 1996 era pari a quasi 2 miliardi e mezzo di dollari americani e alla fine del 2005 (quasi dieci anni dopo) risultava appena raddoppiato (4.226 miliardi). Nello stesso periodo, si è innescato un processo di “fuga del capitale” taiwanese verso i paesi più competitivi in quanto a costi di produzione, primo fra tutti la Cina continentale. Dal 1991 al 2005 sono stati investiti nella madrepatria cinese circa 47 miliardi di US$ di capitale taiwanese. Per il solo 2006 tale capitale ammontava a 7.642 miliardi.

                                         Francesca Congiu 

 

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