In un periodo in cui le rivolte in Nord Africa e Medio Oriente focalizzano l'attenzione internazionale sul mondo musulmano, è bene non perdere di vista altre importanti realtà non-arabe appartenenti alla geografia islamica.

Con una popolazione che nel 2011, secondo le stime del FMI, supera i 237 milioni di abitanti, l'Indonesia (Figura 1) costituisce oggi il quarto paese più popoloso al mondo, il primo tra quelli a maggioranza musulmana (Figura 2), con un solido sistema democratico e un'economia promettente e in crescita. Per capire l'Indonesia di oggi è però opportuno rifare qualche passo indietro nella storia dell'arcipelago.

La crisi dei mercati asiatici del 1997 scosse violentemente le fondamenta di quel sistema politico, sociale ed economico noto come "Nuovo Ordine". Imposto nel 1965-66 da un sanguinoso golpe militare - in cui furono trucidati milioni di militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) e da cui emerse incontrastata la figura del generale Suharto - tale sistema si fondava in politica interna sulla soppressione di ogni pluralismo democratico, su una durissima repressione del dissenso, e su di un centralismo statale che faceva dell'isola di Java il centro decisionale esclusivo dell'arcipelago.

A livello internazionale, l'Indonesia di Suharto trovò il sostegno delle potenze occidentali e degli Stati Uniti, sia nella forma dell'appoggio dato alle rivendicazioni di Jakarta su Timor Est (dopo che il Portogallo, nel 1975, ne aveva garantito l'indipendenza, Figura 3), sia dal punto di vista dei benefici economici derivanti dal far parte, in pieno clima di Guerra Fredda, del cosiddetto "mondo libero".
Quest'ultimo aspetto, in particolare, garantì al regime di Suharto l'accesso a capitali di investimento che permisero di finanziare lo sviluppo economico del Paese, con la produzione industriale che crebbe negli anni 1970-1996 a tassi superiori al 9% (Aswicahyono, Hill, e Narjoko, 2010).

Ciò avvenne però in un contesto di politica economica caratterizzato da un mix di politiche "sviluppiste" e capitalismo clientelare (crony capitalism), con livelli di corruzione tra i più elevati al mondo. La crescita economica andava così a beneficio degli apparati di governo e dell'esercito, spesso facendo leva sulla ristretta - ma economicamente potente - minoranza etnica cinese, che se da un lato si ritrovava politicamente debole e quindi vulnerabile ai ricatti del governo, dall'altro seppe sfruttare le maglie di quella rete clientelare per fare affari d'oro.

La crisi del 1997 colpì l'economia indonesiana in maniera disastrosa    (Figura 4), contribuendo al cambio di regime che si realizzò in meno di un anno quando, dopo una rivolta di studenti e lavoratori durata mesi e costata la vita a centinaia di persone, nel maggio del 2008 Suharto annunciò le proprie dimissioni dalla presidenza del Paese. Il successore di Suharto, Bacharuddin Jusuf Habibie, nei suoi 17 mesi di presidenza diede inizio a una serie di riforme in senso liberale e democratico, culminate nell'aprile 1999 nelle prime elezioni libere in Indonesia dopo più di 40 anni.

Una delle conseguenze più immediate e drammatiche della fine del "Nuovo Ordine", però, fu l'esplosione della violenza etnica e religiosa, in particolare tra pribuma (indonesiani nativi) e cinesi, e tra musulmani e cristiani. Un'escalation di violenza che, oltre a provocare in pochi anni quasi 10.000 morti, mise a dura prova la stabilità politica del Paese e - come nel caso del movimento indipendentista di Aceh, un territorio a nord dell'isola di Sumatra (Figura 3) - l'unità stessa dell'Indonesia. Inoltre, il processo di islamizzazione della società iniziato già negli ultimi anni della dittatura militare - Suharto stesso si recò in pellegrinaggio alla Mecca nel 1991, sanzionando quindi "ufficialmente" tale processo -, produsse terreno fertile, soprattutto dopo gli eventi dell'11 settembre, la guerra in Afghanistan e l'invasione dell'Iraq, per la nascita di un Islam radicale e fondamentalista e per un acuirsi dei conflitti tra la maggioranza musulmana e le minoranze cristiane.
 

 

 

Tuttavia, l'Indonesia ha compiuto in questi ultimi anni passi decisivi verso una maggiore stabilità politica, consolidando il proprio sistema democratico grazie anche a diverse concessioni in senso federalista e all'introduzione dell'elezione diretta del Presidente, che nel 2004 ha portato alla guida del Paese Susilo Bambang Yudhoyono (riconfermato alle presidenziali del 2009).

La lotta del governo contro il terrorismo islamico si è dimostrata particolarmente efficace, anche grazie alla collaborazione dei principali movimenti islamici del Paese e al fatto che la maggior parte dei credenti musulmani rimane tendenzialmente moderata e, soprattutto dopo gli attentati del 2002 a Bali, sempre più aliena all'Islam più radicale. Tuttavia, come dimostra una recente inchiesta del Jakarta Post condotta nei campus universitari, diversi movimenti jihadisti hanno aumentato il proprio attivismo nel mondo universitario, soprattutto tra gli studenti più svantaggiati, mentre in un articolo del 20 maggio scorso il New York Times denuncia la crescita di gruppi di vigilantes islamici tollerati dalle autorità locali. Il radicalismo islamico rimane dunque un problema da tenere in seria considerazione.

L'economia indonesiana, sebbene con difficoltà e meno rapidamente di altri Paesi ASEAN, ha saputo riprendersi,  e oggi cresce a un tasso del 5% (Figura 5), anche se l'obiettivo fissato da Yudhoyono è quello di portare la crescita al 7% già dal prossimo anno.
Quasi tutti gli indicatori macroeconomici mostrano un trend decisamente positivo.
Il tasso di inflazione, che nel 2006 aveva raggiunto un vertiginoso 13,1%, sembra oggi decisamente più controllato, e il governo si aspetta di mantenerlo intorno il 3,5% e il 5,5% nel 2012.

La disoccupazione, cresciuta costantemente dal 1997 fino a toccare il picco massimo del 11,2% nel 2005, è tornata a ridursi progressivamente negli ultimi anni, così come si è ridotto il numero di persone che vivono al di sotto del livello di povertà assoluta .

Restano tuttavia alcuni nei nella ripresa economica dell'Indonesia. In particolare, il livello degli scambi commerciali con l'estero rimane relativamente basso, nonostante i numerosi accordi commerciali in ambito ASEAN, soprattutto se paragonato a quello degli altri più importanti stati del Sud Est asiatico
(Figura 6).
La corruzione è tuttora un problema serio, e l'Indonesia si colloca ancora abbastanza in basso nella classifica mondiale stilata annualmente da Transparency International sui livelli di corruzione.

Questo aspetto, unito a un regime dei diritti di proprietà tuttora poco chiaro, scoraggia gli investimenti diretti esteri a lungo termine (Figura 7), necessari al finanziamento delle infrastrutture - probabilmente il settore più danneggiato dalla crisi economica del 1997 - la cui carenza limita fortemente lo sviluppo economico del Paese. 

I gravi problemi infrastrutturali dell'Indonesia si manifestano ad esempio nel paradosso per cui, nonostante la ricchezza di risorse quali carbone e gas naturali, la fornitura di energia elettrica è spesso discontinua in tutto il Paese e, ancora più drammaticamente, nell'incapacità di molte compagnie aeree indonesiane di raggiungere standard di sicurezza adeguati,  che si traduce in una frequenza di incidenti aerei particolarmente elevata, in grado di danneggiare seriamente l'importantissimo settore turistico.

Ciononostante, l'Indonesia rimane la più grande economia del Sudest asiatico (Figura 8). Le recenti performance economiche lasciano bene sperare, e i numerosi passi in avanti fatti verso una maggiore trasparenza e una maggiore apertura all'esterno, uniti a un immenso bacino di forza lavoro e a un sistema democratico stabile rendono l'arcipelago uno dei Paesi più interessanti su cui scommettere per il futuro.

                                               Nunzio Donzuso

Questa scheda nasce dalla collaborazione con TWAI

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