Durante la scorsa estate la Spagna è stata teatro di due battaglie, profondamente diverse tra loro, per l'autonomia delle regioni periferiche dal centro. Da un lato la battaglia violenta dell'ETA per l'indipendenza dei Paesi Baschi e dall'altra la sfida pacifica, e condotta nell'ambito costituzionale, della Catalunya per la conferma di uno Statuto profondamente autonomista.

Catalunya (Figura 1) e Paesi Baschi (Figura 2) sono, con un reddito pro-capite a parità di poteri d'acquisto pari rispettivamente al 122% e al 128% del reddito medio spagnolo, due tra le regioni più ricche della penisola iberica. Entrambe hanno una propria lingua ufficiale (ma questo è comune a diverse regioni spagnole) e hanno tradizioni radicate che generano un forte senso di appartenenza.

È normale che, in queste condizioni, le spinte verso una maggiore autonomia fossero forti.
Catalunya e Paesi Baschi hanno, però, seguito due strade diverse per far valere le proprie ragioni autonomiste: la prima ha cercato e cerca il compromesso con le autorità centrali mentre i secondi hanno visto nascere una formazione terroristica, l'ETA, che ha dato il via ad una battaglia sanguinosa e violenta per la conquista dell'autonomia.

Dopo tre anni dal ricorso per incostituzionalità presentato dal Partido Popular contro il nuovo statuto catalano (Figura 3), approvato anche dal Congresso centrale dopo le modifiche della propria Commissione Costituzionale, la Corte Costituzionale spagnola (Figura 4) sembra orientata a non accettare la costituzionalità di alcuni aspetti dello statuto stesso.
Di mira, soprattutto, l'utilizzo della parola "nazione" per riferirsi alla Catalunya e l'obbligo per i cittadini catalani di conoscere la lingua locale, oltre alle modalità di organizzazione di alcuni poteri a livello locale. Sono aspetti ritenuti fondamentali dai catalani (soprattutto a livello politico) e un'eventuale bocciatura della costituzionalità dello statuto avrebbe conseguenze non secondarie.

Sull'altro fronte (Paesi Baschi), l'ETA ha lanciato segnali forti, posizionando bombe a Mallorca proprio nel pieno della stagione turistica e in corrispondenza del soggiorno di membri della famiglia reale sull'isola. Questi episodi possono trovare due interpretazioni di segno opposto.
Da un lato ordire attentati su un'isola è estremamente complesso, e dimostra una capacità organizzativa della banda terroristica ancora molto pronunciata. Dall'altro questa dimostrazione di forza può essere letta come un colpo di coda di un gruppo terroristico sfinito da decenni di lotta non fruttuosa e da una costante repressione da parte del governo centrale spagnolo.

Ma le rispettive popolazioni, da che parte stanno?

Sia i Catalani sia i Baschi hanno un forte senso di orgoglio e di appartenenza al proprio rispettivo territorio. Messi di fronte allo status quo (la Spagna è una nazione con un assetto fortemente decentralizzato, ma è pur sempre una nazione unita), hanno però preso strade molto diverse.

I catalani sembrano convinti che la strada da loro scelta, una via "legale e pacifica" verso una maggiore autonomia, sia il compromesso più giusto. Sono infastiditi da certe intromissioni del governo centrale, pretendono che la loro lingua abbia uno status persino maggiore rispetto allo spagnolo nelle scuole e negli uffici pubblici, ma poi rispettano le istituzioni centrali e, anche per difendere la loro florida economia, respingono le derive violente.

La voglia di identità è altrettanto radicata nel popolo basco che però, al contrario di quanto avviene in Catalunya, non osteggia gli atteggiamenti violenti (né si spiegherebbe altrimenti una così lunga sopravvivenza di un'organizzazione sviluppatasi in clandestinità).
Nel corso dell'estate il Consigliere dell'Interno del governo basco, Rodolfo Ares, ha dovuto chiedere pubblicamente ai suoi cittadini di rompere con la falsa normalità e boicottare i locali (bar, negozi…) che espongono volantini di propaganda più o meno esplicita dell'ETA.

E, come in un romanzo sud americano, l'estate, stagione di fiestas e turismo, ha mostrato lo spettacolo surreale di forze dell'ordine impegnate a cancellare le foto dei terroristi dell'ETA in arresto che continuavano ad "apparire" nei luoghi simbolo delle città basche.

Le istituzioni, i politici, come reagiscono?

Di fronte a uno scenario così complesso, con molte partite che si giocano sullo stesso tavolo (elezioni locali e nazionali, gruppi di pressione nei due territori) sarebbe lecito aspettarsi una battaglia politica senza esclusioni di colpi e ad alto tasso di opportunismo. Come si sono comportati nelle due partite che si stanno giocando i rappresentanti delle istituzioni e dei partiti politici?
Bisogna distinguere.

A livello locale, in Catalunya, il PSC (Partit dels Socialistes de Catalunya) promette un appoggio al governo centrale di Zapatero a patto che non vengano annullati dalla Corte Costituzionale articoli fondamentali dello statuto, cercando così di influenzare i componenti della corte di area socialista che nelle prossime settimane dovranno decidere sulla legittimità dello statuto. Zapatero, da parte sua, cerca di accattivarsi la simpatia dei catalani approvando un generoso piano di trasferimenti verso il governo locale, nonostante il pesante deficit a cui sta andando incontro la Spagna a causa della crisi economica.

Nei Paesi Baschi, storicamente, si è assistito ad un comportamento ambivalente della classe politica locale, con momenti di aperto contrasto all'ETA alternati a momenti di maggiore ricerca di dialogo. In quest'anno, però, l'azione di contrasto sembra essersi accentuata, anche grazie alla collaborazione di molte amministrazioni locali, che, nonostante la loro maggiore esposizione alle pressioni degli indipendentisti, hanno supportato il governo regionale nelle misure (chiusura di locali che inneggiano alla banda terroristica, lotta ai finanziamenti occulti..) di contrasto dell'organizzazione terroristica.

Come si concluderanno le due partite?

La Catalunya, coerentemente con quanto previsto dal quadro costituzionale spagnolo, ha gradualmente incrementato la propria autonomia e le funzioni assegnate al governo locale sono diventate sempre più rilevanti. Lo Statuto approvato nel 2006 ha sicuramente rappresentato un salto di qualità.
Fino ad oggi, i Catalani sembrano soddisfatti dell'assetto attuale senza che l'unità nazionale ne risenta. Tuttavia un eventuale respingimento, da parte della Corte Costituzionale, di articoli rilevanti dello statuto, potrebbe aprire scenari delicati. Ernest Maragall, Consigliere dell'Educazione del governo catalano, ha dichiarato che il patto tra cittadini catalani e stato spagnolo è stato chiuso e siglato, ed è pertanto insindacabile, indipendentemente dal parere della Corte Costituzionale.
Parole pesanti come macigni che, anche se fossero dettate dalla volontà di esercitare pressioni sulle scelte dei giudici, lasciano aperta la porta a reazioni molto forti in caso di esito negativo del verdetto costituzionale e mettono all'angolo una delle principali istituzioni della nazione spagnola.

Nei Paesi Baschi, dove si è puntato meno sul perseguimento di un percorso costituzionale verso l'autonomia, si è anche ottenuto meno (anche se solo relativamente) da un punto di vista dell'autonomia effettiva. È praticamente impossibile immaginare i Paesi Baschi separati dal resto della Spagna, ma è molto difficile, dall'altro lato, immaginare una sconfitta dell'ETA (o una rinuncia alla lotta armata) nel prossimo futuro.

Quello che è certo è che, per il destino dell'intera Spagna, è realisticamente la partita catalana ad essere più importante. Dalla decisione sulla costituzionalità dello statuto spagnolo dipenderà parte del dibattito sul futuro assetto federale della nazione iberica, sempre in equilibrio tra ricerca di integrazione ed un decentramento marcato che fino ad oggi ha dato buoni frutti permettendo alla Spagna di raggiungere, nel corso di pochi anni, un reddito comparabile a quello dei Paesi più sviluppati.

                                           Gabriele Guggiola

Commenti

Comments are now closed for this entry