22 ottobre 2007: i ribelli curdi, provenienti da una base nel Kurdistan iracheno, uccidono in un’imboscata dodici militari turchi.  23 ottobre: il governo turco chiede pressantemente a quello iracheno di adottare misure che impediscano l’uso del  territorio iracheno come base per azioni contro la Turchia. 25 ottobre: il governo iracheno deplora l’accaduto ma dice, in sostanza, di non poter far nulla.

Vi sembra famigliare questa sequenza di avvenimenti? Non sarà un inconscio ricordo del 28 giugno 1914, quando l’arciduca d’Austria venne assassinato in un attentato nella capitale della Serbia, Sarajevo, mentre era in visita ufficiale? L’Austria intimò alla Serbia di adottare severe misure contro le organizzazioni terroristiche; i Serbi dissero sostanzialmente di non poter far nulla…e il mondo sprofondò nella I Guerra Mondiale.

E’ certamente difficile che dalla tensione del Kurdistan possa originare un conflitto di quelle proporzioni, ma in un Medio Oriente intriso di petrolio anche una piccola scintilla può avere grandi conseguenze. Per questo il Kurdistan va tenuto sotto osservazione, in quanto da questo strano “non paese” può derivare una forte tendenza regionale, e forse mondiale, all’instabilità.

Tenere sotto osservazione il Kurdistan è però difficile in quanto si trova a cavallo tra cinque paesi diversi in una sorta di gigantesco fortilizio naturale (Figura 1) in cui le grandi potenze di varie epoche non sono mai riuscite a entrare pienamente: Romani e Ottomani, Medi e Persiani, Armeni e Iracheni hanno a turno ottenuto dai Curdi atti più o meno formali di vassallaggio (Figura 2) ma non sono mai riusciti a dominare davvero queste valli lunghe e strette e queste formidabili montagne, adattissime alle imboscate. “Noi Curdi”, dice un proverbio di questa gente “non abbiamo altri amici se non le nostre montagne”; ma quest’amicizia si è rivelata assolutamente preziosa e sovente decisiva.

La difficoltà è ancora maggiore in quanto non esistono cifre precise relative né alla popolazione né alla superficie del Kurdistan; tutto ciò che si sa con certezza

è che i Curdi sono stati fortemente repressi, soprattutto dai turchi, ma anche dal dittatore iracheno Saddam, dagli iraniani e dai siriani. E che, anche a seguito di questa repressione, si è verificata una forte migrazione, soprattutto verso le grandi città turche e verso la Germania, luogo di elezione degli anatolici alla ricerca di un lavoro; in Germania si stima che la loro comunità conti 500-600mila persone su circa 3 milioni di immigrati provenienti dalla Turchia; e quando Abdullah Ocalan,  leader della guerriglia autonomista diretta dal PKK – la stessa forza dietro alle imboscate attuali -  riuscì a rifugiarsi in Italia, i suoi sostenitori organizzarono impressionanti manifestazioni proprio in Germania, oltre che in Italia, per impedire che fosse consegnato alla Turchia (alla fine lo fu e sconta la pena dell’ergastolo). In Turchia costituiscono una sorta di “stato nello stato” non solo nelle zone di confine con Iran, Iraq e Siria ma anche nelle periferie di Istanbul, Smirne e Ankara.

Ma non potremmo lasciarli in pace e ignorarli? Lo impedisce la geografia (Figura 3): il Kurdistan comprende le sorgenti del Tigri e dell’Eufrate, il che, nella prospettiva di una crescente scarsità idrica mondiale, rappresenta un valore strategico, per quanto latente. Potrebbe bastare una piccola deviazione di alcuni corsi d’acqua per modificare sensibilmente la portata utilizzabile in Mesopotamia e in altre zone. Va inoltre considerato che i Curdi rivendicano come proprie le zone irachene di Mosul e Kirkuk, dalle quali si estrae oltre un terzo del petrolio di questo paese e che gli oleodotti che dovrebbero portare l’”oro nero” attraverso la Turchia fino ai terminali del Mar Nero e del Mediterrano devono inevitabilmente attraversare il territorio rivendicato dai Curdi. Si aggiunga che c’è sempre chi spera di averli come alleati nei conflitti, acuti o latenti, che oppongono Iraq e Iran e finiscono con il coinvolgere Siria e Turchia; e che l’area è in realtà un mosaico etnico nel quale non mancano Turcomanni e Azeri, Assiri e Osseti, alcuni dei quali parlano lingue antichissime e praticano religioni come lo zoroastrismo.

Il mondo, insomma non è semplice e questo inafferrabile Kurdistan ne rappresenta forse la parte più complicata.

                                                  Mario Deaglio

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