Nel bailamme che ha investito il comparto valutario in  questo primo scorcio del 2008, le valute di vari Paesi hanno registrato non pochi svarioni: la crisi finanziaria degli USA, innescatasi nell'estate 2007 (mutui subprime), ha penalizzato le divise collaterali, più ballerine, a vantaggio della valuta "forte" dell'attuale contesto, cioè l'Euro.

In tale scenario, si distingue tuttavia l'indebolimento della Corona islandese, che da inizio anno è arrivata a perdere fino al 35% contro Euro ed al 25% contro Dollaro (Figura 1), prima di ritornare un po' sui suoi passi. Proprio il fatto che la Corona abbia ceduto posizioni anche al Dollaro debole di questi mesi significa che la moneta islandese patisce specifiche problematiche. In effetti, analizzando (Figura 2) il suo trend pluriennale, si nota che le attuali quotazioni contro Euro sono decisamente al di sopra del range dell'ultimo decennio.

La situazione si è aggravata a tal punto che, a fine marzo, la Banca Centrale islandese (Sedlabanki) ha alzato i tassi dell'1,25%, portando il tasso Pronti contro Termine (PcT) al 15%: la Figura 3 conferma che si tratta di livelli senza precedenti nell'ultimo decennio.

La Banca Centrale ha motivato la manovra sui tassi facendo riferimento alla debolezza del cambio ed al rialzo inflattivo: infatti la variazione inflattiva tendenziale di febbraio è risultata pari al 6,8%, contro un obiettivo del 2,5%-3% gradito alle autorità. Tuttavia un'analisi più accurata del quadro inflattivo (Figura 4) dimostra che l'attuale livello inflattivo non è fuori dal range dell'ultimo decennio, visto che il trend (piuttosto ondivago) ha registrato anche punte del 9% tendenziale.

Evidentemente i problemi più profondi del quadro economico-finanziario islandese risiedono in altri fattori e anche gli operatori indipendenti hanno peggiorato la loro visione sull'argomento.

Andando più in profondità nell'analisi economica, si giunge sinteticamente a concludere che i mali del quadro islandese sono sostanzialmente due: scarsissima liquidità nel comparto finanziario e significativa dipendenza congiunturale dal ciclo economico statunitense. Ragionando con mente fredda, si comprende che, in fondo, questi fenomeni possono essere le due facce dello stesso problema.

La correlazione congiunturale con l'economia americana è sottolineata dalla Figura 5, dove si vede immediatamente che, nell'ultimo decennio, il trend del PIL islandese (qui valutato come PIL trimestrale tendenziale, cioè raffrontato con lo stesso trimestre dell'anno precedente) è  sistematicamente "attratto" dal trend statunitense, con variazioni amplificate (nei due sensi) rispetto a quanto registrato dal PIL USA. Poiché tutti ormai parlano di congiuntura americana 2008 in recessione (recentemente lo ha ammesso anche la stessa FED), gli analisti convergono sull'ipotesi di una prossima e significativa frenata islandese. Nel precedente ciclo recessivo ('01-'03) l'economia islandese registrò un minimo di -2% a fine '02 al seguito di un minimo di -0,2% del PIL USA a fine '01.

 

In effetti l'attività economica islandese, espressa questa volta in termini di PIL annuo (Figura 6), risulta già in rallentamento dai massimi del 2004-'05. I principali uffici studi convergono verso una stima di crescita 2008 compresa fra +0,5% e +1%, ma evidentemente si tratta di valutazioni che non risentono ancora degli ultimi sviluppi "recessivi" acclarati negli USA: non è da escludere, quindi, che la prossima tornata di previsioni sul PIL islandese 2008 si ponga quanto meno a cavallo dello 0%, se non addirittura sotto.

La significativa dipendenza dal trend congiunturale USA si collega, in qualche modo, alle particolari caratteristiche dell'Islanda ed al suo isolamento geografico nello specifico. Con la superficie dell'isola impraticabile in molte aree (es: ghiacciai) e/o per lunghi periodi temporali, l'economia si incentra su alcuni settori ben definiti (pesca, turismo, etc), ma non riesce a coprire per intero le richieste di una spese per consumi in continua crescita (+7,6% tendenziale a fine '07).

L'Islanda registra quindi uno strutturale deficit commerciale, proprio per il consistente flusso dell'import. In particolare (Figura 7) si rivela decisamente problematico il deficit delle partite correnti (cioè la valorizzazione dei flussi finanziari in entrata ed in uscita) rapportato in percentuale al PIL. Tale indicatore, pur limando le punte del 2006 (-27%), rimane ancora su livelli di guardia: in pratica il differenziale dei flussi finanziari con l'estero si "mangia" il 15% circa del PIL nazionale.

Ecco che il ragionamento a cerchio si chiude, permettendo di individuare la connessione fra i due citati problemi dell'economia islandese: dipendenza dal trend congiunturale USA e carenza di liquidità.

Il riequilibrio del deficit delle partite correnti rapportate al PIL diventa quindi un passaggio inevitabile per l'Islanda, sia che lo si ottenga in modo "nominale" (indebolendo la valuta) o nel comparto "reale", cioè attraverso una frenata dell'economia. L'opinione oggi prevalente fra gli analisti è che la Banca Centrale islandese punti a perseguire tale obiettivo con una strategia mista, ovvero composta sia da moderati indebolimenti del cambio (indebolimenti che però devono essere "controllati" con il mantenimento di tassi "elevati", pena il rischio di non attirare più capitali verso un mercato già "povero" di liquidità)  sia da un prossimo raffreddamento della congiuntura.

 

                                                 Carlo Crovella

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