Era il 2012 quando il Governo iracheno dichiarava che il Paese, che allora produceva 3 milioni di barili di petrolio al giorno, avrebbe aumentato per il 2017 la produzione fino a 12 milioni di barili al giorno: tanto da competere con la capacità produttiva dell’Arabia Saudita, che all'epoca superava ampiamente i 9 milioni di barili al giorno, secondo i dati OPEC.
Da allora, diverse questioni hanno complicato questa trama: per l'Iraq, le spinte autonomistiche del Kurdistan iracheno anche in ambito energetico e la formazione del sedicente Stato islamico che, benché non riconosciuto, aveva strappato a Baghdad il controllo di pozzi e territorio. L'Arabia Saudita, invece, fin dal 2011 ha dovuto affrontare proteste interne - sedate ben presto con un uso combinato della forza e di sussidi per i giovani disoccupati, prestiti per gli alloggi e aumenti dei salari per i dipendenti pubblici - ma è anche intervenuta militarmente nel vicino Bahrein – dove la locale maggioranza sciita stava per rovesciare il monarca sunnita filo-saudita – prima di invischiarsi in una guerra in Yemen ancora una volta contro i locali sciiti.

A fine 2014 i dati OPEC parlavano di una produzione dell'Iraq superiore di pochissimo a 3 milioni di barili al giorno, mentre quella dell'Arabia Saudita si attestava sui 9,7 milioni al giorno: i problemi che avevano colpito i due Paesi avevano frenato sia la crescita che il Governo iracheno prometteva, sia la performance produttiva dell'Arabia Saudita (Figura 1). Su entrambi i Paesi, poi, faceva capolino una nuova difficoltà: il drastico calo del prezzo del petrolio che a fine 2014 raggiungeva picchi al ribasso di 60 dollari al barile (media annuale: 98,976 dollari per la quotazione del Brent), contro una media di 111 dollari al barile Brent negli anni 2011 e 2012.


Lo scenario nell'ultimo anno appare ancora più complicato. Secondo i dati OPEC, nel 2015 l'Iraq ha prodotto in media 3,5 milioni di barili di greggio al giorno, mentre l'Arabia Saudita 10,19 milioni; leggermente diversi i dati di BP, secondo cui nel 2015 l'Iraq ha prodotto 4,031 milioni di barili al giorno (+22% rispetto al 2014) e l'Arabia Saudita 12,014 (+4,6% rispetto al 2014): una proporzione che resta tuttavia costante tra i due Paesi.
La vera catastrofe avviene però nei prezzi del petrolio; nel 2015 il Brent è quotato in media 52,32 dollari al barile: un disastroso –47% rispetto all'anno precedente. E per i primi 4 mesi del 2016 il Fondo Monetario Internazionale arriva a indicare una quotazione media del Brent di 29,92 dollari (Figura 2): anche se nei mesi successsivi il prezzo è risalito (al 21 ottobre è di 51,32 dollari al barile), i budget e i bilanci dei paesi esportatori, tra cui appunto Iraq e Arabia Saudita, sono compromessi.
Una situazione che obbliga entrambi i Paesi a spingere sulle esportazioni: secondo i dati OPEC nel 2011 l'Iraq esportava 2,17 milioni di barili al giorno, mentre l'Arabia Saudita 7,22 milioni; nel 2015 l'Iraq arriva a esportare 3 milioni di barili al giorno, ma Riad si ferma a 7,16: un trend che vede sempre l'Arabia Saudita in vantaggio più che doppio, ma ferma da qualche anno, contro un Iraq che esporta meno ma è in crescita quasi costante dal 2011, malgrado i problemi che sta affrontando. Tanto che nel 2015 è il secondo esportatore nell'ambito dei Paesi OPEC, proprio dopo l'Arabia Saudita (Figura 3).

Si tratta di una vicenda complessa, quella del settore petrolifero dei due Paesi, che si intreccia con le questioni sociali interne. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, infatti, il PIL dell'Iraq nel 2014 è composto per il 41% dal settore petrolifero e per il 12% da spesa pubblica, mentre l'Arabia Saudita mostra un PIL composto al 45% da petrolio e 12% da spesa pubblica; in Iraq, poi, il 40% della forza lavoro è costituito da impiegati pubblici, mentre in Arabia Saudita la cifra arriva al 30,2%: questi numeri sottolineano come i redditi di una grossa fetta di popolazione dei due Stati dipendano dal pubblico impiego, mentre le entrate di entrambi, indispensabili per pagare gli stipendi ai dipendenti, sono fortemente legate al settore petrolifero (Figura 4), che essendo stato negli ultimi anni minato da diversi fattori di destabilizzazione, ha finito per squassare anche i conti dei due Paesi. Nel 2015 il bilancio di previsione iracheno è sceso a 105 miliardi di dollari rispetto ai 118 stanziati nel 2013. Nel 2014 Baghdad non aveva nemmeno abbozzato un bilancio a causa delle dispute con il Governo regionale del Kurdistan e della guerra in corso con il sedicente Stato Islamico. Due anni neri, dopo che, come riporta la Brookings Institution, per un decennio il prezzo alto del petrolio aveva spinto Baghdad a gonfiare il bilancio e ad aumentare le assunzioni “inutili”, creando un settore pubblico dal personale scarsamente qualificato.
Il budget del 2015 si basava su una quotazione del barile di greggio di 56 dollari, ma il calo intervenuto nella seconda metà dell'anno ha costretto l'Iraq a drenare le proprie riserve di valuta per arginare il deficit. Il Paese si trova così obbligato ad aumentare la produzione di petrolio per far fronte al proprio deficit, senza considerare la volatilità delle quotazioni. Si stima che nel 2015 il collasso del prezzo del petrolio abbia eliminato il 60% del valore del mercato petrolifero precedente. Inoltre, i costi della guerra contro l'ISIS - e la conseguente gestione di 3,5 milioni di profughi interni – gli scontri politici domestici e il blocco delle grandi infrastrutture produttive hanno ulteriormente inibito negli ultimi tre anni il progresso del Paese.
Per il 2017 l'Iraq ha proposto un bilancio di 66 miliardi di dollari, contro una stima di spesa pubblica di 75 miliardi: per questo motivo, il Governo starebbe pensando di accedere a un prestito del Fondo Monetario Internazionale di 5 miliardi di dollari. Baghdad stima di poter esportare il prossimo anno 3,75 milioni di barili al giorno. Le recenti notizie secondo cui l'ISIS sarebbe stato cacciato da tutti i pozzi petroliferi occupati in territorio iracheno e secondo cui Baghdad avrebbe trovato un accordo con Erbil per la gestione del petrolio del Kurdistan iracheno fanno ben sperare.

Il collasso del prezzo del petrolio del 2014-2015 sembra aver causato più danni del previsto al Regno saudita, che negli ultimi due anni ha dichiarato un grosso deficit nel bilancio e, per la prima volta dal 2007, ha attinto alle riserve di valuta estera e ha emesso obbligazioni. Sebbene il livello di produzione di petrolio sia sempre il maggiore al mondo, desta preoccupazione la crescita della domanda interna di energia, che è stimata raggiungere 8,2 milioni di barili al giorno nel 2030 (dati Aramco), rendendo Riad un importatore di petrolio. Il Fondo Monetario Internazionale stima che l'Arabia Saudita esaurirà le sue riserve di petrolio tra circa 60 anni, mentre all'Iraq resterebbero riserve per più di 130 anni.
Nel 2015 la spesa pubblica ha raggiunto, secondo i dati della Brookings Institution, i 260 miliardi di dollari (il 13% in più di quanto stimato alla fine dell'anno precedente), con un deficit di 98 miliardi di dollari. Durante l'anno, Riad ha dovuto spendere cifre superiori a quanto stimato per aumentare i salari degli impiegati pubblici e dei militari, i beneficiari di contributi sociali e i pensionati. È di ottobre 2016 la notizia, diffusa da Arab News e ripresa anche dall'Independent, che 31.000 lavoratori avrebbero presentato protesta formale contro il Ministero del lavoro saudita a causa del mancato pagamento degli stipendi.
Un altro dato preoccupante è l'erosione rapida delle riserve di valuta estera: nel corso del solo 2015 le riserve della Banca Centrale saudita sono passate da 732 miliardi di dollari a 623 miliardi.
Il bilancio di previsione del 2016 prevedeva una spesa pubblica di 224 miliardi di dollari ed entrate per 137 miliardi. La voce più costosa nelle spese saudite per il 2016 riguarda i servizi militari e di sicurezza, che da soli hanno ottenuto 56,8 miliardi di dollari, più del 25% del bilancio. Secondo la Brookings Institution, la difesa saudita potrà raggiungere un costo di 62 miliardi per il 2020, anche a causa dell'interventismo di Riad nella regione (Figura 5). Le allocazioni per la difesa sono cresciute costantemente dal 2011, anno delle prime rivolte arabe: un dato che dimostra come il Governo saudita stia subendo una notevole pressione interna e regionale.

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