Nella complessivo dibattito sulla possibile evoluzione congiunturale del 2008, l'attenzione generale si è comprensibilmente concentrata sul rischio di rallentamento (o addirittura recessione) dei principali Paesi, cioè USA ed Unione Europea.

Sono quindi un po' scivolate ai margini del dibattito le prospettive di due importanti "locomotive economiche" degli ultimi anni: Cina ed India. Parlare di "rischio recessione" per queste due economie si pone addirittura al limite del ridicolo: piuttosto di tratterà di un rallentamento del loro ritmo di crescita.

Tuttavia tale fatto è importante per due motivi. In primis perché la rispettiva crescita annua sembra destinata ad attenuarsi di almeno un punto e mezzo percentuale, che non è poco. Secondariamente perché tale evoluzione confermerebbe che queste due economie non sono ancora in grado di sganciarsi dall'impostazione congiunturale mondiale e soprattutto dal trend americano.Parallelamente va sottolineato che le rispettive autorità governative e monetarie non appaiono particolarmente infastidite dall'ipotesi di un rallentamento economico condizionato da fattori esogeni. Infatti la corposa crescita degli ultimi anni, culminata nelle punte del 2006 (Cina: 11,5%, India 9,6%), ha alimentato un consistente e disordinato aumento dei consumi. Ciò ha contribuito ad accentuare le diffuse tensioni inflattive, con pericolosi condizionamenti sull'equilibrio del confronto sociale interno.

Lo stesso Governo indiano si è recentemente affrettato a dichiarare che la crescita del PIL potrebbe rallentare, attenuandosi (nell'anno fiscale che terminerà il prossimo 31 marzo) all'8,7% dal 9,6% del 2006. Le previsioni degli economisti si spingono a ipotizzare un ulteriore rallentamento nel 2008, con un tasso di crescita annua inferiore all'8%, e successiva stabilizzazione per un arco temporale di circa 3-4 anni. L'inflazione annua, pur in fase di ridimensionamento dalle recenti punte (oltre il 6%), rimane comunque a cavallo del 5% (Figura 1).

Il rallentamento economico più marcato dovrebbe concentrarsi nel settore industriale (la cui crescita è stimata in calo dal 12% al 9,5%). Una performance migliore viene riconosciuta al settore dei servizi (in aumento del 10,5%), mentre l'agricoltura non riesce a crescere oltre il 2,5%, pur coprendo il 20% del PIL e coinvolgendo il 60% della popolazione attiva. Quest'ultimo dato spiega la particolare attenzione della autorità governative sul rischio di frizioni sociali interne: una caotica crescita economica "spinge" l'inflazione che, rincarando continuamente i prezzi dei prodotti al consumo, rischia di emarginare crescenti fasce della popolazione, mentre una ristretta cerchia può continuare a permettersi uno stile di vita "consumistico".

Sia per queste considerazioni, sia per esigenze più strettamente legate all'equilibrio del quadro economico, l'impostazione della politica monetaria indiana è da tempo restrittiva:  la Banca centrale ha alzato i tassi 5 volte dal giugno 2006 e, contemporaneamente, ha aumentato la quota

di accantonamenti di capitale delle banche. Il tasso monetario a 3 mesi (Figura 2), è salito dal 9% di inizio 2007 fino a punte superiori all'11% in primavera; è successivamente sceso all'8%, ma dall'estate ha ripreso un trend rialzista, che lo ha già ricondotto al 9%.

L'obiettivo della Banca centrale è evidentemente quello di tenere sotto controllo sia la crescita economica che l'inflazione. Sul tema inflattivo, però, un po' di confusione è alimentata dalle stesse autorità indiane, che hanno recentemente introdotto l'indice dei prezzi all'ingrosso (WPI), cui preferiscono fare riferimento nelle loro scelte di politica economica.
In realtà è quest'ultimo indice che, dall'autunno scorso in avanti, evidenzia segnali di surriscaldamento, mentre l'indice tendenziale dei prezzi al consumo (CPI), dopo aver raggiunto punte del 7,5% nella primavera 2007, si sta stabilizzando a ridosso del 5%. La Figura 3 sottolinea invece che l'indice tendenziale WPI, sceso a minimi del 3% ad inizio autunno 2007, si è già velocemente riportato sopra il 4%.

Molti economisti affermano che la politica restrittiva indiana potrebbe anche accentuarsi nel prossimo futuro. A differenza della Cina, che non può alzare troppo i tassi, pena un rafforzamento eccessivo della moneta (che andrebbe ad intaccare la competitività dell'export), l'India è meno dipendente dal commercio con l'estero. Anzi, più che beni e servizi, l'India esporta "cervelli", se è fondata la diceria che la maggior parte dei neo assunti alla Silicon Valley è costituita da ingegneri indiani.

In effetti nel corso del 2007, la rupia si è rivalutata del 12% nei confronti del dollaro, peraltro debole per motivi suoi (Figura 4). Contro euro, viceversa, la moneta indiana ha vissuto un'annata a due facce: dapprima ha guadagnato il 7% circa e poi lo ha sostanzialmente lasciato sul terreno, ritornando a cavallo delle quotazioni di inizio 2007 (Figura 5). La presumibile prosecuzione di una politica monetaria restrittiva alimenta, però, stime di possibili apprezzamenti della valuta indiana nel prossimo futuro. Anche per compensare l'effetto cambio sull'export, che comunque porta un suo contributo al PIL indiano, il Governo ha recentemente stipulato un accordo con gli Stati Uniti, che forniranno all'India tecnologia per sostenere un significativo sviluppo dell'industria nucleare civile.

Questo accordo sta condizionando il dibattito politico interno: infatti la sinistra non lo approva perché lo considera un passo falso nella tradizionale posizione "non allineata" dell'India. Voci maliziose affermano che il Governo indiano ha negoziato questa collaborazione (economicamente proficua anche per gli USA) in cambio della promessa di un seggio nel Consiglio Permanente dell'ONU.

Comunque sia, il dibattito si sta accendendo e potrebbe anche affrettare la tempistica delle prossime elezioni politiche previste per maggio 2009. L'eventuale arroventarsi del clima politico potrebbe distogliere le attenzioni governative dalla corretta conduzione dell'economica. Eventuali promesse elettorali, finalizzate a conquistare voti di fasce sociali poco abbienti (zone rurali, periferie urbane degradate, etc) potrebbero comportare il rischio di perdere il controllo dell'inflazione, costringendo la Banca centrale a inasprire ulteriormente la sua politica e spingendo l'economia ad una futura frenata più brusca di quanto ora stimato.

 

                                                 Carlo Crovella

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