La repressione cinese delle rivolte scoppiate in Tibet nel marzo 2008 ha messo in luce le difficoltà di Pechino di fronte ad una duplice sfida: da una parte, la gestione di uno Stato nazionale multietnico e multiculturale, ad estensione continentale, in cui i diversi tassi di sviluppo tra le varie aree rischiano di aggiungere nuove tensioni alle spinte centrifughe già esistenti; dall'altra, la volontà cinese di affermarsi come membro a pieno titolo della comunità internazionale, evitando quindi che 'questioni interne' si trasformino in un boomerang contro la propria ascesa globale. La 'questione tibetana', che ha radici storiche lontane, sembra trovarsi oggi esattamente all'intersezione di queste due dinamiche (Figura 1)

All'origine delle rivolte tibetane, iniziate a Lhasa il 10 marzo 2008 e  diffusesi rapidamente alle regioni confinanti, si possono individuare sia ragioni (relativamente) contingenti, primariamente economiche, che ragioni politiche più profonde. Queste ultime hanno a che fare con la definizione geografica del Tibet e con il suo status. Per il governo cinese, il Tibet coincide infatti con una divisione amministrativa, la 'Regione Autonoma del Tibet', e rappresenta un territorio da sempre sotto l'influenza cinese.  Per i suoi abitanti, il termine Tibet rimanda invece ad una regione molto più ampia (Figura 2) - l'impero tibetano dei secoli VII e IX - che viene  percepita come un'entità politica storicamente indipendente e  assoggettata alla Cina solo a partire dal 1950. In effetti, degli oltre sei milioni di tibetani che vivono in Cina, solo 2.6 milioni risiedono nella Regione Autonoma: zone etnicamente e culturalmente tibetane esistono anche nelle province dello Sichuan, dello Yunnan e del Gansu, ed è proprio in queste aree che si sono verificati i maggiori disordini. (Figura 3).

Al di là delle radici lontane di questa contrapposizione, la 'questione tibetana' con cui oggi ci confrontiamo si è definita in parallelo alla storia della Repubblica Popolare Cinese (Figura 4). Sin dal 1949 la Cina di Mao mette in atto una politica di annessione manu militari, che si risolve con l'assoggettamento del Tibet (1951) e la creazione della Regione Autonoma Tibetana. Nel 1959, la dura repressione delle rivolte tibetane provoca decine di migliaia di vittime e porta alla fuga del Dalai Lama - l'autorità spirituale del buddismo e riferimento politico del popolo tibetano - in India, dove si forma una sorta di governo in esilio. Gli anni sessanta e settanta vedono una decisa sinizzazione del Tibet, attraverso la collettivizzazione forzata e la distruzione di molti monasteri. Solo a partire dagli anni ottanta, con Deng Xiaoping, si aprirà una fase di relativa liberalizzazione economica e politica. Lo sviluppo (Figura 5)  ha portato tuttavia ad un progressivo aumento dell'immigrazione cinese di etnia 'han' e, pur rimanendo una minoranza, i cinesi sono riusciti ad assicurarsi in breve il controllo della maggioranza delle attività produttive, attirando quindi su di sé anche rivendicazioni di tipo economico da parte dei tibetani.

Da parte cinese, la questione tibetana ha un significato che va ben al di la del territorio del Tibet - benché di per sé area strategica in quanto frontiera con l'India; si tratta di riaffermare l'intransigenza verso spinte autonomiste - con un chiaro riflesso politico sulla questione di Taiwan - e al tempo stesso contrastare l'idea che la religione (in un paese che conta 150 milioni di buddisti) possa affermare la propria indipendenza dallo Stato.

La rivolta del marzo 2008, esplosa a Lhasa a partire da una celebrazione della ribellione del 1959, è la più grande manifestazione popolare in Tibet dal 1989. Anche allora - tre mesi prima di Tienanmen - il governo rispose con la forza alla sollevazione tibetana contro le politiche di assimilazione forzata. E tuttavia, la Cina di oggi non è certamente quella di vent'anni fa, e la 'questione tibetana' viene ad inserirsi in uno scenario internazionale sensibilmente  mutato.

Grazie al suo impressionante sviluppo economico, e ad un mercato potenziale di oltre un miliardo di persone, Pechino si è infatti imposta come attore primario e ineludibile dell'economia politica internazionale. Membro ufficiale del WTO dal 2004, la Cina è oggi il maggiore partner commerciale di USA e UE. Sebbene affermi di volersi concentrare primariamente sullo sviluppo economico, è evidente la volontà cinese di ottenere un riconoscimento anche politico. L'organizzazione delle prossime Olimpiadi - agosto 2008 - doveva in tal senso rappresentare il 'biglietto da visita' con cui il Paese si presenta al mondo.

La 'comunità internazionale' a cui attualmente la Cina aspira ad essere ammessa non può tuttavia rimanere indifferente di fronte alla questione tibetana. Da una parte, anche a seguito della progressiva affermazione di un diritto/dovere di ingerenza (umanitaria) è venuta meno quell'idea di 'sovranità assoluta', dietro alla quale la Cina pretenderebbe di poter risolvere con  qualsiasi mezzo i problemi 'domestici'. D'altra parte, a partire dall'89 fino alle recenti 'Rivoluzioni dei Colori' (Ucraina, Georgia, Libano) si è fatto sempre più netto il sostegno occidentale, di governi ed opinione pubblica, ai movimenti di riforma democratica. In particolare, lo sdegno seguito alla repressione della protesta dei monaci birmani (settembre 2007), rappresenta per Pechino un imbarazzante parallelo. Nel frattempo, la causa tibetana si è progressivamente internazionalizzata anche grazie all'opera del Dalai Lama, premio nobel per la pace nel 1989, che si è imposto come una figura di primo piano nel panorama internazionale.

A seguito di quest'ultima sollevazione, azioni di protesta contro la repressione cinese si sono viste in tutto il mondo - dagli assalti del consolato cinese a Sidney, alle manifestazioni contro il passaggio della torcia olimpica (Londra, Parigi, San Francisco), all'emergere dell'ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi. É difficile prevedere quale sarà il risultato di questa pressione internazionale. L'apertura di nuovi negoziati con il Dalai Lama mostra tuttavia che Pechino è consapevole di non poter rimanere indifferente alle critiche. La reazione del governo al terremoto nella regione del Sichuan, ci ha poi restituito l'immagine di una Cina 'diversa', aperta agli aiuti internazionali, solidale, vicina ai propri cittadini (ribaltando, in questo caso, un nuovo parallelo con l'ex-Birmania). Quel che è certo è che la questione tibetana, con il prossimo passaggio della torcia olimpica in Tibet e con i giochi olimpici di agosto - promette di rimanere per un po' al centro della scena, e che la sua soluzione riguarderà, in buona misura, l'intera 'comunità internazionale'.

                                                    Enrico Fassi

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