Da circa tre mesi il Qatar è al centro di una grave crisi politico-diplomatica che vede coinvolti molti dei Paesi arabi e mediorientali. Dopo un’intensa campagna mediatica condotta contro Doha, quasi tutte le monarchie del Golfo (con l’eccezione di Oman e Kuwait, che hanno assunto un ruolo di mediazione), seguite poi da altri Paesi del “blocco sunnita” (in primis l’Egitto che, come vedremo, gioca un ruolo fondamentale, ma anche Maldive, Eritrea e Giordania e il cosiddetto “governo di Tobruk” per la Libia), il 5 giugno scorso hanno rotto ogni legame politico-economico con il regime dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani e richiamato i loro ambasciatori (Figura 1). Al centro di questa nuova contesa - com’era già accaduto nel marzo di tre anni fa, quando Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Uniti ritirarono i loro ambasciatori per varie settimane -, i cui primi sintomi risalgano addirittura al 1995, c’è l’eterno conflitto tra sunniti e sciiti, la conseguente ostilità tra Riyadh e Teheran (con cui Doha non intende rompere i solidi rapporti economici), le relazioni con la Turchia e l’Egitto. La causa scatenante è stata però indicata nel sostegno al terrorismo islamico (cioè l’Isis e organizzazioni assimilabili), del quale il Qatar sarebbe uno dei maggiori finanziatori.

La crisi è scoppiata proprio alla fine della visita in Arabia Saudita del presidente americano Donald Trump (20-22 maggio 2017), durante la quale Washington e Riyadh hanno firmato accordi economici per 400 miliardi di dollari (di cui 110 per la sola vendita di armamenti molto avanzati), sancendo così il ripristino dell’antica “alleanza di ferro” messa in crisi dal disimpegno dalla regione della precedente amministrazione Obama. Alleanza ormai estesa di fatto a Israele (malgrado l’assenza, finora, di rapporti bilaterali ufficiali tra Riyadh e Tel Aviv), mentre l’Iran è stato ricacciato tra i Paesi sostenitori del terrorismo internazionale, ribaltando così la linea di apertura avviata nel luglio 2015 dall’intero Occidente con la firma degli accordi per porre sotto il controllo internazionale le attività nucleari di Teheran.
Il pretesto per l’esplosione del contenzioso, un paio di giorni dopo la partenza di Trump, è stato un comunicato della Qatar News Agency (QNA) in cui, a nome dell’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani, si elogiava il ruolo di Hamas, riconosciuto come legittimo rappresentante del popolo palestinese, si auspicava il ritorno al dialogo con l’Iran, anche a causa del suo status di “potenza islamica”, e si accennava a possibili forme di “cooperazione militare” con Israele. La nota dell’agenzia riprendeva anche alcune dichiarazioni del ministro degli Esteri qatariota, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, che accusavano le monarchie del Golfo di preparare un colpo di Stato in Qatar, com’era già stato tentato nel 2013. A poco è servita la pronta smentita dell’entourage dell’emiro e l’avvio di un’inchiesta ufficiale per far luce sull’asserito hackeraggio del sito ufficiale d’informazione, poi attribuito (ma senza fornire prove) agli Emirati Arabi Uniti. Lunedì 5 giugno Arabia Saudita, Emirati Uniti, Yemen, Egitto, Bahrein, Maldive e il Governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar per la Libia hanno rotto con effetto immediato i rapporti diplomatici con il Qatar e ritirato i rispettivi ambasciatori. Partendo dalla dichiarazione della QNA, giudicata troppo “eversiva” per quanto affermato sull’Iran, e dai risultati del vertice tra Usa e Arabia Saudita appena concluso, questi Paesi hanno accusato Doha di finanziare molti movimenti terroristici attivi nella regione, tra cui al Qaeda e l’Isis, di fomentare il dissenso al loro interno mediante il canale satellitare qatariota Al Jazeera e di fiancheggiare organizzazioni come la Fratellanza musulmana e Hamas, anch’esse considerate terroristiche da vari governi arabi e occidentali. La rottura dei rapporti diplomatici è stata subito seguita dalla chiusura di ogni via d’accesso - terrestre, aerea (Figura 2) e marittima - a mezzi di trasporto o persone provenienti o dirette in Qatar e dall’espulsione dei cittadini qatarioti residenti in tali Paesi.

Si è trattato, com’è facile comprendere, di misure assai dure e onerose per l’emirato, sotto il profilo sia geo-politico sia economico, data la sua particolare collocazione geografica: una piccola penisola protesa nel Golfo Persico e collegata via terra soltanto con l’Arabia Saudita. Ma non è affatto escluso che pure la coalizione riunita intorno a Ryiadh, quand’anche riuscisse a sottomettere Doha alla propria volontà, possa subire danni notevoli. In aiuto del Qatar è prontamente giunto l’Iran, che ha intravisto la grande opportunità di attrarre nella sua orbita un emirato tradizionalmente riottoso verso l’egemonismo saudita, aprendo nel contempo un profondo cuneo nello schieramento del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Questo, da sempre dilaniato da faide intestine, da tempo recalcitra contro i progetti di Riyadh di creare un’unione economico-monetaria, oltre a una vera e propria alleanza militare, la cosiddetta “Nato del Medio Oriente”, in funzione ufficialmente antiterroristica, ma in realtà nucleo di un più ampio e intransigente fronte anti-sciita. La mossa di Teheran era forse prevedibile, considerato che Iran e Qatar si dividono il colossale giacimento offshore di gas “North Dome/South Pars” (Figura 3), il singolo deposito metanifero più grande del mondo, ricco di ben 51mila miliardi di m3 e 50 miliardi di barili di condensati, il cui sfruttamento va necessariamente coordinato tra le parti (Figura 4); e che l’emiro al Thani era stato il primo monarca della regione del Golfo a congratularsi con Hassan Rouhani per la sua rielezione a presidente dell’Iran, avvenuta il 20 maggio 2017. L’aiuto iraniano si è rivelato comunque provvidenziale, consentendo al Qatar di mantenere aperti i collegamenti aerei internazionali e di ricevere, mediante uno spettacolare ponte aereo, le forniture indispensabili, fino ad allora provenienti dall’Arabia Saudita, per impedire la rapida fine delle scorte alimentari qatariote. Meno prevedibile, invece, il sostegno di un altro lontano alleato, la Turchia, che ha anch’esso aperto i suoi cieli al traffico qatariota e partecipato al ponte aereo di soccorso. In questo caso, però, la mossa si spiega - oltre che con un’affine visione dell’Islam sul piano politico-ideologico - soprattutto con un trattato di alleanza, firmato nel 2002 e ampliato nel marzo 2015, che concede ad Ankara il permesso d’impiantare una base militare a Tariq bin Ziyad, la quale potrà a ospitare fino a 3.000 soldati turchi, con possibili estensioni al settore aereo-navale. Su un piano di neutralità (quindi non applicando le sanzioni economiche e non ritirando i propri ambasciatori) sono rimasti Oman e Kuwait. Quest’ultimo, attraverso il suo emiro Sabah al Ahmad al Sabah, si è anzi offerto come mediatore per cercare una soluzione della crisi, finora però senza successo.

Oltre a quelli già accennati, vi sono altri motivi per cui il Qatar è tornato nel mirino di alcuni “Paesi fratelli” del CCG? L’emiro kuwaitiano, nelle sue vesti di mediatore, alcuni giorni dopo lo scoppio della crisi ha inviato a Doha l’elenco completo delle “colpe” imputate e delle relative richieste da adempiere, condensate in 13 punti, per ritenere superata la crisi ed essere riammessa a pieno titolo tra i membri del CCG, nonché nel più generale consesso dei Paesi sunniti. L’esame anche solo sommario di questi punti svela facilmente come l’accusa di finanziare organizzazioni terroristiche (già di per sé alquanto surreale, considerati i dubbi trascorsi in materia di molti dei Paesi che la muovono) non sia in realtà l’elemento decisivo tra gli addebiti ascritti. L’ordine di presentazione delle domande è eloquente per cogliere la gravità delle colpe, secondo i richiedenti: al primo posto spicca la rottura dei rapporti con l’Iran; segue la fine di ogni appoggio e contatto con organizzazioni terroristiche (al-Qaida, Isis e Hezbollah), compreso il sequestro dei beni presenti sul territorio qatariota e l’espulsione dei membri ivi residenti; a esse è assimilata la Fratellanza musulmana e quindi Hamas, la prima invisa all’attuale regime militare egiziano del generale al-Sisi, la seconda nemica di Israele e di quasi tutto l’Occidente; poi la chiusura dei media, soprattutto dell’odiato e temuto canale televisivo al-Jazeera, che da Doha offrono una visione spesso molto spregiudicata e critica rispetto agli altri mezzi d’informazione mediorientali; la fine di ogni accordo militare con la Turchia e della presenza delle sue forze armate; la cessazione di ogni aiuto alle opposizioni politiche dei Paesi del Golfo e la consegna dei “terroristi” ospitati; compensazioni finanziarie (da concordare) per i danni causati dalle politiche praticate finora dal Qatar; la verifica per un decennio (inizialmente mensile, poi diluita nel tempo) dell’applicazione dei 13 punti. Il tutto da accettare entro 10 giorni (in seguito prorogati a un mese).
Vi sono, infine, altri “capi di accusa”, sottaciuti ma non meno rilevanti, alla base della mossa di Riyadh. In particolare, il fatto che il Qatar abbia voluto sfidare la leadership saudita sia nella guida “morale” del mondo sunnita, sia nella conduzione della guerra civile siriana. In questo contesto, Doha e Riyadh hanno accumulato gravi divergenze, trovandosi su fronti opposti nell’appoggio agli insorti anti-Assad. La prima ha finanziato le frange più radicali, come l’ex Fronte al Nusra, d’ispirazione qaedista e ora parte della coalizione Hayat Tahrir al Sham, e Ahrar al Sham. La seconda ha sostenuto i rivoltosi più moderati delle “Syrian Democratic Forces” (SDF). Ma non basta. Nel caso dell’Egitto, mentre l’Arabia Saudita ha promosso il colpo di Stato del generale al Sisi e poi l’ha sostenuto con cospicui finanziamenti (23 miliardi di dollari concessi fino all’autunno scorso, quando è avvenuta una brusca rottura tra le parti), il Qatar (insieme alla Turchia) ha appoggiato la Fratellanza Musulmana dell’ex presidente Morsi, condannato a morte con una sentenza poi annullata nel novembre scorso. In Libia Doha sostiene, di nuovo insieme ad Ankara, il Governo di Tripoli di Fayez Serraj, il solo legalmente riconosciuto dall’Onu e da gran parte dell’Occidente (pur continuando a dare appoggio finanziario alle milizie armate di Khalifa al Ghwell, di Misurata e ad altre formazioni islamiste molto attive nella Tripolitania); Riyadh è invece al fianco, insieme ad al Sisi, del Governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar. Infine, va ricordato come il citato appoggio ad Hamas abbia posto il Qatar in rotta di collisione con Israele, creando ulteriori problemi alla monarchia saudita, la quale sta invece cercando da tempo un modus vivendi con l’ormai ex “nemico sionista”.

Il punto cruciale del contendere risiede tuttavia nell’ambizione-sfida di rappresentare l’alleato più fedele, credibile e utile degli Stati Uniti in Medio Oriente. Dal 2003 il Qatar ospita infatti ad al Udeid, alle porte di Doha, la più grande base militare americana nel Medio Oriente, forte di 11mila uomini, oltre un centinaio di aerei presenti in pianta stabile e sede del CentCom, il comando da cui Washington proietta la sua potenza su tutta la regione. L’Arabia Saudita non ha mai pienamente accettato questa sorta di sfida del Qatar (anche se fu proprio Riyadh a chiedere alle forze americane, dopo l’11 settembre 2001, di lasciare l’enorme base intitolata al principe Sultan, nel timore di un’eccessiva visibilità politico-religiosa delle forze “infedeli”), data la sua pretesa di mantenere con gli Usa una “special relationship” sul tipo di quella che Londra vanta da quasi 80 anni con Washington. Non a caso l’Arabia Saudita ritiene tuttora un elemento fondante del suo status regionale e internazionale il cosiddetto “accordo del Quincy”, firmato nel febbraio 1945, a bordo dell’omonimo incrociatore Usa ormeggiato nei Laghi Amari del canale di Suez, dal presidente Franklin Roosevelt e da re Ibn Saud, in base al quale gli Stati Uniti ottenevano l’apertura della base militare di Dharhan (la prima americana nella regione), a difesa della monarchia saudita, in cambio della garanzia di un flusso costante del petrolio regionale verso gli Usa e dello sviluppo esclusivo per 60 anni degli idrocarburi sauditi.
Come può dunque finire questa delicata e pericolosa crisi? Doha finora è restata ferma sulle sue posizioni: l’emiro Tamin bin Hamad al-Thani, pur esprimendo “rispetto” per la mediazione dell’emiro kuwaitiano, ha personalmente respinto come “irricevibili” e “provocatorie” le richieste contenute nell’ultimatum saudita, perché lesive dell’indipendenza e della sovranità del suo Paese, offrendo anzi, in modo beffardo, la disponibilità a chiudere la tv satellitare al-Jazeera soltanto dopo che i sauditi abbiano fatto altrettanto con la loro rete tv al-Arabyia. Oltre all’appoggio di Teheran e Ankara, il Qatar ha ottenuto la benevola (ma timida) neutralità europea, anche se il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel si è spinto un po’ oltre, affermando che la sovranità del Qatar va comunque rispettata. Gli Stati Uniti hanno mostrato grande imbarazzo dinnanzi alla prospettiva di doversi schierare e, a fronte di un generico appoggio manifestato da Trump all’Arabia Saudita, Il Dipartimento di Stato e il Pentagono sono stati invece molto più vaghi, auspicando la rapida ricomposizione di un contenzioso che avvantaggia soltanto Russia e Iran. Un segno della volontà Usa di non rompere affatto il solido e proficuo legame stabilito con Doha, malgrado la precisa richiesta degli Emirati Uniti, è anzi giunto dall’annuncio a metà giugno (quindi a crisi già esplosa) della vendita di 36 caccia-bombardieri statunitensi F-15 (tuttora molto avanzati, benché risalgano al 1976) per un importo di 12 miliardi di dollari. Accordo ovviamente impensabile da firmare con un Paese che rischia di essere messo politicamente al bando.
Alla base della fermezza qatariota c’è un duplice punto di forza. Da un lato il fatto che il Paese non è comunque privo di armi di ritorsione. Gli Emirati Uniti, forse i più strenui assertori della “linea dura” verso Doha, sono in realtà alla sua mercé dal punto di vista energetico. Il sistema produttivo e dei servizi di Abu Dhabi è legato all’elettricità generata mediante gas quasi totalmente importato dal Qatar attraverso il gasdotto sottomarino “Dolphin” (Figura 4), lungo 364 chilometri e della portata di 20,6 miliardi di m3 annui, che alimenta in parte anche l’Oman. Il gasdotto, gestito da una joint-venture di cui la società qatariota Mudabala Investment Co. detiene il 51% (Total e Occidental Petroleum hanno il 24,5% ciascuna), ha finora proseguito la sua normale erogazione, in evidente sostegno alla posizione neutrale assunta da Mascate nella contesa in atto. È chiaro però che Doha ha tra le mani un’arma di pressione di grande efficacia, potendo chiudere la pipeline in qualsiasi istante. Vi è poi un altro potenziale strumento di ricatto, tanto rilevante quanto quasi sconosciuto. Utilizzando la piccola percentuale di elio contenuta nel metano estratto dai suoi pozzi e sfruttando le qualità di questo gas inerte, dotato del più basso punto di ebollizione di tutti gli elementi, il Qatar ha avviato una produzione notevole (circa un quarto del totale mondiale) in una filiera che ha acquisito forte rilievo a livello globale (semiconduttori, propellenti per missili, hard driver per computer, magneti, fino alle macchine di ultima generazione per la ricerca sulle particelle sub-atomiche, come il Large Hadron Collider sviluppato dal Cern a Ginevra, il più grande acceleratore di particelle mai realizzato dall’uomo). Sfruttando le obiettive difficoltà incontrate nel movimentare il suo commercio estero a causa del blocco saudita, Doha ha sospeso per alcune settimane la sua produzione di elio (poi in parte ripresa attraverso l’Oman), causando gravi timori nei settori a essa interessati e lanciando così un segnale eloquente all’intero Occidente per tenerlo al proprio fianco.

Dall’altro lato c’è il fatto che il Qatar sta resistendo meglio del previsto all’assedio lanciato dai Sauditi anche grazie a una struttura economico-finanziaria molto solida. Il Paese, mediante i proventi derivanti dall’export di gas liquido (di cui è il terzo detentore mondiale di riserve e produttore, grazie alle risorse contenute nel giacimento di North Dome, stimate in 36.800 miliardi di m3, di cui 25.500 estraibili) (Figura 5 e Figura 6), vanta il più alto reddito procapite annuo al mondo (quasi 130mila dollari). Con l’enorme surplus generato da tale attività è stato creato un fondo sovrano (Qatar Investment Authority - Figura 7), con un valore patrimoniale di ben 335 miliardi di dollari (pari a oltre il 250% del Pil), il quale detiene quote significative di controllo di alcune delle maggiori aziende mondiali, spaziando dalle banche (Credit Suisse, Barclays, Deutsche Bank) all’energia (Shell, Rosneft Oil), dalle automobili (Volkswagen) alle miniere (Glencore). In Italia controlla beni immobiliari per diversi miliardi di euro. A riprova della solidità delle risorse qatariote, il 21 giugno il fondo ha “girato” senza difficoltà al ministero delle Finanze 30 miliardi di dollari, frutto di leggeri “ritocchi” nelle quote detenute in aziende estere. Operazione che, a detta della QIA, potrà essere ripetuta ancora senza intaccare la propria solidità. Anche la stabilità del sistema bancario non sembra in discussione, malgrado l’annunciato ritiro dei fondi dei Paesi arabi ostili depositati a Doha, valutati in 20 miliardi di dollari. Il più grande istituto di credito del Paese, la Qatar National Bank, la maggiore del Medio Oriente quanto ad attività (211 miliardi di dollari, un valore più che raddoppiato nell’ultimo quinquennio), punta a ridurre la quota dei propri profitti generata dal mercato interno dall’attuale 67% al 50% entro il 2020, puntando soprattutto sul mercato asiatico. Secondo Standard & Poor’s, il rating del sistema bancario è stato ridotto di una posizione, ma si colloca tuttora a AA-. Le perdite della Borsa sono state contenute in poco più del 10%, mentre il tasso interbancario a tre mesi è passato dall’1,5% al 2,47%. Va inoltre rilevato come il mercato asiatico, già ora preponderante nel commercio estero qatariota (Figura 8), sembri del tutto insensibile alla querelle scoppiata nel Golfo. Sull’ulteriore incremento dei traffici in quella direzione punta quindi il Qatar. Come segno di massima sfida, l’emiro al-Thani in persona ha annunciato la volontà di aumentare di quasi il 30% entro 5/7 anni la capacità di esportazione di GNL, portandola da 77 miliardi di m3 annui (un terzo del totale mondiale) a 100 miliardi, in gran parte destinati proprio all’Asia (Figura 6). Con ciò andando a scontrarsi con i piani statunitensi di diventare presto uno dei maggiori esportatori mondiali, grazie al gas prodotto con il metodo del fracking.
Certo, alcuni dei maggiori progetti qatarioti potrebbero essere messi a repentaglio se la crisi si protraesse per molti mesi. Su tutti, la faraonica organizzazione dei Campionati mondiali di calcio del 2022, per la quale l’emirato ha varato un budget di spesa di ben 200 miliardi di dollari, comprendente un sistema di trasporto ferroviario e la metropolitana di Doha stimato in 35 miliardi, una nuova città da 200mila abitanti e il raddoppio del sistema aeroportuale per gestire un traffico calcolato in 53 milioni di passeggeri annui. Anche i Paesi che hanno emanato le sanzioni contro Doha, come abbiamo già accennato, corrono tuttavia il rischio di subire danni rilevanti. La stessa Arabia Saudita, che punta molto sulla quotazione, prevista per l’anno venturo, del 5% di Aramco (la cassaforte che racchiude le sue riserve di idrocarburi, valutata tra 1.000 e 1.500 miliardi di dollari, secondo le stime più accreditate), potrebbe non raccogliere tutto il denaro atteso se la tensione nella regione restasse alta. Quindi il confronto tra le parti rischia di essere un caso da manuale di “lose-lose”, secondo la caustica sintesi suggerita dal ministro delle Finanze, Ali Shareef Al Emadi: «Molti pensano che in questa vicenda noi saremo i soli perdenti. [In realtà,] se dobbiamo perdere un dollaro, anche loro ne perderanno uno». Tutti, quindi, finiranno per rimetterci, uscendone più poveri di prima.
Come uscire da questo apparente vicolo cieco? I possibili esiti sono diversi:
- Un improvviso e rapido accordo tra le parti, frutto della capitolazione di una delle due (accettazione del Qatar di adempiere alle 13 richieste saudite oppure ritiro pressoché totale di esse da parte di Riyadh). Ma tutto quanto esposto finora fa escludere questa eventualità.
- Il tentativo di rovesciare il regime dell’emiro al-Thani con un colpo di Stato. L’ipotesi è stata smentita dal ministro degli Esteri degli Emirati, Anwar Gargash, ma proprio per questo è probabile che Riyadh ci abbia seriamente pensato: Hamad bin Khalifa Al Thani, padre dell’odierno emiro, che ha abdicato solo 4 anni fa, potrebbe diventare, suo malgrado, la bandiera di una parte del Palazzo. Ma il consenso di cui gode l’attuale sovrano sembra alto, specie dopo l’inizio della crisi.
- L’invasione militare del Paese da parte della coalizione a quattro (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Uniti ed Egitto) che ha aperto la crisi. Fattibile con relativa facilità sulla carta, quest’ipotesi si scontra con la presenza delle truppe turche ma soprattutto statunitensi. Washington non potrebbe accettare questa mossa senza passare per connivente (sue sono le armi dei potenziali invasori ed essa avrebbe sentore con larghissimo anticipo dell’ipotetica invasione, grazie ai suoi sistemi d’intelligence), vedendo quindi compromessa la sua credibilità politico-diplomatica globale). D’ora in poi nessun Paese che ospiti una base militare americana potrebbe sentirsi al sicuro da una minaccia esterna.
- Un compromesso (necessariamente di lunga elaborazione) che salvi la faccia a tutti i contendenti senza penalizzare il prestigio di nessuno (fattore vitale nella complessa psicologia araba), soddisfacendo almeno alcune richieste di fondo di Riyadh (media meno “aggressivi” verso il resto del mondo arabo; “business as usual” di Doha con Teheran, ma allineamento formale alla “solidarietà araba” con la fine delle relazioni formali con il nemico sciita; espulsione di alcuni degli oppositori più invisi a sauditi ed egiziani; appoggio più ridotto e discreto alla Fratellanza musulmana e a Hamas; alleanza collettiva contro tutti i terrorismi), in cambio di solenni garanzie formali che il Qatar resti un Paese indipendente e sovrano, non soggetto a interferenze esterne di alcun tipo e libero di scegliersi amici e alleati. Garanzie magari “benedette” da una mediazione finale americana.
Proprio questa sembra essere la via su cui si sta incanalando la controversia. Se la sovranità del suo Paese sarà rispettata, l’emiro al-Thani a fine luglio si è detto pronto al dialogo e ad «ammettere, analizzare ed emendare eventuali errori commessi», partendo da correzioni da apportare all’attuale legge contro il terrorismo. L’apertura è stata subito giudicata “positiva” dal ministro degli Esteri degli Emirati Uniti Anwar Gargash e ciò fa ritenere che dietro alle quinte sia finalmente partito un negoziato che risolva la querelle senza vinti né vincitori. In ogni caso, è chiaro che la crisi è destinata a lasciare tracce durature.

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