La Finlandia è un Paese che si trova nell’estremo Nord dell’Europa, esteso poco più dell’Italia e che conta circa 5 milioni di abitanti, la metà della Lombardia (Figura 1).

È un “Paese benestante”, in cui il reddito pro capite è uno dei più alti in Europa (circa 35.000 dollari USA) e che gode di un Welfare molto “attento”.
Il livello della disoccupazione (Figura 2), seppure in leggero incremento negli ultimi mesi, resta a livelli accettabili, ben al di sotto della media europea e dei dati italiani: i “giovani” disoccupati - e cioè al di sotto dei 25 anni di età - sono quasi il 20%, mentre il valore dell’indice complessivo del Paese è pari a 7,8%.

C’è da dire che non vi è par condicio tra i disoccupati in Europa: vi sono infatti disoccupati più “fortunati” nel senso di essere assistiti in Paesi che adottano politiche sociali che consentono una copertura elevata, come nel caso della Finlandia. Qui infatti si assistono non solo i disoccupati – in senso stretto coloro che hanno perso l’occupazione – ma anche gli inoccupati – che non l’hanno mai avuta - e viene affiancato a uno schema di tipo contributivo anche una indennità di disoccupazione di carattere assistenziale, cioè svincolata dal fatto di avere accumulato una base contributiva minima.

Negli ultimi mesi la Finlandia è stata alla ribalta dei media – incredibile a dirsi - poiché ha alzato la voce durante i tavoli europei in cui si sono stati discussi - tra gli altri - gli interventi per porre rimedio al mostro-spread” e alla “tragedia greca”.

A fianco dell’Olanda, la Finlandia ha minacciato di boicottare lo scudo anti spread e di bloccarlo votando contro una eventuale necessità di acquisto da parte dell’Esm (European Stability Mechanism) di titoli di stato nazionali per tenere lo spread  di questo o quel Paese sotto controllo.  

La politica estera finlandese è anche specchio di quanto succede politicamente all’interno del Paese: negli ultimi anni  il partito fondato nel 1995 dei “Veri Finlandesi” ha preso piede conquistando seggi in Parlamento e, nelle ultime elezioni comunali, il 12,3% delle preferenze, sventolando la bandiera dei NO all’euro, agli immigrati e al protocollo di Kyoto.
I “Veri Finlandesi” si sono attestati al quarto posto dopo il partito del Premier Katainen, il Partito di Coalizione Nazionale, che è ancora la prima forza del Paese con il 21,9%, i socialdemocratici al 19,6% e il Partito di Centro, al 18,7%.

Durante i recenti incontri di solo pochi mesi fa, la Finlandia ha minacciato addirittura di valutare anche lo scenario di uscita dall’Euro: Europa sì, ma non a tutti i costi quindi. La preoccupazione del governo di Helsinki è che possa passare un modello di integrazione europea in cui tutti i Paesi siano responsabili in solido per i debiti pubblici di tutti gli Stati.
In questa ottica va ad esempio visto l’ottenimento da parte del Paese scandinavo, nell’ambito del salvataggio greco, di garanzie bilaterali specifiche – basate su beni immobiliari - per coprire gli aiuti di sua pertinenza.
La Finlandia ha letteralmente ipotecato alcuni “pezzi pregiati” della storia della cultura greca quali ad esempio l’Acropoli, il Partenone e le Isole Egadi in cambio del proprio sostegno finanziario. Esattamente come se una qualsiasi banca avesse concesso un mutuo a una giovano coppia: “Volete il finanziamento? Bene, però a garanzia ipotechiamo la casa”.

Il Paese ha potuto agire in questo modo forte anche dei giudizi delle principali agenzie di rating: tripla A e outlook stabile (unico Paese d'Europa), grazie soprattutto al proprio patrimonio netto, a un sistema bancario solido – non esteso e per lo più domestico – e al relativo isolamento dall’area euro, più degli altri Paesi a tripla A (vedasi ad esempio Olanda e Germania).

 

 

La crisi economica internazionale però ha colpito anche la “solida” Finlandia.
Nel 2009 (Figura 3) il Paese ha subito una caduta decisa (-8,5%) a causa della crisi che ha coinvolto le principali imprese locali: in Finlandia, come spiega l’Istituto di Ricerca dell’Economia Finlandese (ETLA), sono presenti una ventina di aziende (nei settori dell’elettronica, cartarie e della metallurgia) che da sole valgono l’80% dell’export totale (Figura 4).

Ecco spiegata la gravità del crollo dovuto al peso notevole delle esportazioni di poche, ma importanti, imprese finlandesi  nella formazione del Pil nazionale.
Tale arretramento ha causato un incremento del tasso di disoccupazione, come già accennato, fino a quasi l’8% con picchi nelle zone industriali della Finlandia settentrionale ed orientale. Tra le aziende finlandesi di maggiore risalto internazionale non possiamo non parlare di Nokia (Figura 5), l’azienda di telefonia ed elettronica finlandese che nasce addirittura nel 1865 come segheria.

Solo pochi anni fa l’azienda era leader nel mercato della produzione di telefoni cellulari: nel 1998 con una quota di mercato pari al 27% superò Motorola che era al 17% e nel 2000 raggiunse il proprio massimo in borsa quando una azione valeva 70 dollari. Poi fino al 2007 il dominio Nokia fu incontrastato tanto da raggiungere il 40% nel mercato dei cellulari e più del 50% nel neonato mercato degli smartphone.
Il 9 gennaio 2007 trovò la luce, però, l’I-Phone e attraverso questo prodotto Steve Jobs “reinventò il telefono”, modificò le abitudini dei consumatori e sconvolse il mercato mondiale. E Nokia cosa fece, come reagì? Lentamente, se pensiamo che in quell’anno in borsa il titolo Nokia ancora valeva 28 dollari, oggi poco più di un caffè attestandosi a meno di un dollaro e mezzo.

In sostanza, Nokia negli ultimi anni ha avuto una limitata capacità strategica di reinventarsi un’altra volta. I profitti e le vendite sono crollate, sono stati accumulati miliardi di euro di perdite, il rating è stato declassato a “spazzatura” dalle tre principali agenzie mondiali.
Le gerarchie nel settore di riferimento oggi sono profondamente modificate: Samsung è il principale produttore di telefoni cellulari e smartphone, che nella percezione dei consumatori significa principalmente I-Phone o Galaxy per gli utilizzatori abituali di tecnologia e BlackBerry per il segmento Corporate.

Vedremo ora se con la recente uscita di nuovi prodotti che utilizzano il sistema operativo Windows Phone 8 di Microsoft l’azienda multinazionale finlandese riuscirà a colmare il gap con i “giganti” del mercato. Sarà nuova rinascita o flop? Comunque, il CEO di Nokia ha già annunciato un pesante piano di ristrutturazione che nel 2013 porterà a tagliare altri 10.000 posti di lavoro (a partire dal 2010 i tagli sono stati complessivamente di 40.000 lavoratori), la chiusura di diversi stabilimenti e una profonda riorganizzazione manageriale.

In conclusione, se da un lato il Paese sembra essere solido nei fondamentali e capace di portare avanti in Europa una linea contro il “mutualismo” e piuttosto cautelativa nei confronti dei Paesi più in difficoltà, dall’altro lato una delle principali aziende finlandesi, la Nokia, sembra non essere capace di reagire in un mercato che si è arricchito di concorrenti agguerriti e rapidissimi nel reinventarsi tecnologicamente. Dodici anni fa era il leader mondiale, oggi Nokia arranca e cerca di ridurre il gap dai giganti del settore, americani e asiatici. Domani? Sarà capace di ristrutturarsi o i “figli” di Steve Jobs ne decreteranno definitivamente il tramonto?

                                              Rocco Paradiso

                                         

                                               

 

                                            

                                          

                              

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