Seppur molti dei maggiori produttori di petrolio e gas naturale si trovino nel mondo arabo, è anche vero che molti paesi arabi non dispongono di riserve di idrocarburi particolarmente significative (per esempio, Egitto, Siria, Yemen, Mauritania), mentre altri ancora ne sono fondamentalmente privi (Giordania, Palestina, Tunisia). Il Marocco appartiene a quest’ultimo gruppo. Non ha riserve convenzionali di idrocarburi; vi sono possibilità di trovare riserve non convenzionali come gas di scisto e sabbie bituminose, ma al momento vi sono solo progetti esplorativi. Inoltre, i costi di produzione (tra estrazione, raffinazione e commercializzazione) rimarrebbero comunque elevati considerando che il prezzo del greggio rimane alquanto basso.

Finora dunque il paese si è trovato ad importare il 95% del proprio fabbisogno energetico, con una spesa annuale di oltre 10 miliardi di dollari, corrispondenti a circa il 12% del budget previsto nella legge finanziaria. Data la crescita dalla popolazione, l’industrializzazione e l’incremento del reddito pro-capite, la domanda energetica ha continuato a crescere negli ultimi 10 anni ad un tasso medio annuo del 6% (Figura 1). La bolletta energetica è stata pagata tramite deficit del bilancio pubblico, tra il 5 e 7% del PIL dal 2009, anche per via dei sostanziosi sussidi statali per petrolio e carbone che ne hanno tenuto artificialmente basso il prezzo per il consumatore marocchino. Una parte sostanziale di tali sussidi sono stati peraltro rimossi nel 2015.


Date queste premesse, il governo di Rabat ha intrapreso una strada alternativa per risolvere il problema energetico. Il paese è privo di combustibili fossili, gode però di un’ottima insolazione (il 78% del territorio è desertico o arido – Figura 2) ed è esposto al vento (specie lungo i 3.500 km di coste su Atlantico e Mediterraneo, con una velocità media di 11 metri al secondo). Il Marocco ha inoltre anche un discreto potenziale per la produzione di energia idroelettrica (per gli standard regionali), dove alla mancanza di fiumi rilevanti fanno comunque da contraltare piogge relativamente abbondanti e frequenti.
Il paese si è così posto recentemente come paese leader nell’area africana e nel mondo arabo nello sviluppo di energie rinnovabili, un impegno sponsorizzato anche in prima persona dal sovrano Muhammad VI. Alla indubbia necessità di fonti energetiche si è accompagnata l’attenzione per i problemi climatici mondiali: già al COP21 di Parigi nel 2015 (la conferenza mondiale sui cambiamenti climatici) il Marocco aveva presentato un ambizioso progetto per ottenere, entro il 2020, il 42% del proprio fabbisogno energetico da fonti rinnovabili (Figura 3). Secondo i calcoli di Rabat, tali cambiamenti permetterebbero di arrivare già nel 2018 ad un deficit sotto il 3% che le autorità dichiarano sostenibile. In tale conferenza, il Marocco aveva poi fatto esplicito riferemento a come il riscaldamento globale stia fin da ora danneggiando pesantemente il settore agricolo, con piogge meno abbondanti e processi di desertificazione che hanno comportato anche un decremento del 40% in termini di produzione agricola in alcune aree dell’Atlante.
Infine nello scorso novembre, nell'ambito del COP22 tenutosi proprio in Marocco a Marrakesh, il regno nordafricano ha addirittura annunciato di volere arrivare a soddisfare il 52% della propria domanda energetica con fonti rinnovabili entro il 2030, con il 20% fornito dal solare, il 20% dall’eolico e il 12% dall’idroelettrico (in totale, 10.000 MW, rispettivamente 4.560, 4.200 e 1.330 MW). L’intenzione, sebbene non ufficialmente dichiarata, è di arrivare in un futuro non troppo lontano al 100% di fabbisogno soddisfatto dalle rinnovabili. Secondo uno studio dell’Universitò di Stanford, questo ambizioso traguardo potrebbe essere raggiunto intorno al 2050 (traguardo che comporterebbe un incremento del PIL di 3,5 miliardi di dollari e la creazione di circa 90.000 posti di lavoro legati direttamente alle rinnovabili).

Questi piani sono stati accompagnati da una serie di decisioni certo meno roboanti ma che comunque fanno intuire la strategia di lungo termine di Rabat: abolizione dei sacchetti di plastica, estensione del trasporto pubblico elettrico a Rabat e Casablanca, sostituzione di vecchi autobus e taxi inquinanti, e istituzione di vari servizi di ‘bike-sharing’ (i primi in Africa).
Ad ogni modo, è con la costruzione dell’impianto Nur (‘luce’ in Arabo) che il Marocco ha decisamente virato verso le energie rinnovabili. Si tratta del più grande impianto solare del continente e uno dei più grandi al mondo, reso possibile da un lato dal costo sempre più ridotto per produrre energia solare (Figura 4) e dall’altro dalla maggiore efficienza degli impianti stessi (Figura 5 e Figura 6). Il progetto originale si compone di tre impianti, dei quali il primo (Nur 1) ha iniziato a funzionare nel febbrario 2016. Nur 2 è previsto per il 2017 e Nur 3 per il 2018. L’area interessata si estende su 2.500 ettari a 10 chilometri dalla città di Ouarzazate, sul limitare meridionale della catena dell’Atlante dove inizia il Sahara marocchino. Una volta completato, l’impianto nel suo complesso fornirà circa 522 GWh l’anno (prima che Nur 1 entrasse in funzione, questa cifra era di 22 GWh), abbastanza per 1.1 milioni di persone. Il costo di 3,9 miliardi di dollari è stato coperto, oltre che da investimenti statali, anche dal Climate Investment Fund (435 milioni), dalla banca di investimento tedesca KfW (1 miliardo), dalla Banca di Investimento Europea (596 milioni) e dalla Banca Mondiale (400 milioni).

La tecnologia utilizzata per Nur non è il fotovoltaico, bensì il ‘CSP - Concentrated Solar Power,’ dove una serie di specchi surriscaldano acqua o altri liquidi in piccole condutture per trasformarla poi in vapore ed azionare turbine. L’impianto è anche in grado di immagazzinare energia per utilizzarla fino a 3 ore dopo il tramonto (Nur 1) o fino a 7 ore (Nur 2).
Come accennato, l’impianto Nur si collolca all’interno di un più vasto piano di sviluppo di energie rinnovabili che ha consentito al Marocco di posizionarsi ad un ragguardevole settimo posto a livello mondiale nel 2016 nel ‘Climate Change Performance Index,’ unico paese non europeo nei primi venti.
Se indubbiamente questi sviluppi sono positivi, anche in termini di posti di lavoro creati - sia per la fase di costruzione che per quella di gestione degli impianti - persistono alcuni problemi. In primo luogo, la legislazione marocchina con la legge 13-09 del 2010 ha liberalizzato il mercato della fornitura energetica ma solo per le rinnovabili, non intaccando cioè i monopoli nei settori dell’energie fossile (in particolare il carbone, di cui nel breve e medio temine il Marocco è ancora dipendente - Figura 7). In altre parole, il panorama legislativo non è ancora del tutto pronto per permettere il passaggio ad un approvvigionamento di sole energie rinnovabili come invece la tecnologia sembra già ora in grado di garantire in futuro.

In questo senso, alcuni prodotti di origine fossile (ancora il carbone, per esempio) godono di sussidi statali, limitando la competitività delle energie rinnovabili. In secondo luogo, se la richiesta di lavoro qualificato, come accennato, sarà notevole, si dubita però che la forza lavoro marocchina possa fornire tecnici e operai in quantità sufficienti (limitando così ricadute positive per l’occupazione nazionale qualora si dovesse importare manodopera qualificata). In ultimo, questioni tecniche relative agli impianti – in particolare, il grande fabbisogno idrico per pulire gli specchi di Nur e più in generale l’intermittente natura delle rinnovabili dipendenti da sole e vento – rappresentano altre incognite sull’effettiva capacità del progetto di centrare gli obiettivi prefissati.

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