Con una popolazione di circa 48 milioni di abitanti, Il Kenya è uno dei paesi africani etnicamente più diversificati. Ricco di una cultura vivace e di una identità nazionale forte, è purtroppo anche teatro di periodici episodi di conflitto. Le recenti elezioni presidenziali - seguite a una prima tornata annullata per irregolarità da una sentenza storica della Corte Suprema - hanno consegnato la vittoria a Uhuru Kenyatta, presidente uscente, dopo che l'opposizione guidata da Raila Odinga ha boicottato il ballottaggio. La conferma della Corte Suprema della regolarità della seconda tornata preannuncia una maggiore stabilità politica ed economica. Il rischio di violenze legate alle elezioni si sta allontanando e la crescita economica dovrebbe accelerare dal 5,3% nel 2018 al 5,7% all'anno nel periodo 2019-22.

Una potenza regionale a lento sviluppo umano
Il Kenya è soprattutto il centro economico, finanziario e logistico dell'Africa orientale. La crescita del PIL reale è stata in media superiore al 5% negli ultimi otto anni (Figura 1) e, dal 2014, il Kenya è stato riclassificato come paese a reddito medio-basso, avendo superato la soglia stabilita dalla Banca Mondiale. Tuttavia, il suo percorso di sviluppo potrebbe essere compromesso da una governance debole e dalla corruzione ancora dilagante nei diversi livelli di autorità. Sebbene sia difficile trovare dati affidabili, i tassi di disoccupazione e sottoccupazione sono estremamente elevati e arrivano probabilmente a riguardare il 40% della popolazione. Altre sfide importantissime sono costituite dal crimine – da molti anni una piaga, soprattutto nella capitale - e dalla povertà. La siccità spesso mette a rischio la sicurezza alimentare di milioni di persone.
Anche l’Indice di Sviluppo Umano (ISU) del Kenya, elaborato dall’UNDP, mostra che dal 2015 il paese ha raggiunto la categoria media di sviluppo, posizionandosi 146° su 188 paesi . Tra il 1990 e il 2015, il valore ISU del Kenya è aumentato da 0,473 a 0,555, con un incremento del 17,3% (Figura 2). Inoltre, nello stesso arco di tempo l’aspettativa di vita del Kenya alla nascita è aumentata di 3,4 anni, gli anni medi di scolarizzazione sono aumentati di 2,6 anni e gli anni di scolarizzazione previsti sono aumentati di 2 anni. Soprattutto, il reddito pro capite è aumentato del 26,0%.
Naturalmente le percentuali sono molto promettenti, ma i numeri assoluti sono ancora piuttosto bassi e, nonostante l’andamento crescente, lo sviluppo umano del Kenya è inferiore alla media (0,631) dei paesi che appartengono al gruppo di medio sviluppo, anche se superiore alla media di 0,523 dei paesi dell'Africa sub-sahariana.
Inoltre, se si tiene conto della disuguaglianza in tutte e tre le dimensioni dell'ISU (cioè ricalcolando il valore medio di ciascuna dimensione in base al suo livello di disuguaglianza), l’indice del Kenya scende a 0,391, una perdita del 29,5% a causa della disuguaglianza nella distribuzione degli indici delle dimensioni ISU (Figura 3).
Il Kenya continua quindi ad avere livelli di disuguaglianza molto alti ed un alto fattore di povertà multidimensionale: ciò significa che anche gli individui che vivono al di sopra della soglia di povertà hanno un’alta probabilità di soffrire privazioni nell'istruzione, nella salute e in altri aspetti di vita, anche se in misura minore rispetto a paesi africani simili per livelli di sviluppo economico.

Agricoltura e turismo: potenzialità e fattori di rischio

L'agricoltura rimane la spina dorsale dell'economia keniota e contribuisce ad un terzo del prodotto nazionale. Circa il 75% della popolazione del Kenya lavora almeno a tempo parziale nel settore agricolo e nell’allevamento. Oltre il 75% della produzione proviene da agricoltura di piccola scala alimentata a pioggia, o da allevamenti zootecnici a gestione familiare. Nel 2017 la siccità ha portato ad uno scarsissimo raccolto, alla morte di migliaia di capi di bestiame e all'incremento dell'insicurezza alimentare, soprattutto nelle regioni semi-aride. Inoltre, poiché l'energia idroelettrica è la fonte di energia più economica in Kenya, le piogge scarse aumentano i costi energetici, con effetti che si riversano su altri settori. L'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dell'energia ha portato l'inflazione al 10,3% a marzo 2017, il valore più alto degli ultimi cinque anni.
Anche il turismo occupa un posto significativo nell'economia del Kenya. Il settore si sta riprendendo dagli attacchi terroristici del movimento somalo Al-Shabab, che dal 2011 aveva lanciato un numero crescente di offensive nel paese, tra cui quella al centro commerciale di Westgate nel 2013 a Nairobi e l'attacco del 2015 al Garissa University College, nel nord-ovest del Kenya. Nel 2016 gli arrivi turistici sono cresciuti del 17%, mentre i ricavi del turismo sono aumentati del 37%.

Infrastrutture inadeguate e sforzo per attrarre investimenti
Le carenze nelle infrastrutture continuano a ostacolare gli sforzi del paese per tentare di arrivare sulla soglia della crescita annuale dell’ 8-10% - tassi molto elevati, ma che permetterebbero di affrontare in modo significativo povertà e disoccupazione.
L'amministrazione Kenyatta ha comunque avuto qualche successo nell’attrarre investimenti esteri per lo sviluppo delle infrastrutture, soprattutto dalla Cina. In particolare, la nuova ferrovia a scartamento normale che collega Mombasa e Nairobi, inaugurata quest'anno, ha ridotto notevolmente i tempi di spostamento tra le due principali città keniote ed è diventata un simbolo della crescita del paese.
Il Kenya, tuttavia, affronta un deciso rallentamento dell’accesso al credito, che pesa sugli investimenti privati e sui consumi delle famiglie. Inoltre, l'aumento dei prezzi globali del petrolio rispetto ai minimi del 2016 ha avuto un effetto frenante sull'attività economica. Anche se le prospettive a medio-lungo termine appaiono abbastanza favorevoli, con la crescita economica in progressivo riallineamento con il suo potenziale, l'economia del Kenya rimane vulnerabile a rischi nel breve periodo. Questi includono una siccità più prolungata nel 2017, rischi esterni derivanti da una crescita più debole del previsto tra i partner commerciali del Kenya, nonché le incertezze legate agli aumenti dei tassi di interesse statunitensi e il conseguente dollaro più forte.

Nonostante gli sforzi e qualche risultato sopra riportato, Il Kenya rimane comunque tra le destinazioni di investimento meno allettanti del mondo, anche se negli ultimi anni ha risalito diverse posizioni del Doing Business Index della Banca Mondiale (dalla posizione 136° nel 2015 alla posizione 80° nel 2018), trovandosi tra i primi paesi nel contesto subsahariano (Figura 4). Le istituzioni finanziarie e i donatori internazionali rimangono importanti per lo sviluppo socio-economico del paese, e il Kenya ha dato prova di essere in grado di raccogliere capitali nel mercato obbligazionario globale e ha emesso la sua prima offerta di titoli sovrani a metà 2014.
Come detto, le due maggiori debolezze del Kenya sono l'ambiente politico e le infrastrutture. Tuttavia, si prevede che privatizzazioni e deregulation avanzino, e il governo rimane impegnato a riforme pro-mercato e alla formazione di partenariati pubblico-privati, soprattutto per le grandi infrastrutture. Infine, l'arrivo dei primi cavi in fibra ottica sottomarini nel 2009 ha annunciato un'era di comunicazioni internazionali più economiche e veloci, cosi come l'espansione del tele-banking e dell'e-commerce.
Si prevede quindi che il contesto imprenditoriale del Kenya mostri un modesto miglioramento nel periodo 2018-22. L'integrazione regionale (in particolare all'interno della Comunità dell'Africa orientale), l'istituzione di zone economiche speciali e investimenti costanti nelle infrastrutture rafforzeranno questa tendenza.

La crisi migratoria vista dal Kenya

La crisi dei migranti in Europa continua ad occupare i titoli dei giornali, con numeri di arrivi in aumento e governi che faticano a trovare una soluzione. Ma l'Africa è alle prese con una crisi migratoria ancora più complessa, caratterizzata da numerosi gruppi di rifugiati, vie di migrazione sempre più fluide e il drenaggio di manodopera qualificata dai paesi più poveri. Proprio come in Europa, la crisi migratoria dell'Africa è altamente strumentalizzata a scopi politici e i governi sono sotto pressione per proteggere i loro cittadini dal suo impatto economico. Senza facili soluzioni a disposizione e con una popolazione in continua e rapida crescita, le migrazioni costituiscono un crescente fattore di rischio politico in Africa.
Pur essendo difficile monitorare le tendenze migratorie in Africa, i dati principali forniti dalle Nazioni Unite offrono alcune indicazioni. Il numero di africani che migrano fuori dal continente è aumentato drasticamente dal 2000, ma la maggior parte continua a migrare verso altri paesi dell'Africa subsahariana e lo fa per ragioni prevalentemente economiche (Figura 5). Il Kenya è uno dei paesi di accoglienza dei migranti economici e rifugiati dei paesi limitrofi (Figura 6) e, tuttavia, una crescita economica un po’ più lenta del previsto e una popolazione in rapida espansione riducono i posti di lavoro disponibili, rendendo le migrazioni una fonte di tensione interna.
L'Africa sub-sahariana ospita oltre il 26% della popolazione mondiale di rifugiati. Il Kenya è condizionato dalla sua vicinanza geografica a diversi conflitti regionali e storicamente è stato abbastanza benevolo verso gli afflussi di rifugiati. Tuttavia, con un sostegno internazionale ben al di sotto dei livelli necessari per gestire le popolazioni di profughi in crescita, questa apertura si sta esaurendo ed il sentimento anti-rifugiati si sta radicando. Il caso più lampante è quello dei somali nel campo profughi di Dadaab, sfrattati molto prima che il loro paese d'origine potesse offrire loro sicurezza o lavoro.
A meno di improbabili soluzioni positive dei principali conflitti nel Corno d’Africa e nella regione dei grandi laghi, o di progressi - finora troppo lenti - nella creazione di posti di lavoro nei paesi limitrofi più poveri, è improbabile che i migranti, in fuga dalla guerra o dalla mancanza di posti di lavoro, tornino a casa. E’ probabile quindi che la crisi migratoria diventi un crescente elemento di instabilità politica in Kenya. Scontri violenti tra la popolazione locale e le comunità di migranti saranno eventi sempre più all’ordine del giorno. Il governo cerca di placare la frustrazione della popolazione locale attraverso espulsioni forzate e sfratti nelle città particolarmente colpite dalle migrazioni, ma la reazione del governo è talvolta percepita come troppo lenta ed inefficace. Inoltre, con l’intensificarsi delle tensioni, l’obiettivo di lungo termine di un passaporto africano (o almeno della comunità dell’Africa orientale) scivolerà rapidamente in fondo all'agenda politica. Il che costituirà una battuta d’arresto verso l’integrazione e lo sviluppo politico-economico della regione.

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