Nella primavera del 2008 si è celebrato il sessantesimo anniversario della costituzione dello Stato di Israele. L'evento ha richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale, dalla Fiera del Libro di Torino alla visita del Presidente americano Bush in terra israeliana, vista l'importanza geopolitica di questo tormentato paese (Figura 1).

L'anniversario cade, però, in una fase particolarmente delicata per questa nazione, se mai è possibile evidenziare un periodo più critico di altri in questi sessant'anni. La peculiarità della fase in atto è costituta dal fatto che, di fronte ad una profonda divisione politica e parlamentare, si sta registrando un certo dibattito sull'opportunità di modificare o meno il trend in atto, a fronte del rischio di perdere delle interessanti opportunità in termini di sviluppo economico.
Il quadro parlamentare è particolarmente frammentato e quindi facile al nervosismo. Il partito del Premier Olmert, Kadima (formazione centrista costituita da Ariel Sharon con l'apporto di politici provenienti sia dal Likud che dai Laburisti) governa a partire dalle elezioni del 2006, capeggiando una coalizione di cui fanno parte i Laburisti, gli ultra-ortodossi dello Shas ed i pensionati del Gilt.

All'opposizione si trovano il Likud (centro-destra) ed i radicali dello Yisrael Beiteinu, cui si aggiunge una pletora di altri piccoli partiti, alcuni rappresentativi dei cittadini israeliani di etnia araba.
La disaggregazione della coalizione governativa è sottolineata proprio dal recente ultimatum lanciato da Barak, Ministro della Difesa, ma principalmente Leader dei Laburisti, contro il Premier Olmert, accusato di uso illecito di fondi elettorali.

Questa tensione pare destinata ad aggravarsi e potrebbe interrompere la legislatura anche prima della sua naturale conclusione nel 2010.
Della situazione tesa in seno alla coalizione cercano di avvantaggiarsi i partiti collaterali, sia quelli che vogliono rappresentare le esigenze dei cittadini ebraici ortodossi, sia, all'opposto, quelli che cercano di tutelare i cittadini di etnia araba. A ciò si aggiungono le sistematiche azioni militari che, dai confini col Libano alla striscia di Gaza, caratterizzano sistematicamente la quotidianità israeliana.

I condizionamenti dell'evoluzione politica "rischiano" di intaccare l'andamento del quadro economico-finanziario. In realtà l'andamento autonomo della congiuntura israeliana, oggi come oggi, sarebbe relativamente positivo, ma (come dimostra le Figura 1, la cui rappresentazione grafica è fornita dalla Figura 2), è attesa ad un certo deterioramento nei prossimi anni.

La crescita del PIL si è mantenuta a ritmi superiori al 5% annuo dal '04, ma dovrebbe rallentare al 3,5% nel  '08, attestandosi a cavallo del 4,5% negli anni successivi. Viene ipotizzato un rallentamento della congiuntura, perchè la possibile contrazione dei consumi in USA ed Europa dovrebbero limitare l'export israeliano.
Per fronteggiare questo rischio la Banca Centrale ha già convertito, qualche settimana fa, la politica monetaria ad un'impostazione espansiva, tagliando i tassi dello 0,50% (Figura 3). Il grafico evidenzia che l'andamento dei tassi israeliani nell'ultimo decennio è particolarmente altalenante, a volte perché la politica monetaria "apre" improvvisamente una fase distensiva, a volte perchè la stessa Banca Centrale si affretta a contrapporre la diga dei tassi alle recrudescenze inflattive.

Infatti (Figura  4) il trend inflattivo nell'ultimo decennio ha più volte alternato accelerazioni e frenate. Il tasso tendenziale è salito anche a punte del 6% - 8% ('99, poi '02/03, mentre nel '06 si è limitato al 4% circa), salvo crollare a livelli pari o addirittura inferiori alle 0% (2000, '04 e poi '07). La stessa Figura 4 dimostra che l'altalenante trend inflattivo è relativamente poco correlato con la crescita del PIL trimestrale, specie dal 2004 in poi.

 

Il recente allentamento monetario potrebbe quindi dare benzina al rialzo inflattivo: la tabella della Figura 1 prevede che l'inflazione dallo 0,4% del '07 possa salire al 3,4% nel '08, con successiva stabilizzazione a cavallo del 2%.
Per stroncare le velleità inflattive interne, verrà presumibilmente utilizzata una futura politica monetaria restrittiva: per tale motivo il tasso a 3 mesi (Figura 4) non ha seguito in pieno il recente ribasso del tasso di intervento. Le previsioni per i prossimi anni (Figura 1) sottolineano una tendenziale risalita dei tassi a breve dal 4% attuale fin a ridosso del 6%.

Il livello elevato dei tassi dovrebbe mantenere forte il cambio dello Shekel israeliano, in particolare nel biennio '08/09, cui dovrebbe invece seguire (Figura 1) una correzione. Lo Shekel (Figura 5) è reduce da un notevole guadagno (30% dalle punte del '02/03 ) nei confronti del Dollaro USA: nello scorso marzo la Banca centrale ha dovuto addirittura intervenire direttamente  sul mercato dei cambi (non accadeva dal 1997) per frenare l'eccessivo apprezzamento dello Shekel sul Dollaro.
Viceversa la divisa israeliana ha ceduto circa il 60% all'Euro dai minimi del 2000/01: evidentemente il diverso tenore dei tassi europei, rispetto a quelli USA, si è contrapposto alle velleità dello Shekel.

La Borsa di Tel Aviv ha assorbito molto bene (Figura 6) le ripercussioni della crisi finanziaria mondiale (mutui subprime) dell'estate '07, tornando a segnare nuovi massimi a cavallo fra '07 e '08. Tuttavia nell'anno in corso la Borsa israeliana ha registrato una correzione, forando al ribasso l'importante trend line che parte dai minimi del 2003.

L'analisi del quadro israeliano delinea quindi una situazione estremamente complicata, nebulosa e spesso antitetica. Le contraddizioni sono numerose, anche in termini economici. Per esempio, Israele (Figura 7) è ai primi posti mondiali nella classica relativa alla spesa (in % del PIL) destinata alla ricerca: 4,5% contro il 2% degli USA e l'auspicato obiettivo del 3% per la zona Euro (target individuato per il 2010 dalla cosiddetta Agenda di Lisbona, sottoscritta nell'anno 2000). Non a caso, gli informatici israeliani sono secondi solo agli ingegneri indiani nella classifica delle preferenze per la ricerca di collaboratori, anche da parte delle aziende della Silicon Valley.
Dall'altra, però, l'impasse del quadro politico ostacola la collaborazione e l'integrazione dei cittadini, magari appartenenti a differenti ceppi etnici. Il tutto si scarica a danno delle componenti più deboli. Pare che ormai tutta la fascia economica riconducibile ai palestinesi sia in mano all'import cinese. Addirittura anche la kefyiah, la sciarpa bianca e nera resa celebre dal leader Arafat, è ormai prodotta in Cina ed da lì importata. L'Ufficio israeliano di statistica ha registrato che un ingegnere palestinese costerebbe mediamente 800 dollari al mese, contro i 3.000 di un ingegnere turco, siriano o israeliano "di città". Il che rende impossibile, ora come ora, pensare ad un'evoluzione tecnologica al di fuori delle aree prettamente ebraiche.

Dalla costituzione dello Stato israeliano, l'economia è sensibilmente cresciuta grazie al corposo contributo dell'export. Il rapporto percentuale Export - Import (Figura 8) è aumentato dal 12,5% del 1950 all'82,5% dell'ultima rilevazione ('03). A tale trend hanno collaborato le aree più evolute ed organizzate (da cui parto le esportazioni verso USA ed Europa), ma anche le zone più critiche, in termini di capacità di contenimento dell'import, grazie alla produzione interna delle proprie necessità. Se questo delicato equilibrio viene messo in discussione, rischia di insabbiarsi l'intero processo evolutivo dell'economia israeliana.
La scelta economica cui è chiamata Israele si delinea chiaramente, mentre tutt'altro che chiare sono le risposte che gli interessati intendono formulare.

Il futuro di Israele passa inevitabilmente attraverso l'attuale dilemma: Stato ebraico o Stato "aperto" all'evoluzione?

                                                 Carlo Crovella

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