La regione africana del Darfur, un territorio che rientra nei confini del Sudan (Figura 1), è divenuta nota negli ultimi anni per via della grave crisi umanitaria che qui si è consumata, e che ancora oggi continua. Per comprendere le cause di tale crisi e le ragioni del suo perdurare, è utile analizzarla a partire dai diversi livelli in cui si articola.

Come detto, quella del Darfur è innanzitutto la «maggiore crisi umanitaria del XXI secolo», come è stata definita. I dati, sebbene molto variabili a seconda delle fonti, sembrano confermarlo: il numero delle vittime si attesterebbe infatti tra le 300.000 e le 450.000, in gran parte dovute a malnutrizione e malattie, cui si aggiungono milioni di persone sfollate e nei campi profughi.

Tale crisi ha, in prima battuta, estensione, origini e motivazioni locali. Si tratta infatti, principalmente di una guerra civile, che dal 2003 vede contrapporsi alcuni gruppi ribelli, riuniti per la maggior parte sotto le sigle del Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM) e del Movimento per la Liberazione del Sudan (SLM), ed il governo di Khartoum. Quest'ultimo - accusato di favorire le popolazioni arabe del nord a scapito di quelle non-arabe delle regioni periferiche - ha risposto agli attacchi dei ribelli armando le milizie Janjaweed, reclutate tra le locali tribù nomadi, distintesi per la ferocia degli attacchi che hanno assunto i caratteri di una vera e propria pulizia etnica (Figura 2). Il risultato, oltre alle vittime dirette, è quello di oltre 2 milioni di profughi e di 4 milioni di persone che oggi necessitano degli aiuti internazionali per sopravivere.

Ma quella del Darfur è la crisi di un intero Stato: questo non è infatti che uno dei molti conflitti che hanno dilaniato il Sudan (il paese africano più esteso e con ben 39 milioni di abitanti), oggi ritenuto l'esempio più lampante di 'Stato fallito', ossia uno Stato «che non esercita controllo effettivo sul proprio territorio e sui propri confini, che non riesce a garantire i servizi essenziali ai propri cittadini e in cui le strutture di potere che sostengono legge ed ordine si deteriorano precipitando il paese nel caos». (Figura 3). In quest'ottica, la debolezza del Sudan ha radici lontane, che risalgono al periodo coloniale ed al tentativo di applicare a questi territori un sistema di governo ricalcato sull'esempio occidentale dello Stato-Nazione. Il Sudan rappresenta uno degli esempi più evidenti del fallimento di questo processo: delimitato da confini chiaramente arbitrari, il paese si trova nettamente diviso al proprio interno tra un nord prevalentemente arabo e musulmano, ed il sud, abitato da diverse etnie africane di fede e animista e cristiana. Proprio questa frattura nord/sud rappresenta la principale chiave di lettura di un conflitto che ha a lungo flagellato il paese (Figura 4).

Ad essa tuttavia si sono recentemente mescolate e sommate le tensioni relative ad altre aree, come le rivolte delle regioni dell'est - ricche di petrolio - ed oggi il Darfur. Come spesso accade, le guerre civili e gli sconvolgimenti che avvengono all'interno di stati deboli o 'falliti', data la porosità dei confini e la scarsità dei controlli, assumono facilmente una dimensione più ampia, coinvolgendo gli stati confinanti.

Anche quella del Darfur è infatti una crisi regionale, che non ha mancato di avere conseguenze sui paesi vicini: in particolare, l'ammassarsi dei rifugiati oltreconfine e le continue incursioni delle milizie delle varie fazioni hanno avuto effetti destabilizzanti sia nella Repubblica Centro Africa che in Ciad, che ha finito nel 2005 per dichiarare guerra al Sudan. (Figura 5).

Il rischio di propagazione del conflitto e di destabilizzazione dell'intera area spiega anche, in parte, la rilevanza che la crisi del Darfur ha assunto a livello internazionale. Con la risoluzione 1769 l'ONU ha infatti autorizzato nel 2007 quella che si preannuncia la più grande missione di peace-keeping mai intrapresa (fino a 26.000 uomini, ma l'effettivo dispiegamento è ancora lontano dall'essere completo), che va ad aggiungersi agli sforzi dell'Unione Africana (missione AMIS) e dell'Unione Europea, prima impegnata in una missione di supporto tecnico/logistico (support to AMISII) ed ora direttamente sul campo con la missione militare EUFOR (Ciad e RCA). A tale  impegno non sembrano tuttavia corrispondere nè progressi sul campo - le condizioni di sicurezza, soprattutto al confine tra Chad e Sudan, sono in continuo peggioramento e anche le organizzazioni umanitarie faticano a operare - nè una reale assunzione di responsabilità da parte della comunità internazionale.

In Sudan si scontrano agende ed interessi diversi: da una parte gli USA, benché interessati, al pari dell'UE, ad una soluzione della crisi che porti alla democratizzazione del paese, sono in parte frenati dai contrastanti interessi legati alla collaborazione del governo di Khartoum - che in passato ha fornito basi e riparo alla rete terroristica di Al Qaeda - nella lotta al terrorismo. Dall'altra parte la Cina, che in Sudan ha rilevanti interessi petroliferi e che qui rappresenta il primo fornitore di armamenti, oltre ad offrire aiuti ed investimenti slegati da qualsiasi clausola democratica o di rispetto dei diritti umani, oppone il proprio veto ad azioni più energiche.

Nella complessa crisi del Darfur, così come più in generale in Sudan, si vedono quindi oggi tutte le tensioni e le contraddizioni della comunità internazionale nei confronti delle crisi umanitarie. Da una parte, un emergente "dovere di proteggere", il cui corollario dovrebbe consentire di violare la sovranità degli Stati di fronte a crisi umanitarie o massicce violazioni dei diritti umani. Dall'altra, i principali attori del sistema, che vedono oggi scontrarsi diverse priorità ed interessi in una sorta di nuova 'guerra per l'Africa', in cui il Darfur rappresenta solo una pedina, e forse nemmeno la più rilevante. 

                                                    Enrico Fassi

 

 

 

 

 

 

 

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