Il Brasile si ritrova ad affrontare una delle peggiori crisi economiche ed istituzionali della sua storia. E ciò soltanto pochi anni dopo i grandi eventi sportivi – il mondiale di calcio del 2014 e le Olimpiadi di Rio nel 2016 – che dovevano sancire in maniera definitiva il suo status di potenza mondiale emergente a coronamento di un periodo di forte sviluppo.
Il paese è ancora l'ottava economia del mondo, ma fa fatica a riprendersi dalla severa recessione del biennio 2015-2016 cha fatto scendere il PIL di oltre il 7% (Figura 1). I prezzi delle materie prime in calo hanno ridotto i guadagni e gli investimenti per agevolare il commercio con l'estero, indebolendo il real brasiliano e riducendo le entrate fiscali. Il calo di queste ultime ha messo a dura prova il bilancio del governo e aumentato il debito pubblico.

Ancora oggi l’economia nazionale supera di poco la stagnazione e nulla fa sembrare che possa esserci un nuovo ciclo di espansione nei prossimi anni. La crescita del PIL nel 2017 del solo 1,8%, è ben al di sotto delle aspettative e molto inferiore a quello dell’Argentina – principale partner commerciale nel subcontinente sudamericano – che ha ripreso a crescere a ritmi più elevati (attorno al 3%).
La conseguenza più grave della crisi economica è una crisi politica e istituzionale che ancora non si è risolta e sta provocando forti lacerazioni nella società brasiliana. Dilma Rousseff, presidente dal 2010 e rieletta per un secondo mandato nel 2014, ha subito un processo di impeachment con una decisione storica del Senato che ha interrotto un ciclo di 13 anni di governo del Partito dei Lavoratori (PT), il periodo più lungo in cui un partito è stato a capo dell'amministrazione federale dalla fine della dittatura (1964-1985). La ex presidente è stata ritenuta responsabile di manovre fiscali indebite in un contesto di recessione economica.
Il vicepresidente Michel Temer, alleato del PT nelle elezioni del 2010 e del 2014, l’ha sostituita dopo aver lavorato attivamente per la cassazione del suo mandato e rimarrà alla guida del governo fino alle elezioni previste alla fine di quest’anno.

Luis Inácio Lula da Silva, presidente della repubblica tra il 2002 e il 2010, figura politica controversa, ma tuttora la più popolare nel paese secondo i sondaggi (soprattutto tra le classi medio-basse), è in carcere dal 7 aprile 2018, dopo una condanna in appello di 12 anni nel quadro dell’inchiesta cosiddetta “lava-jato”, la tangentopoli brasiliana che ha travolto ampi settori della politica - opposizione compresa - e dell’industria del paese. Le sanzioni contro le imprese coinvolte - tra le più importanti del Brasile come la Petrobras e la Odebrecht - hanno limitato le loro opportunità commerciali, producendo un effetto a catena sulle imprese dell’indotto. Inoltre, gli investimenti esteri in queste società sono diminuiti a causa degli scandali. Lula è il primo ex presidente del Brasile detenuto per un reato comune, ma rimane comunque il candidato del PT per le presidenziali del prossimo ottobre. Pur essendo infatti “impresentabile” secondo la legge ficha limpa, da lui stesso fatta approvare. di fatto però Lula giocherà sui tempi della giustizia e sulla possibilità di appello a diverse corti, nel caso la sua candidatura venga sospesa appena presentata, visto che le elezioni sono imminenti. Il suo obiettivo è che venga dichiarato ineleggibile solo a giochi fatti, cioè dopo la sua probabile vittoria elettorale, il che cambierebbe lo scenario.


La situazione è quindi ancora molto instabile. Le riforme economiche proposte dal governo Temer nel 2016 miravano a rallentare la crescita della spesa pubblica e a ridurre gli ostacoli agli investimenti esteri, ma con effetti negativi sulla popolazione in termini di livelli di occupazione, diritti dei lavoratori e inclusione sociale. Eppure tra il 2002 e il 2014 il Brasile aveva avuto un’epoca di profonda trasformazione economica e sociale, grazie alla crescita trainata dall’export delle materie prime e della produzione agricola (negli anni di Lula, il PIL è cresciuto in media del 4,1% all'anno) e attraverso massicci investimenti per l’inclusione sociale e di lotta alla povertà - il più noto dei quali è il programma Bolsa Familia – che ha permesso a circa 30 milioni di persone di uscire dalla soglia di povertà. Secondo la Banca Mondiale, la percentuale di persone che vivono con meno di tre dollari al giorno (a parità di potere d'acquisto) è diminuita drasticamente dall'inizio dell'amministrazione di Lula fino al 2012, nel secondo mandato di Dilma (Figura 2).
Ancora, all’inizio dell'amministrazione Lula il tasso di disoccupazione era di circa il 13%. Dilma lo ha succeduto alla presidenza con il 6% di disoccupazione e ha chiuso il suo primo mandato a dicembre 2014 con il 4,3%. Dopo la sua rielezione, la disoccupazione è tornata a crescere e ha raggiunto il 7,8% a ottobre 2015, livello equivalente a quello della metà del 2008 (Figura 3).
Inoltre, nel lungo periodo il peso dei programmi sociali si è fatto sentire sul debito pubblico. Se inizialmente, grazie alla forte crescita economica, il debito era sceso dal 74% del PIL nel 2003 al 60% nel 2013, la tendenza si è invertita nel 2014 ed è esplosa nel 2015, raggiungendo il 78% del PIL alla fine del 2017 (Figura 4).
L’indice di sviluppo umano, pubblicato dal UNDP, mostra che il paese è entrato nella categoria di sviluppo umano elevato, posizionandosi 79° su 188 paesi. Tra il 1990 e il 2015, l’indice è passato da 0,611 a 0,754, con un incremento del 23,4%. L'aspettativa di vita alla nascita è aumentata di 9,4 anni, gli anni medi di scolarizzazione sono aumentati di 4,0 anni e il Reddito nazionale lordo pro capite è aumentato del 31,6% tra il 1990 e il 2015 (Figura 5). Percentuali che dimostrano una crescita costante negli ultimi decenni e che portano il Brasile a superare, anche se di poco, la media ISU dei paesi dell’America Latina.

Il problema strutturale del Brasile, tuttavia, rimane la disuguaglianza sociale ed economica. L’esempio più evidente lo si ottiene attraverso il calcolo dell’ISU tenendo conto della disuguaglianza in tutte e tre le sue dimensioni, cioè ricalcolando il valore medio di ciascuna dimensione in base al suo livello di disuguaglianza. L’indice del Brasile scende a 0.561, una perdita del 25,6%, superiore alla perdita media latinoamericana (Figura 5). Il Brasile continua quindi ad avere livelli di disuguaglianza molto alti ed un alto fattore di povertà multidimensionale: ciò significa che anche gli individui che vivono al di sopra della soglia di povertà hanno un’alta probabilità di soffrire privazioni, soprattutto nell'istruzione e nella salute, talvolta in misura maggiore rispetto a paesi latinoamericani simili per livelli di sviluppo economico. I livelli di disuguaglianza tra povertà e reddito rimangono quindi elevati; in particolare gli abitanti del nord-est, nord e centro-ovest, le popolazioni di origine africana o indigena e le donne sono colpiti in modo più che proporzionale.
La disparità nelle opportunità favorisce l'esclusione sociale e contribuisce all'alto tasso di criminalità del Brasile. Il paese ha livelli superiori alla media mondiale per crimini violenti, con livelli particolarmente alti in relazione alla violenza armata e agli omicidi. Nel 2015 sono stati segnalati 28,8 decessi ogni 100.000 abitanti, uno dei più alti tassi di omicidio intenzionale nel mondo (Figura 6). Il recente intervento militare nelle favelas di Rio dimostra che il problema è tutt’altro che risolto e che il governo si ritrova nuovamente (dopo l’esperienza parzialmente positiva delle “Unità di pacificazione”, la polizia di quartiere creata ad hoc prima dei mondiali di calcio del 2014) a gestire il fenomeno in maniera estemporanea e mediatica, anziché promuovere politiche per risolverlo alla radice.

Un punto di svolta importante nei prossimi mesi del 2018 saranno sicuramente le elezioni presidenziali. La grave crisi brasiliana è il risultato delle azioni dei politici del paese e gli elettori, dopo tre anni di incertezze, avranno voce per decidere una via d'uscita dalla situazione attuale. Tuttavia, per il momento la politica brasiliana è ampiamente screditata. La lunga crisi ha fatto precipitare l'intero sistema politico in una situazione caotica e nessuna forza politica del paese ne è esclusa. Le rivelazioni che sono emerse da quando Dilma Rousseff ha dovuto dimettersi nel 2016 hanno messo in luce l'ipocrisia di coloro che hanno sostenuto il suo impeachment. Un elettorato disilluso può cadere nell'apatia o rivolgersi a figure autoritarie o “antipolitiche”, come già successo altrove e come già successo in Brasile con l’avvento di una dittatura militare.

 

Commenti