Una corsa a due velocità

Secondo riconosciuti centri di ricerca mondiali fra i quali il Fraser Institute, Hong Kong (Figura 1) è da quasi un ventennio il leader al mondo per libertà economica (Figura 2).

Inoltre, la Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese risulterebbe il terzo Paese al mondo per facilità di “fare business”, dopo Singapore e Nuova Zelanda. In particolare Hong Kong è al primo posto nel ranking per la rapidità nel rilascio dei permessi – un’attività si apre in sei giorni contro una media mondiale di 35 – al secondo posto per il commercio internazionale, e al terzo per il rispetto dei contratti e la protezione degli investitori.

La libertà politica non è però ancora ai livelli di quella economica, come confermano i malcontenti locali neanche troppo sopiti: a inizio 2010, migliaia di persone hanno circondato l’edificio del Parlamento (Legco, Legislative council) chiedendo a gran voce la democrazia nel territorio. In particolare la richiesta verte sull’elezione del capo dell’esecutivo, nominato oggi da un comitato in parte “controllato” da Pechino e in parte dagli elettori.

Von Mises - economista della Scuola Austriaca del lassez-faire - affermava che lo sviluppo della libertà economica facilita quello delle libertà non economiche. Ma, come già osservato in “La libertà economica nel mondo, in Europa, in Italia” (Rapporto 2007 di Ronca e Guggiola, con prefazione di Mario Deaglio), non è sempre così, almeno se si considera un arco temporale ristretto.
E il “caso di Hong Kong” ne è una riprova.

La Cina ha recentemente ribadito come l’autonomia di Hong Kong non si estende al suo sistema politico: una Commissione del Congresso Nazionale del Popolo ha confermato che saranno concesse graduali modifiche anche se non sarà possibile muoversi, almeno per ora, verso una piena democrazia.

I rapporti Cina e Hong Kong sono decisamente migliori se si considera strettamente il lato economico. L’interesse reciproco a rafforzare l’integrazione economica è sottolineato dal processo di liberalizzazione denominato CEPA (Closer Economic Parternship Arrangement). Con l’attuazione dei CEPA I, II e III la Cina si è impegnata a facilitare l’ingresso nel suo territorio di merci, servizi (finanziari, legali, turistici in primis) ed investimenti che hanno origine in Hong Kong.

L’importanza logistica di Hong Kong si è affermata grazie allo sviluppo di strutture e servizi strategici che hanno fatto dell’area, oltre che un primario hub internazionale (il volume di commercio internazionale equivale a circa un terzo dell’intera Cina), anche un centro mondiale per i servizi finanziari (l’Hang Seng Index è una delle tre maggiori borse valori in Asia) e un centro turistico. L’aeroporto è uno dei più frequentati sia in termini di traffico di passeggeri (29,2 milioni nel 2009 –3,37% sul 2008) che di volume di cargo smistato; il porto è il secondo al mondo – dopo quello di Singapore – per traffico di container  (Figura 3).


 

 

L’importanza del terziario sull’economia locale è ben dimostrata dalla Figura 4: pesa ben il 92% sul Pil complessivo e il 98% della popolazione locale è occupata nel settore: (il 21% nei servizi finanziari, il 21% nelle costruzioni e il 20% commercio). Per quanto riguarda lo scambio di merci, la Cina continentale è stabilmente il primo partner commerciale  di Hong Kong (Figura 5). L’interscambio con l’Italia è piuttosto importante (le esportazioni italiane dirette verso Hong Kong risultano essere nel 2009 circa il 7% delle esportazioni verso tutta l’Asia), anche se in calo negli ultimi anni (Figura 6).

Il principale investimento italiano a Hong Kong è nel retail. La strategia italiana di penetrazione nell’area – avamposto ideale per l’ingresso in Cina - si concretizza nell’apertura di negozi monomarca (oltre 300 tra Hong Kong e Macao). In genere le imprese “nostrane” hanno qui il centro direttivo regionale da cui controllano la distribuzione e la produzione che avviene in Cina.

Complessivamente l’economia di Hong Kong si sta riprendendo dalla crisi.
Le prospettive (Figura 7), riviste al rialzo dal nuovo World Economic Outlook di aprile 2010, vedono una crescita del Pil prevista intorno al 5%, in linea con le economie asiatiche di nuova industrializzazione e maggiore di 2 punti percentuali e mezzo rispetto alle economie avanzate.
L’Indice Hang Seng mostra complessivamente un andamento positivo nei dodici mesi appena trascorsi, dopo il “collasso” del 2008 che ha portato l’indice ai minimi storici negli ultimi 5 anni (Figura 8). Il maggiore rischio per l’economia del Paese potrebbe essere la formazione di “bolle” nel mercato azionario e immobiliare. In quest’ultimo settore, vi sono stati segnali di ripresa a partire dall’estate 2009 con un incremento sia dei prezzi che del numero di mutui accordati

Tale “boom” è stato favorito dal livello dei tassi, ai minimi storici da quasi 20 anni, e in leggero incremento solo da fine 2009. In questo senso una politica monetaria accomodante troppo a lungo rispetto al ciclo economico potrebbe essere “pericolosa” per la nascita delle bolle. Altro problema riguarda il tasso di disoccupazione (Figura 9), in aumento rispetto agli anni passati, ma comunque al di sotto del tasso delle economie avanzate e ben lontano dai picchi raggiunti durante la crisi asiatica del 1997-98.
In conclusione, Hong Kong è una città cruciale per l’economia asiatica, rappresentando da un lato l’ideale “porta cinese” da – e - per l’Occidente, dall’altra un cuore finanziario sempre più importante.

È inoltre una delle aree dove è più facile avviare e sviluppare il proprio business, anche se risulta indietro per quanto attiene le libertà politiche a causa del “controllo” che esercita il governo cinese. In tema di libertà, il colosso Google ha recentemente “sfidato” proprio la Cina convogliando il traffico “censurato” dal motore di ricerca google.cn, cinese, al sito di Hong Kong “più libero” google.com.hk. Quanto durerà?

                                              Rocco Paradiso

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