Dopo aver distrutto abitazioni, trasporti, infrastrutture e soprattutto decine di migliaia di vite umane, l'onda anomala non è finita:  continua a riversare sull'economia giapponese - e sull'economia mondiale - recessione e radioattività, creando  enormi difficoltà nei campi dell'energia, dell'agricoltura, della produzione industriale e, in particolare, dell'industria automobilistica.

Le dirette conseguenze del disastro sono state:

1) il crollo del Nikkei  (Figura 1)  non completamente recuperato in seguito.

2) l'entrata in crisi del sistema dei trasporti sotto il doppio effetto dei danni alle infrastrutture e della scarsità di energia elettrica (per l'esclusione dalla rete non solo della centrale nucleare di Fukushima, in avaria, ma anche di numerose altre centrali nucleari a rischio).

3) la forte contrazione della propensione al consumo di un popolazione impaurita, unita al divieto di consumare alcuni prodotti alimentari a rischio radioattività.

Standard & Poor's, che già a gennaio aveva ridotto il rating giapponese, portandolo da AA ad AA-, ha rivisto ancora al ribasso il proprio giudizio modificando l'Outlook da "stabile" a "negativo" in un quadro mondiale molto problematico dove la stessa sorte, per quanto riguarda l'outlook, è toccata anche all'Italia e agli Stati Uniti.

Quanto costa questo disastro?  Il confronto più ragionevole è con il terremoto di Kobe del 17 gennaio 1995 a seguito del quale si ebbe una caduta pari all'1% del PIL, peraltro rapidamente recuperata nell'anno successivo.
Il terremoto del 2011 è stato molto peggiore, pertanto tale stima non può che essere rivista al rialzo.

Gli effetti sulla crescita mondiale dovrebbero però risultare attenuati in quanto a quell'epoca il Giappone  era la seconda potenza economica mondiale, con una quota del 18% del prodotto complessivo del pianeta, mentre oggi, dopo il superamento da parte della Cina, la sua quota non supera il 9% (Figura 2).
Occorre però ricordare che gli economisti oggi sanno troppo poco e che proprio i danni alla rete elettrica rendono incerta qualsiasi previsione. Per intanto, come ha dichiarato il ministro dell'economia, Kaoru Yosano, nei primi tre mesi del 2011 il prodotto lordo giapponese ha subito un calo del 3,7 per cento sui primi tre mesi del 2010 e dello 0,9 per cento sull'ultimo trimestre del 2011.

Le prospettive indicate dalla Bank of Japan per il 2011 prevedono per l'anno fiscale 2011-12  una crescita dell'1%, mentre il consensus degli economisti prevede solo una risalita dello 0,6% (Figura 3). La produzione industriale è in calo del 15,3%, il mercato dell'auto ha registrato addirittura un crollo a -57%, record storico. Sono in forte calo le previsioni relative al secondo trimestre, proprio a ridosso del disastro naturale, a cui fanno riscontro gli aggiustamenti al rialzo per il 3° e il 4° trimestre 2011. 
Per il 2012 la previsione conferma una bassa crescita nel 1° trimestre e un nuovo peggioramento delle prospettive per il 2° trimestre.

Al di là degli effetti quantitativi legati al Giappone, quattro possibili conseguenze sull'economia mondiale sono state recentemente illustrate dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi:

1) il possibile blocco della produzione di energia nucleare ed il conseguente forte aumento del prezzo del petrolio, che peraltro sta già aumentando per motivi diversi;

2) la caduta della domanda globale;

3) le tensioni sui tassi d'interesse;

4) gli effetti negativi sui paesi più deboli dell'Estremo Oriente.

Rispetto a questo scenario molto realistico, vanno comunque fatte alcune considerazioni. Il surplus della bilancia commerciale giapponese è notevolmente alto e ciò riduce gli effetti negativi del calo dei consumi nipponici sulla domanda a livello mondiale.
Lo yen, per effetto di politiche sui tassi di cambio, si sta fortemente indebolendo, a sostegno delle esportazioni (Figura 4). Nell'ultimo periodo è in particolar modo peggiorato il tasso di cambio reale, cioè rettificato dagli effetti dell'inflazione
(Figura 5).

 

 

Secondo la valutazione dello United Nations Economic and Social Commission for Asia and the Pacific (ESCAP), l'impatto sulle economie degli altri piccoli Paesi dell'area sarà sicuramente reale, ma di portata inferiore rispetto alle previsioni iniziali. In particolare si stima che a fronte di un calo dell'1% del PIL nipponico, le altre economie subiscano una riduzione media pari a circa lo 0,10%.

Gli esperti ritengono, inoltre, che i principali esportatori verso il Giappone, Brunei, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Malesia e Kuwait, potranno trarre beneficio dalla ricostruzione. Le esportazioni dal Brunei rappresentano il 27% del suo PIL. Si creerà, per la ricostruzione, un'enorme domanda di gas e petrolio. La Malesia, essendo il maggior esportatore di legname, potrà trarre grossi vantaggi per l'edilizia abitativa, spesso in legno proprio a causa della frequenza dei terremoti (Figura 6).

Le azioni di politica economica, per affrontare una crisi di queste proporzioni, dovrebbero prevedere un aumento degli interventi pubblici per la ricostruzione, finanziati con emissioni di titoli o con l'aumento di base monetaria. Il debito pubblico giapponese, superiore al 200% (Figura 7) del PIL, rende problematiche queste scelte. Oltre a ciò, il Giappone, anche prima del terremoto, stava vivendo una fase molto difficile, caratterizzata da alta inflazione in presenza di bassa crescita (stagflazione) e perdita di competitività nei confronti di Cina, India e Corea del Sud. E' interessante, a questo proposito, notare come le esportazioni giapponesi siano cresciute in valore assoluto negli ultimi 10 anni, con un rallentamento nel 2009, mentre la quota dell'export giapponese rispetto al resto del mondo sia crollata, passando dall'8% del 2000 al 5% circa del 2010. Ciò a conferma del peso crescente delle nuove economie (Figura 6).

La politica finanziaria giapponese si è mossa in varie direzioni. I tassi d'interesse sono stati ridotti praticamente a zero, lo yen è stato indebolito rispetto al dollaro per favorire la ripresa dell'export, la Banca Centrale sta acquistando bond ed altri asset. Il Parlamento giapponese ha predisposto una manovra finanziaria da 50 miliardi di dollari.

Attualmente, il Ministro dell'Economia giapponese sta studiando altre ipotesi nella logica di recuperare risorse tenendo l'elevatissimo debito pubblico sotto controllo. Una di queste è quella dell'aumento dell'imposizione indiretta, manovra che ha però il problema di deprimere ulteriormente la propensione al consumo. Un'altra ipotesi è quella di rinviare i tagli alle tasse ai prossimi esercizi, come segnale espansivo all'economia che non mette in discussione gli attuali equilibri di bilancio.

Possiamo perciò ipotizzare due possibili scenari. Il primo, ottimistico e poco probabile viste le condizioni attuali. Questo scenario è fondato sui seguenti presupposti: la ricostruzione genera aumento della domanda di beni e servizi; la ripresa economica viene sostenuta da interventi finanziari internazionali, che possono trovare convenienti gli investimenti in azioni e bond giapponesi; il deprezzamento dello yen consente una decisa ripresa delle esportazioni. Volendolo rappresentare graficamente questo scenario potrebbe avere una forma a V, con una veloce discesa ed altrettanto veloce risalita.

A questo quadro previsionale se ne contrappone un altro, molto più pessimistico. Altri Paesi asiatici in rapida crescita (India, Cina e Corea del Sud) sfruttano le difficoltà dell'economia giapponese, sostituendosi ad essa in settori quali l'elettronica e l'automotive. L'alto debito pubblico e la bassa credibilità internazionale perpetuano lo stato di crisi finanziaria, spingendo il Paese verso una possibile "situazione Argentina".

Il collasso socio-economico si completa con il disinvestimento e l'efflusso dei capitali all'estero
, la fuga dei cervelli e la perdita di risorse umane, la rinuncia da parte di operatori occidentali a stipulare contratti in Giappone, anche per timore degli effetti delle fughe radioattive. La sua rappresentazione grafica è simile al simbolo della  una radice quadrata, con una veloce caduta, una piccolissima ripresa di assestamento ed una lunga fase di stagnazione, senza prospettive di superamento della crisi.

                                                Caterina Bonis
 

 

 

 

                              

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