Negli ultimi decenni, la tendenza dei giapponesi a risparmiare ha favorito la tendenza degli americani a consumare: di fatto, le risorse risparmiate dal Signor Tanaka sono state prestate al Signor Smith (che in parte le ha spese per acquistare beni giapponesi). Si è determinata così una situazione di surplus nel commercio internazionale giapponese e di deficit – finanziato, appunto, da questi prestiti – nel commercio internazionale degli Stati Uniti.

 Dietro a questo equilibrio, che ha retto molto bene in un contesto di sviluppo, ci sono due comportamenti molto diversi negli impieghi del reddito, sintetizzati dai dati esposti nella Figura 1 e riferiti ai primi anni Duemila: il «consumismo» americano e la «frugalità» nipponica sono efficacemente riflessi nei 16 punti percentuali di differenza nell’incidenza dei consumi privati sul prodotto interno lordo. Una metà di tale differenza, ossia 8,1 punti percentuali, è rappresentata dalla somma algebrica delle importazioni e delle esportazioni nette e si può quindi far risalire agli sbilanci del commercio internazionale, mentre l’altra metà dà origine a una maggiore quota giapponese negli investimenti privati e nell’importanza del settore pubblico.

Se dal reddito si passa alla ricchezza, il contrasto si fa ancora più stridente soprattutto per quanto riguarda le strategie di impiego dei capitali finanziari, illustrate sommariamente dalla Figura 2. Oltre che frugali, i giapponesi si rivelano anche tradizionalisti, nel senso che detengono più della metà delle loro risorse in contanti o in depositi bancari e postali, mentre per gli americani tale percentuale è pari a poco più di un sesto. Per conseguenza, nel portafoglio finanziario americano vi è maggiore spazio per titoli azionari (presenti in una percentuale pari a circa cinque volte quella giapponese). Proprio perché sanno di poter usufruire dell’ingente liquidità dei loro patrimoni, i giapponese sentono meno la necessità di assicurarsi e di poter contare su riserve pensionistiche. E gli americani presentano anche una cospicua quota in «altri» strumenti finanziari, nell’ottica di una diversificazione del rischio che pare poco avanzata in Giappone.

 

Se estendiamo il confronto a indicatori socio-economici (Figura 3), ci troviamo di fronte a due società che lavorano molto (quasi duemila ore medie annue contro le 1500-1700 ore di un operaio europeo). Ma qui le somiglianze cessano. I grandi spazi americani favoriscono la fruizione di abitazioni assai più ampie, a differenza di quelle medie giapponesi. Forse anche perché più ristretta negli spazi, la società giapponese appare più ordinata, con un numero di crimini e di incidenti stradali che è intorno alla metà di quello americano. E se gli americani amano molto i computer, al punto che ne dispongono due cittadini su tre, i giapponesi adorano i telefonini, diffusi in analoga percentuale; il maggior uso giapponese dei telefonini versus il maggior numero americano di personal computer è una differenza che rispecchia mentalità e modi di relazione profondamente diversi tra loro.

Forse alla base di queste diversità c’è una differenza strutturale di tipo demografico. La Figura 4  riporta la proiezione della struttura della popolazione dei due paesi nel 2025. Come si può vedere la piramide giapponese è invertita (in termini semplici, ci sono più vecchi che giovani) mentre quella americana, anche a seguito di un’immigrazione sostenuta e di una vita attesa meno lunga continua ad avere un numero di giovani abbastanza consistente. Tutto ciò induce a scelte diverse, a una diversa prospettiva della vita, forse anche a diverse politiche economiche.

                                                  Mario Deaglio

Commenti

Comments are now closed for this entry