Il nuovo primo ministro giapponese Yashuo Fukuda, è figlio d'arte. Con suo padre, Takeo Fukuda già primo ministro nel 1977-78, Fukuda junior si colloca nel solco della grande tradizione moderata del partito liberaldemocratico, al potere dal 1948, tranne il breve intervallo 1993-96 quando, in una situazione confusa, il potere passò ai socialisti. La nomina di Fukuda rappresenta una sorta di normalizzazione dopo la stagione di grandi (e confuse) riforme di Junichiro Koizumi (2001-06) con esperimenti di liberalizzazioni e privatizzazioni, e dopo il breve governo di Shinzo Abe (settembre 2006-settembre 2007) la cui caduta può, almeno in parte, essere attribuita all'insistenza su una tradizione di nazionalismo. Il tutto è stato costellato da scandali, dimissioni e accuse di corruzione che devono far pensare agli italiani che l'Italia non è il solo paese della politica debole.

Dopo la lunga stagnazione degli anni novanta, che ha posto in luce le debolezze, soprattutto finanziarie, del modello di crescita nipponico e che era stata causata dalla fine del boom edilizio, il Giappone ha risentito più degli altri paesi ricchi della recessione del 2001-02, ma poi ha messo in luce una vigorosa ripresa con tassi di crescita del prodotto interno lordo mediamente nell'ordine del 2,5-3 per cento l'anno; a partire dal 2006, però, la crescita ha cominciato a indebolirsi e il secondo trimestre del 2007 ha posto in luce un valore negativo (-1,2 per cento) dopo diciannove trimestri consecutivi di espansione (Figura 1).

Potrebbe trattarsi di una semplice battuta d'arresto, amplificata, tra l'altro, da un terremoto che ha avuto estese conseguenze soprattutto sulla produzione industriale; ma proprio l'analisi della produzione industriale mostra un chiaro punto di svolta nell'ottobre 2006: da allora il tasso di crescita ha cominciato a ridursi in maniera vistosa (Figura 2).

E questo nonostante non sia venuto meno il principale fattore di stimolo dell'economia giapponese, ossia le esportazioni verso la lanciatissima area cinese, che hanno attenuato la dipendenza dal mercato americano e europeo, superando quelle verso gli Stati Uniti: Cina, Hong Kong e Taiwan assorbono complessivamente il 27 per cento delle esportazioni giapponesi contro il 23 per cento degli Stati Uniti.

Nel frattempo, il Giappone ha costituito un ottimo mercato per gli investitori di Borsa, come mostra la Figura 3: essendo sceso molto di più di quello americano tra il 2000 e il 2004 (i valori sono stati praticamente dimezzati rispetto a quelli del 1998, mentre l'indice Dow Jones è semplicemente tornato nel 2004 ai livelli di quell'anno), ha effettuato una spettacolare rimonta concentrata nel 2005-06 quando le quotazioni sono risalite di circa il 50 per cento. Dalla metà del 2006 si osserva però una sostanziale stagnazione mentre la Borsa di New York ha continuato a salire vigorosamente. Come reagirà il Giappone alla crisi dei subprime? Nell'autunno 2007 è difficile fare previsioni.

Un altro dato che fa riflettere, se si guardano gli ultimi 25 anni, è la riduzione della quota del Giappone sul totale del prodotto lordo dell'Asia cosiddetta "dinamica": da un peso del 45% negli anni ottanta, il Giappone rappresenta ora circa il 20%. Anche in questo caso è l'area cinese ad avere avuto una vistosa crescita (Figura 4).

E' ugualmente difficile fare previsioni sull'andamento industriale-imprenditoriale, anche se di certo non prevale l'euforia, ma, al massimo, un ottimismo misurato e limitato alle imprese principali. Va ricordato che nelle 500 maggiori imprese industriali in base al fatturato della classifica Fortune Global 500 del 2007, quelle giapponesi sono 67, ossia poco meno di quelle di Germania e Regno Unito messe assieme (complessivamente 71) e ve ne sono otto tra le prime 100. La Toyota, gioiello della globalizzazione nipponica, figura al sesto posto ed ha appena scalzato General Motors dal trono della produzione mondiale di auto; Tokyo è la città in cui ha sede il maggior numero di queste società (50 su 500, contro le 26 di Parigi e le 22 di New York e di Londra). E il Giappone continua a essere un paese che riesce a far vivere bene 120 milioni di persone su una superficie grande come quella italiana, dove gli abitanti sono circa 60 milioni.

Insomma, Sol Calante o soltanto sole velato da nuvole passeggere? La risposta non è possibile per ora ma l'enfant prodige degli anni sessanta-ottanta va tenuto sotto attenta osservazione, anche se nel frattempo è indubbiamente invecchiato.

                                                  Mario Deaglio

 

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