Per i tedeschi, il settembre 2013 non segnerà solo la fine delle (lunghe) vacanze germaniche, ma anche e soprattutto il momento della scelta del prossimo Parlamento e del prossimo Cancelliere (Figura 1). Una scelta che riguarda tutta l'Europa.

Una vittoria schiacciante della attuale Cancelliera Angela Merkel ,infatti, potrebbe significare un allentamento a livello europeo della politica di austerity, ossia non già la rinuncia all’obiettivo di conti in ordine bensì il suo raggiungimento in tempi più lunghi.
Se. Invece, la vittoria fosse più risicata e gli alleati liberali avessero maggior peso, possiamo tranquillamente attenderci maggiore severità sia a livello nazionale sia nella governance europea, dovendo quindi necessariamente mediare tra politiche di sviluppo e politiche di rigore.

Gli attuali sondaggi indicano come poco realistico prendere in considerazione il secondo scenario o addirittura una sconfitta della Merkel. Infatti sono circa 17-18 i punti percentuali di vantaggio da parte dell'Unione Cdu/Csu (al 41% nei sondaggi di maggio) rispetto al principale partito di opposizione, i socialdemocratici (al 24%), senza contare che i liberali della Fdp dovrebbero raggiungere il 6%, sopra la soglia minima per l'ingresso in Parlamento (5%), appoggiando anch'essi la Merkel.

Un diavolo capriccioso potrebbe però ancora rimescolare le carte: Deutsche Alternative, il partito anti-euro, potrebbe togliere voti ai liberali, impedendo loro di raggiungere la soglia del 5 per cento, e quindi escludendoli dal parlamento, senza riuscire essa stessa a entrarci. A sinistra, i Piraten e Die Linke potrebbero togliere voti ai Verdi con risultati analoghi: a questo punto il Parlamento tedesco sarebbe irriconoscibile, caratterizzato dall’incontro-scontro dei due maggiori partiti, in una sorta di “governo delle larghe intese” in versione germanica.
E con una prevedibile incertezza sulle grandi linee della politica economica che si riverbererebbe in tutta Europa.

Perché ciò che avviene a Berlino è così importante per l’Europa? Perché la Germania ha un’enorme posizione di forza nello scacchiere europeo, tanto da poter indirizzarne le politiche? Perchè per valutare la solidità degli altri paesi si ricorre allo "spread", ossia al divario tra il rendimento dei loro titoli sovrani e il rendimento dei titoli sovrani tedeschi? (Figura 2)?

In primo luogo perché il modello tedesco funziona: dopo le debolezze degli anni novanta, legati alla necessità di “assimilare” la Germania Orientale, il mix tedesco sta mostrando tutti i suoi meriti. Unisce l’industria tradizionale, tecnologie avanzate e buone leggi sul lavoro, a cominciare dall’apprendistato. Nel medio periodo i risultati internazionali della Germania (Figura 3), secondo esportatore del mondo, si riflettono internamente con un'alta qualità della vita: livelli di retribuzione alti grazie anche a sindacati molto potenti, bassa disoccupazione, scuole pubbliche molto qualificate, un welfare di altissimo livello che riesce a coniugarsi con un livello di tassazione inferiore alla media europea: la pressione fiscale in Germania nel 2012 è risultata pari al 40,5% contro la medie europea del 41,6% (l'Italia è al 44%).

La Germania è l'unico grande paese ad avere accumulato (Figura 4) saldi commerciali positivi nell'ultimo decennio (nel 2012 pari a 208 miliardi di dollari) il che la colloca immediatamente dopo la Cina (con 214 miliardi); si è piazzata al terzo posto dietro la Cina e agli USA per le sue quote nel commercio mondiale, pur avendo una popolazione che è un quarto di quella USA e un quindicesimo di quella cinese. I dati mostrati confermano come il modello di sviluppo tedesco è fondato sul motore delle esportazioni: storicamente il Paese infatti ha accumulato attivi commerciali nei confronti del resto del mondo, Europa inclusa, grazie alla competitività del capitalismo tedesco che si fonda sull'alta tecnologia, la qualità e l'affidabilità dei prodotti e non su bassi prezzi.

In una economia chiusa come è quella mondiale, se vi sono dei Paesi che riescono ad esportare più di quanto consumino, vi devono essere necessariamente Paesi in continuo disavanzo commerciale con l'estero.

 

Quindi a nazioni con un saldo commerciale attivo, un elevato livello di risparmio e/o con un sistema produttivo particolarmente efficiente, deve contrapporsi un modello "vizioso" che non riesce a fare fronte alle proprie esigenze con i proventi dell'industriale locale.

La Germania dunque, come la Cina, si è trovata ad affrontare la crisi sistemica nel 2008 con un enorme avanzo commerciale che l'avrebbe potuta porre al centro della ripresa, locomotiva della crescita, se fossero aumentati i propri livelli di consumi.  Ma la Cina ha fatto assai di più per stimolare la domanda interna con robuste iniezioni di spesa pubblica e aumenti salariali che hanno sfiorato il 20% nelle zone più industrializzate. La Germania non ama il debito e non solo per il ricordo dell’inflazione degli anni venti: in tedesco un’unica parola (Schuld) indica “debito” e “colpa”. Nella mentalità luterana (e non solo) se la colpa è un debito, il debito è una colpa.

E’ grazie a questo sottofondo che, mentre vi sono stati incrementi salariali pari al 4,3% annuo nel contratto collettivo dei metalmeccanici, il Governo della cancelliera non ha affatto seguito la dottrina keynesiana di un finanziamento in deficit della crescita, con lo Stato che riempie il vuoto di domanda.

Recentemente, però, l’austerità tedesca è stata chiamata causa non solo dalle realtà congiunturale (se la crisi si prolunga in Italia e investe il resto dell’Unione Europea, a chi venderanno i tedeschi le BMW e le Mercedes?) bensì anche dalle prove “scientifiche”.
Gli studi degli economisti americani Reinhard e Rogoff che mostravano l’inefficacia della spesa pubblica addizionale dopo il livello del 90 per cento del prodotto interno lordo sono risultati errati per un banale errore di calcolo.
Anche per questo è prevedibile un ri-orientamento della Germania verso piani finanziari dei partner di medio-lungo anziché di breve periodo che tengano conto  in primo luogo conto degli obiettivi di bilancio strutturali.

Altri fattori - relativo marcato rallentamento dell’espansione che comincia a farsi sentire anche in Germania - potrebbero fare rivedere la posizione "granitica" di difesa dell'austerity della Germania nella governance europea.  In primo luogo, il rallentamento della crescita tedesca: il FMI ha recentemente tagliato le previsioni per il 2013, portandole dal +0,6% al +0,3% e posto luce sulla necessità di riforme strutturali per aumentare il potenziale di crescita della Germania. Tali dati sono un segno tangibile del fatto che la locomotiva tedesca riesce ad assorbire con difficoltà l'impatto della recessione e le incertezze dell'eurozona. In secondo luogo, il debito pubblico tedesco segnala un aumento nel 2012 al dato record di 2.166 miliardi di euro, l'81,9% del Pil. Non sono proprio quisquiglie.

Il FMI ha inoltre sottolineato la necessità di evitare un risanamento eccessivo e la debolezza nel sistema bancario teutonico. Infatti, se fino ad ora Berlino è riuscita a tamponare la situazione e minimizzare il fenomeno, un recente studio dell'OCSE rivela come le principali banche europee siano sottocapitalizzate, in particolare quelle francesi e tedesche. L'iniezione complessiva necessaria di capitali è pari a 400 miliardi di euro pari a 4,25% del Pil dell'Eurozona (per la banche tedesche l'importo è pari al 5,5% del pil nazionale, per le francesi 7,5%).
Ed è recentissimo il caso del colosso Deutsche Bank che potrebbe avere erogato cospicui finanziamenti per diversi miliardi di euro a Monte dei Paschi e Banco do Brasil dal 2008 senza indicarne a bilancio l'effettiva natura e dunque i rischi connessi, inquinando i ratios relativi alla qualità dei crediti.

I nuovi "suggerimenti internazionali" che provengono da più fronti e l'analisi di alcuni dati macroeconomici potranno scalfire le certezze tedesche? Non si vede perché su questo ci debbano essere risposte negative: una maggiore presenza economica all’estero, anche con acquisizioni di grandi imprese negli altri Paesi europei, potrebbe essere la conseguenza indiretta di una nuova, importante, vittoria della Merkel.                                          

                                         Rocco Paradiso

                                                

 

                                 

                             

 

                                            

                                         

                                               

 

                                            

                                          

                              

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