All'interno dell'area dell'euro, la grande incognita non è ora costituita dai paesi periferici, ma dalla Francia. Si cerca in tutti i modi di minimizzare le criticità francesi, perché si tratta della seconda economia continentale e l'asse franco-tedesco è la spina dorsale dell'euro, anche sul piano strettamente politico. Tuttavia le minacce alla stabilità finanziaria del continente potrebbero arrivare proprio dalla situazione transalpina, dove però qualche tentativo di soluzione dei problemi è già stato varato.

La cartina di tornasole per evidenziare la crisi è costituita dal tasso di disoccupazione (Figura 1): il dato francese sembra destinato a superare quello comunitario (a cavallo dell'11,5%), nonostante quest'ultimo sia, per definizione, condizionato da situazioni croniche come per esempio quella italiana (con un dato ben oltre il 12%).

I circa tre milioni di disoccupati francesi sanzionano le difficoltà della Francia, conseguenti alla convergenza di due profonde criticità: la spesa pubblica incomprimibile e la netta perdita di competitività delle aziende francesi negli ultimi decenni.

Quest'ultima variabile è confermata dal profondo deficit commerciale, anche nei confronti dei Partner dell'area euro (rispetto ai quali non incide la componente valutaria). La minor capacità di penetrazione commerciale si coniuga, in un meccanismo perverso come un cane che si morde la coda, con la marcata deindustrializzazione del Paese. La popolazione non ha ancora avvertito per intero il reale impoverimento solo grazie ad un welfare fra i più estesi e generosi del mondo, ma questo incide sull'incomprimibilità della spesa pubblica e, di conseguenza, sui conti pubblici che non sono in ordine.

In più l'orgoglio tipico dei "galletti" transalpini comporta il rischio di emarginazione: la loro recente posizione molto intransigente, relativa al settore dei servizi culturali, rischia di mettere in dubbio la trattativa per il libero scambio commerciale fra Europa e USA. Poiché gli altri Partner continentali non hanno interesse che tale accordo (potenzialmente foriero di sviluppi economici) possa fallire, la Francia si espone a possibili ritorsioni, quanto meno in termini di non disponibilità a sostenerla in caso di futuro ricorso ad aiuti comunitari.

Fatto sta che l'economia francese da tempo si sta chiudendo su se stessa: la crescita del PIL (Figura 2), anche senza raggiungere gli "abissi" italiani, veleggia sotto lo zero e solo nel 2014 è attesa a  risalire all'1% annuo.

La frenata più sensibile del PIL francese
(-3,1%) risale al 2009, anno di recessione mondiale: proprio in quell'anno (Figura 3) si dovette allentare sensibilmente il controllo sul deficit pubblico (che si rivelò pari al 7,5% del PIL) determinando una situazione di non facile rientro nel limite canonico del 3%.

I conti annuali sfuggiti dal controllo non potevano che gonfiare il debito pubblico transalpino (Figura 4), evolutosi dal 60% al 90% del PIL fra il 2007 e il 2012, con previsioni di ulteriori (seppur contenuti) aumenti.
In pratica, dal 2007 al 2012 il rapporto Debito PIL è aumentato in Francia del 40%, contro un corrispondente aumento del 23% per l'Italia e del 37% dell'area euro nel suo insieme. Un confronto di tale natura fra il 2001 e il 2012 fornisce i seguenti responsi: Francia + 58%, Italia +18%, area euro + 33%.

La Francia, stritolata dalla necessità di sostenere i suoi cittadini in un momento di difficiltà, non poteva che ricorrere all'indebitamento. Non si poteva infatti aumentare la presione fiscale che, anzi, il Presidente Hollande in campagna elettorale affermava di voler addirittura alleggerire. Ma Hollande non è riuscito, almeno per ora, in questa impresa, perché avrebbe dovuto tagliare sensibilmente la spesa.

La spesa pubblica francese è una delle più elevate in Europa (Figura 5): non solo è salita anche negli ultimi due anni (formalmente di austerità continentale), attestandosi sopra al 56% del PIL, ma ha aumentato il proprio divario rispetto alla media dell'area euro (ben sotto al 50%) ed anche nei confronti della spesa italiana (che staziona poco sopra al 50%).
Il problema della spesa pubblica francese presenta molti risvolti: incide decisamente il welfare decisamente esteso, elemento che a sua volta deriva da un rappporto Stato-cittadini senza paragoni nel mondo. Infatti le vicende storiche della Francia, in particolare quelle incentrate nella Rivoluzione del 1789, hanno creato un vero e proprio "patto" fra popolazione e Istituzione pubblica.  

 

Un patto che da un lato costituisce un elemento di forza della Francia in quanto Nazione (vi è infatti un senso di "collettività" molto maggiore che nelle nazioni tipicamente "liberiste", come quelle anglosassoni, o decisamente "lassite", come quelle mediterranee), ma dall'altro rende difficile operare in termini di riduzioni della spesa, costituita o da traferimenti ai cittadini o da servizi a disposizione dei cittadini.

A questo elemento strutturale si deve aggiungere la profonda inerzia che la Francia ha registrato negli ultimi anni in termini di mancate riforme istituzionali. La macchina pubblica è molto simile a quella degli anni '90, cioè di prima della grande rivoluzione tecnologica: in pratica non sono stati recepiti (come peraltro in molti altri Paesi, Italia in primis) gli snellimenti burocratici e amministrativi che la tecnologia rende oggi possibile.

Ma sotto sotto c'è anche una componente politica: nessuno ha particolare interesse a snellire la macchina pubblica, perché questo si rifletterebbe in minori servizi e minori flussi finanziari alla popolazione. Decisioni di questa natura non sono facili da prendere e richiedono un'evoluzione nell'opinione pubblica.

Sta di fatto che il Presidente Hollande non solo non è riuscito ad abbassare la pressione fiscale, ma non può nemmeno cullarsi nell'illusione di disporre di potenziali campi di applicazione di nuove tassazioni: la Francia è infatti uno dei pochi Paesi dove esiste da tempo l'imposta patrimoniale e un suo inasprimento, specie sul versante delle posizioni "mobiliari", rischia di innescare una vera e propria fuga di capitali dal sistema francese.

Per cui, molto pragmaticamente, Hollande ha per ora rinviato ogni ipotesi del genere e cerca di limitare ogni possibile spinta all'aumento della pressione fiscale.

Il vero architrave della soluzione delle criticità francesi può invece incentrarsi sulla sensibile riduzione dell'imposizione fiscale sul lavoro e/o sull'aumento di produttività a parità di costo del lavoro.
In tale direzione si inseriscono due importanti accordi firmati in questo primo semestre del 2013: quello sulla mobilità aziendale e quello sull'aumento di ore lavorate nel Gruppo Renault (di cui lo Stato francese detiene il 15%).

Ai sensi del primo accordo, le imprese possono ricorrere alla mobilità dei loro dipendenti e, in caso di rifiuto, il lavoratore può essere licenziato. Inoltre, in situazione di crisi, le aziende (con il consenso dei sindacati) potranno ridurre, almeno temporaneamente, le retribuzioni e aumentare gli orari di lavoro.

In casa Renault l'accordo ha espressamente aumentato le ore lavorate del 6,5%, ma le retribuzioni rimarranno invariate nel 2013 e aumenteranno solo dello 0,5% nel 2014 e dello 0,75% nel 2015. Inoltre, anche grazie ad un piano di prepensionamenti, la forza lavoro del Gruppo sarà ridotta del 17%. La contropartita sindacale è che è stata esclusa a priori qualsiasi ipotesi di chiusra di stabilimenti in Francia.

A queste due iniziative si aggiungono altre misure, quali la restituzione dei crediti d'imposta alle piccole imprese, mediante un meccanismo di "prefinanziamento" alle stesse da parte della Banca pubblica di investimento.

Queste mosse, il cui obiettivo è ridurre il costo del lavoro e aumentare la corrispondente produttività, non possono non sposarsi con il generale trend di rientro del deficit pubblico a cavallo del 3%: però che questo avvenga nel 2013, come vorrebbero la Germania e la BCE, o nel 2014, poco importa. L'importante che ci sia l'inversione di tendenza della spesa, del deficit e del debito.

Insomma, la Francia è a prima vista un pachiderma invischiato nella sabbie mobili, ma questa impressione non è perfettamente fondata. La Francia sta infatti cercando di smuovere le acque attraverso una serie di iniziative che potrebbero costituire la terza via fra il "rigore"  teutonico e la volontà di privilegiare la ripresa, anche a scapito del controllo sui conti pubblici, sbandierato dalla periferia dell'area euro.

                                                Carlo Crovella

 

                                 

                             

 

                                            

                                         

                                               

 

                                            

                                          

                              

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