Un vero e proprio terremoto politico ha scosso la Francia, e le sue ripercussioni si faranno molto probabilmente sentire anche sull'Unione Europea.

Le elezioni amministrative, svoltesi in data 23 e 30 marzo, hanno di fatto cambiato il panorama politico del Paese transalpino, premiando il partito di centro-destra dell'UMP (Union pour un Mouvement Populaire), che si configura attualmente come primo movimento nazionale, e punendo duramente il Partito Socialista del Presidente Francois Hollande; tuttavia, il dato più significativo riguarda la grande avanzata del Front National, partito di estrema destra guidato da Marine Le Pen, che può considerarsi, a buon diritto, la vincitrice morale di questa tornata elettorale, caratterizzata dall'alto tasso di astensione, che si è attestato attorno al 38%.

Ben 45 milioni di francesi si sono recati alle urne per il rinnovo di 36.700 amministrazioni comunali: nel primo turno del 23 marzo, l'UMP ha conquistato il 46.5% complessivo dei voti, il Partito Socialista il 37.7% e il Front National il 4.6%; i ballottaggi del 30 marzo, che si sono tenuti in 6.455 comuni, hanno  ribadito l'affermazione del centro-destra, con il 45.91% dei voti, seguito dai socialisti che hanno ottenuto il 40.57% e dal Front National che ha raggiunto il 6.84%.


Per avere una quadro esatto dell'esito elettorale non si può prescindere da un aspetto di rilevante importanza: il Front National si è presentato solamente in
597 comuni e, in base all'opinione di alcuni analisti, potrebbe diventare la prima forza nazionale in vista delle prossime elezioni europee del 25 maggio e recitare un ruolo fondamentale in vista delle elezioni presidenziali del 2017.

Il Front National è riuscito a presentarsi ai ballottaggi in 229 città, conquistarne 15 (tra cui Hénin-Beaumont, al primo turno, e Fréjus, Béziers, Hayange, Villers-Cotterets, Beaucaire e Le Luc, al secondo - Figura 1) ed ha ottenuto il migliore risultato della sua storia: se si considera che la sua migliore performance risale al 1995, anno in cui è riuscito a far eleggere i propri candidati in tre comuni, e che nel 2008 nessun esponente del partito è stato in grado di imporsi, il risultato non può che ritenersi stupefacente.

Di proporzioni enormi la disfatta della gauche, che ha perso ben 155 città: complessivamente, secondo  le cifre del Ministero dell'Interno, 10 città di oltre 100.000 abitanti, 40 comuni tra i 30.000 e i 100.000 abitanti e 105 comuni tra i 9.000 e i 30.000 abitanti hanno deciso di non rinnovare la fiducia al Partito Socialista, bocciando senza mezzi termini le politiche intraprese fino ad ora dal Presidente Hollande (Figura 2). Storiche roccaforti come Limoges (sotto amministrazione socialista ininterrottamente dal 1912), Tolosa (città famosa per le sue mobilitazioni sindacali), Angers, Roubaix e Bastia hanno deciso di cambiare; la sinistra francese può consolarsi solo con la conferma di Parigi (Anne Hidalgo sarà il primo sindaco donna della capitale), Strasburgo, LilleLione e Nantes, e con la vittoria ad Avignone (dove al primo turno il Front National era in testa), Douai e Lourdes, in precedenza nelle mani dell'UMP.

Ma chi è Marine Le Pen? La figlia di Jean-Marie Le Pen, fondatore e leader storico del Front National, dopo aver preso le redini del partito nel 2011, ha condotto negli ultimi anni una campagna strategica di "dédiabolisation", con l'obiettivo di normalizzarlo, ringiovanirlo ed affrancarlo dalla forte impronta impressa dal padre. Tale processo di sdoganamento democratico ed istituzionale ha conferito al partito una nuova immagine più moderna ed accattivante, non più esclusivamente legata ai nostalgici.
La Le Pen è riuscita a far breccia nel cuore dei francesi, parlando alla loro pancia: cavalcando la forte ondata di anti-europeismo attualmente molto in voga nel Vecchio Continente, propone l'uscita della Francia dall'Euro, dichiarato apertamente come l'origine di tutti i mali, e la revisione degli accordi di Schengen; le sue posizioni in tema di immigrazione non divergono in maniera sostanziale da quelle del padre. Se in passato Jean-Marie Le Pen è stato spesso accusato di antisemitismo, la figlia punta il dito in particolar modo contro il mondo islamico e chiede una chiusura delle frontiere, anche per limitare l'ingresso di persone provenienti da altri Paesi appartenenti all'Unione Europea.  

Alla luce delle recente tornata elettorale, risulta davvero impossibile non fare un paragone e ripercorrere le analogie con le elezioni presidenziali del 2002, quando Jean-Marie Le Pen, riuscì addirittura a superare al primo turno l'ex Primo Ministro socialista Lionel Jospin e ad arrivare al ballottaggio con l'ex Presidente Jacques Chirac: le elezioni presidenziali furono poi vinte in maniera schiacciante proprio da quest'ultimo (Figura 3).

L'esito delle consultazioni non si è tuttavia discostato dalle previsioni. La forte sfiducia dei francesi nei confronti dell'attuale Presidente non ha rappresentato certo una novità: eletto solo due anni fa, Hollande è ai livelli minimi della sua popolarità ed è considerato non solo un Presidente "normale" e poco decisionista ma anche incapace di gestire la crisi economica e di ridurre la disoccupazione. Marine Le Pen è riuscita dunque a far confluire su di sé un gran numero di consensi, approfittando anche delle divisioni interne del Partito Socialista, in preda ad una sorta di crisi identitaria, e delle lotte intestine dell'UMP, che nonostante la recente vittoria elettorale, presenta gravi problemi di leadership, non ha una linea politica ben definita ed è sconquassato da vari scandali giudiziari e finanziari relativi ai propri principali esponenti.

La crisi, del resto, non ha risparmiato la Francia, attraversata da forti tensioni sociali (si pensi al recente caso degli operai della Goodyear): alcune testate statunitensi, tra cui il New York Times, Newsweek e Bloomberg Businessweek hanno espresso la loro preoccupazione in merito al declino cui andrebbe incontro il Paese, indicandolo come il "nuovo malato d'Europa"
(Figura 4).

Gli attuali dati macro-economici confermano questa visione:il deficit pubblico nel 2013 ha raggiunto il 4.3% del PIL, molto al di sopra della famosa soglia del 3% e con una scarsa tendenza a scendere; la crescita nel 2013 è stata appena dello 0.3%; la disoccupazione (Figura 5) non accenna a scendere al di sotto del 10% (gli under 25 senza lavoro ormai sono quasi il 26%) e la competitività è in netto calo.

In Francia rinascono tentazioni protezioniste, come la difesa, da parte del governo, di Alstom, il colosso nazionale delle costruzioni ferroviarie dall'offerta di acquisto dell'americana General Electric, mentre si avverte che  la potenza economica della Germania è ormai difficile da contrastare. E anche tentazioni neo-colonialiste, come testimonia il cospicuo invio di truppe nella Repubblica Centroafricana e in altre aree ex-francesi dell'Africa Occidentale, senza che da queste mosse si abbia alcun risultato decisivo.

A seguito della batosta elettorale, Francois Hollande è immediatamente corso ai ripari procedendo ad un rimpasto di governo. Ha invitato il primo ministro Jean-Marc Ayrault a dimettersi  e ha nominato al suo posto Manuel Valls, ex Ministro dell'Interno: l'obiettivo del nuovo esecutivo "da combattimento" è rinsaldare la squadra di Governo al fine di attuare le necessarie riforme strutturali, abbassare il costo del lavoro, diminuire le tasse, ridare slancio all'economia, assicurare la giustizia sociale e convincere Bruxelles degli sforzi e delle misure intraprese dal Paese per perseguire un percorso di crescita. Se qualcuno vede in tutto ciò qualche eco della situazione italiana, non sbaglia. Con la differenza che la Francia deve di fatto ancora procedere a un assetto pensionistico sostenibile e a una legge sul lavoro più flessibile.

La nomina di Valls non è casuale. Il neo Primo Ministro, 51 anni, di origine catalana, è considerato una versione francese di Matteo Renzi: personaggio di grande carisma e di forte impatto mediatico, considera il rinnovamento come una delle principali chiavi di volta per il rilancio del Paese ed è ben visto dagli ambienti del centro-destra, tanto da essere stato in passato corteggiato da Nicolas Sarkozy e definito il "Sarko de gauche". Nei suoi precedenti incarichi di sindaco di Evry, banlieue parigina, e di Ministro dell'Interno si è  distinto per le sue politiche da tolleranza zero nei confronti dei rom e dell'immigrazione clandestina e per aver affrontato col pugno di ferro le rivolte della periferia marsigliese e il banditismo corso. Valls, in definitiva, non è particolarmente amato né dal partito, contro cui spesso ha assunto posizioni polemiche soprattutto nei confronti della vecchia guardia, né dallo stesso Hollande, il quale però è alla disperata ricerca di consensi che il nuovo Primo Ministro è in grado di assicurare. 

Gli scenari futuri della Francia potrebbero dipendere ancora una volta da Nicolas Sarkozy che rimane il candidato preferito dai militanti dell'UMP per le prossime elezioni presidenziali e non è assolutamente da escludere che il centro-destra punti nuovamente su di lui per sconfiggere Marine Le Pen e i socialisti e riconquistare l'Eliseo. Come abbiamo già detto in precedenza, nemmeno tale partito gode di ottima salute e l'impressione è che abbia prevalso nelle recenti elezioni più per demeriti dell'avversario che per meriti propri: l'UMP risente di una grave carenza di leadership proprio a seguito della vittoria di Hollande su Sarkozy nelle presidenziali del 2012. Qualora Sarkozy decidesse di ricandidarsi, dovrà affrontare la concorrenza di Alain Juppé, appena riconfermato per la quarta volta come sindaco di Bordeaux con il 61% dei voti; più distanti al momento appaiono, all'interno dei neogollisti, Francois Fillon, ex Primo Ministro con il Governo Sarkozy, e Jean-Francois Copé, attuale Presidente del partito alle prese con un recente scandalo finanziario.

Le consultazioni francesi di marzo potrebbero suonare come un segnale premonitore in vista delle elezioni europee che si svolgeranno il prossimo 25 maggio. I partiti euroscettici europei, benché non presentino un'omogeneità tale che consenta di classificarli sotto una unica voce, potrebbero catalizzare il malcontento anti-Euro che si diffonde sempre più tra i 28 Paesi membri e raggiungere un 25-30% che di fatto condizionerebbe pesantemente Bruxelles e l'implementazione delle sue politiche.

Dal Movimento 5 Stelle al Partito delle Libertà olandese di Geert Wilders, dall'UKIP (United Kingdom Independence Party) di Nigel Farage ai nazionalisti di Viktor Orban in Ungheria (recente trionfatore, per la seconda volta, nelle elezioni magiare), dal Vlaam Belang (Interesse Fiammingo) che rivendica l'indipendenza delle Fiandre dal Belgio ai neo-nazisti greci di Alba Dorata, dalla Lega Nord al movimento ungherese xenofobo di estrema destra di Jobbik, dal partito greco di Syriza al Team Stronach austriaco, fondato dal miliardario austro-canadese Frank Stronach, fino ad arrivare all'Alternativa per la Germania del professore berlinese di macroeconomia Bernd Lucke, ai Veri Finlandesi di Timo Soini e al partito irlandese di Libertas: tutti i partiti sopramenzionati hanno avuto ottimi o soddisfacenti riscontri elettorali nei rispettivi Paesi e sebbene alcuni di essi abbiano posizioni completamente diverse su molti temi (non si possono certo accostare, ad esempio, Alexis Tsipras, che non vuole l'uscita della Grecia dall'UE e Matteo Salvini), sono accomunati da una critica feroce, chi più chi meno, nei confronti dell'Euro e dell'Europa. 

Molto probabilmente questa ondata di antieuropeismo è destinata a svanire in futuro e il sogno europeo potrà continuare, tra mille difficoltà, il suo percorso di unificazione: senza ombra di dubbio però, si tratta di un forte ed ulteriore campanello d'allarme di cui Bruxelles deve e dovrà necessariamente tener conto.

 

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