Nel panorama eterogeneo che caratterizza il Sud-Est Asiatico, le Filippine si distinguono dagli altri paesi confinanti per una storia ricca e complessa, uno sviluppo altalenante e una sorprendente continuità del sistema politico nello sperimentare crisi che ne indeboliscono la legittimità.

Paese a maggioranza cattolica
(i musulmani sono il 5% circa e concentrati a sud, nell’isola di Mindanao), in una regione dominata da Islam e Buddismo, le Filippine sono state prima sotto il dominio spagnolo per oltre trecento anni e poi, dai primi del Novecento fino alla Seconda guerra mondiale con l’intervallo dell’occupazione giapponese, sotto il controllo degli americani che ne hanno fatto il primo esperimento di nation building.

Il paese delle 7.200 isole (Figura 1) e’ rimasto estraneo alla rapida crescita economica che ha contraddistinto la regione dalla fine degli anni Settanta sino alla metà degli anni Novanta (Figura 2). Dotato di un’ampia disponibilità di manodopera qualificata e non (88.6 milioni la popolazione nel 2007 cresciuta ad un tasso medio del 2.15% nell’ultimo decennio) le Filippine hanno vissuto una crescita economica anemica, insufficiente ad innescare una dinamica di sviluppo continuato.
Inoltre, a causa dell’alto grado d’ineguaglianza di reddito l’impatto sulla povertà e’ stato più limitato che nei paesi limitrofi (Figura 3). 
Non solo, ma raffrontato con l’esperienza dei paesi vicini, il suo sviluppo economico (Figura 4) ha tracciato una traiettoria anomala, quasi contro corrente. Nell’immediato secondo dopoguerra le Filippine vantavano uno dei più alti livelli di reddito pro-capite dell’Asia orientale, superiore a quello della Corea del sud e di Taiwan, significativamente più alto di Tailandia, Indonesia e Malesia, inferiore solo a Giappone e alle citta’-stato di Hong Kong e Singapore, e un settore industriale tra i più sviluppati. Alla fine del ventesimo secolo però il Paese e’ scivolato dietro la maggior parte dei paesi vicini sia in termini di crescita economica che di riduzione della povertà.

Uno sviluppo deludente nonostante le condizioni dopo la Seconda guerra mondiale fossero più favorevoli che in altri paesi. In particolare le Filippine si distinguevano per livelli d’istruzione della popolazione tra i più alti dei paesi in via di sviluppo, un’abbondante dotazione di terra per la produzione agricola e, soprattutto, un accesso privilegiato al più grande mercato del mondo, quello americano.

Lo sviluppo industriale nel secondo dopoguerra e’ stato limitato e la permanenza di politiche protezionistiche a favore dell’elite economica ha finito per soffocare la crescita del settore vanificando le potenzialità di un cammino industriale che il Paese non ha più imboccato (Figura 5). 

Nonostante una lunga tradizione di istituzioni democratiche (l’Assemblea Nazionale Filippina data 1907), la struttura sociale delle Filippine e’ stata caratterizzata da una forma piramidale, al cui vertice la classe dominante con il controllo dell’export agricolo ha mantenuto il potere economico influenzando anche le strategie di sviluppo del paese. La nascita dell’elite economica si può rintracciare nel diciannovesimo secolo, quando il commercio dei prodotti agricoli favori’ la crescita di una nuova classe di proprietari terrieri distinta dalla burocrazia politica.
In seguito durante il periodo coloniale americano, l’élite dei proprietari terrieri - sostenuta dagli stessi americani preoccupati di controllare le forze a favore dell’indipendenza - ha espanso il suo potere nella sfera politica inserendo suoi rappresentanti nelle istituzioni politiche.

Ormai parte del DNA politico del Paese, la commistione di interessi tra élite economica e classe politica e’ rimasta invariata tra repentini cambi di presidenti e il lungo regime di Ferdinand Marcos. Non ne fa eccezione l’attuale governo della presidente Arroyo che, seppur longevo nel suo settennato, e’ stato più volte sull’orlo di cadere, coinvolto in molteplici scandali, salvato in primis dall’affievolito entusiasmo della gente nel manifestare pubblicamente dissenso. Il people power, esempio di rivoluzione pacifica e democratica che per ben due volte nella storia delle Filippine, prima con Marcos nel 1986 e poi con Estrada nel 2001, aveva deciso il cambio al potere ha esaurito il suo slancio.

Nell’ambito di questa “precaria” stabilità politica, segnali sicuramente incoraggianti provengono dall’economia che per la prima volta dopo tre decenni nel 2007 e’ cresciuta oltre il 7 per cento, trainata dal settore delle costruzioni e da quello minerario (Figura 6), confermando i segnali positivi degli ultimi quattro anni.
Il miglioramento del quadro macro-economico rafforzato dal netto consolidamento della posizione fiscale, rendono oggi il Paese più pronto ad affrontare questa difficile congiuntura internazionale. Al fine di garantire un futuro migliore alla sua giovanissima popolazione (oltre il 35% ha meno di 14 anni), tre sono i nodi che le Filippine dovranno affrontare per trasformare potenzialità in sviluppo duraturo: una riforma dell’ossatura politica (non in senso federale) che spezzi il legame clientelare esistente tra le dinastie politiche a livello provinciale e le istituzioni politiche nazionali, l’attuazione di una vera e profonda riforma agricola che riduca la concentrazione delle terre e della ricchezza e liberi i freni alla produttività agricola, una nuova governance del settore privato contro la corruzione e a favore degli investimenti stranieri .

                                              Nicola Strazzari

 

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