Con l'anno nuovo, Bruxelles ha salutato l'ingresso nell'eurozona del suo diciassettesimo membro.
L'Estonia, 1,3 milioni d'abitanti, la più piccola e settentrionale delle tre Repubbliche baltiche, diventa così il terzo Paese dell'est ad adottare la moneta unica, dopo Slovenia e Slovacchia, ed il primo in assoluto tra gli ex membri dell'URSS (Figura 1).

Tempo due settimane di circolazione simultanea e la "vecchia" corona è andata in pensione dopo diciannove anni di servizio. Nemmeno in questo periodo la moneta estone era stata del tutto autonoma, essendo stata ancorata al marco prima ed all'euro poi.

Tallin congeda la divisa nazionale.
Era già accaduto nel 1940, quando l'invasione nazista aveva posto fine al ventennio d'indipendenza interbellico.
Con la sconfitta tedesca, al marco nazista era subentrato il rublo sovietico, per quasi mezzo secolo. Per la prima volta nella loro storia gli estoni abbandonano la propria valuta volontariamente, anche se con un tasso di consenso non entusiasmante se, come dicono le statistiche, i favorevoli sono il 50% e 40% i contrari.

Su questi valori pesano probabilmente le performance negative della moneta unica in tempi di crisi e le notizie provenienti dai PIGS, l'icastico acronimo affibbiato dalla stampa anglosassone a quei Paesi dell'Eurozona che col loro debito pregiudicano la stabilità dell'area. Tutti questi elementi portano a dubitare addirittura del fatto che l'euro possa avere un futuro.

Il governo di Tallin ostenta ottimismo per il momento, ricambiato in questo dal presidente della Commissione Europea Barroso che saluta il nuovo ingresso con entusiasmo per l'ampiamento dell'eurozona e le opportunità che si schiudono al Paese baltico. Dall'Estonia ricambiano con altrettanto ottimismo, spiegando che l'euro metterà fine alla svalutazione, abbasserà i tassi d'interesse trainando gli investimenti e ridurrà i costi delle transazioni. Tutto verosimile, ma si tace una conquista simbolica. Adottando l'euro, il piccolo paese baltico mette un'altra lunghezza (essendo già entrato nella NATO e nell'Unione Europea nel 2004 e nell'area Schengen nel 2007), tra sé ed il passato sovietico, smarcandosi vieppiù dall'erede (geo)politico di quell'esperienza traumatica, la confinante Federazione russa, che con Putin torna a ragionare in termini di potenza imperiale.

Tornando al piano economico, un motivo d'orgoglio dell'Estonia sta nel fatto di poter impartire, da ultima arrivata nell'area euro, una lezione importante specie ai PIGS. Tallin infatti è riuscita a dimostrare che un Paese piccolo, povero, in costante decremento demografico e gravato della pesante eredità sovietica grazie a virtuose politiche di austerità può venire a capo di una pesantissima recessione. Se prima della crisi la Repubblica baltica era riuscita a crescere ad un tasso medio annuo dell'8% tra il 2000 ed il 2007, attirando investimenti in molti settori, nell'annus horribilis 2009 aveva perso il 14% (Figura 2). Da allora, l'economia si è ripresa e secondo le previsioni dovrebbe crescere del 4,4% nel 2011 (FMI 2011). L'Estonia è oggi certamente il membro più piccolo e povero dell'eurozona, ma le misure di austerità fanno sì che esso sia pure il Paese col minor rapporto deficit- PIL, l'8% appena a fronte di una media all'84%.

L'altra faccia della ristrutturazione è il tasso di disoccupazione al 17,5% (Figura 3), fra i più alti dell'eurozona, che fa temere un'emigrazione di massa. Tali condizioni fanno assumere al traguardo appena tagliato il valore di una conquista epocale. Nell'esaltarla, i governanti locali hanno ragione di rendere merito alla frugalità del popolo estone che come la formica di Esopo ha saputo accumulare nei momenti favorevoli per sopportare i momenti grami. Quanto alla sopportazione, il periodo sovietico dev'essere stato una buona palestra, specie l'ultima fase, quella dell'inflazione galoppante del 1990-91.

 

 

Riconosciuti gli indubbi meriti del Paese e della sua classe dirigente, va anche notato che l'Estonia, a differenza della vicina Lettonia, non ha dovuto chiedere prestiti-paracadute al FMI per salvare banche sull'orlo del fallimento, anchè perchè le istituzioni finanziarie che operano nel Paese sono in mano a stranieri.

Pur con una situazione oggettivamente più pesante di quella estone, anche la Lettonia vuole centrare l'obbiettivo di agguantare l'eurozona alla prima occasione utile, nel 2014.
E' il traguardo dell'eterogenea coalizione di centrodestra guidata dal premier Dombrovskis e riconfermata dalle elezioni dello scorso autunno.
Il responso delle urne, benché preannunciato, ha fatto strame di tutti i principali postulati non solo della politologia ma dell'economia, in base ai quali chi governa nel momento del tracollo del PIL ed inanella misure economiche impopolari sia inevitabilmente destinato a perdere. Infatti, è avvenuto il contrario.
Le ultime legislative hanno visto il partito del premier "Unità" raddoppiare i seggi, che diventa quindi il primo partito con 33 su complessivi 100(Ufficio Elettorale Repubblica di Lettonia, 2010) . Nel 2009 il governo non ha impedito il crollo record di oltre 18 punti di PIL (Figura 4).

Per tutto il periodo della tempesta finanziaria la Lettonia ha tenuto la sua valuta ancorata all'euro ed ha guadagnato competitività mediante una svalutazione interna intervenendo con tagli durissimi tanto nelle spese quanto nei salari. Questo aggiustamento fiscale è corrisposto al 14% del PIL.
L'economia sta tornando a crescere, +2,9% nelle previsioni di Danske Bank per quest'anno, con notevoli crescite per quanto attiene all'export ed alla produzione industriale, benché la disoccupazione rimanga alta (19%), e gli stranieri che avevano sostenuto la Lettonia con un prestito-paracadute di 7,5 miliardi di euro alla fine del 2008  possono comunque dirsi sollevati.

Un altro postulato infranto è quello secondo cui in uno Stato povero, qual è indubbiamente il Paese baltico, l'elettorato sia facile preda di partiti sostenuti da forti gruppi di pressione. L'economia lettone è largamente controllata da oligarchi, spesso ex aparatchik sovietici riattati a monopolisti. Orbene, nonostante gli sforzi profusi da questi per sostenere il partito "Per una buona Lettonia" questo si è ridotto a contare 8 deputati dei 33 che aveva nel precedente parlamento (7% dei voti nel 2010).

Dombrovskis sta per misurarsi con altri problemi politici. Il suo partito è profondamente diviso e la seconda forza del Paese è il "Centro d'Armonia Nazionale", formazione di centrosinistra con 29 seggi e il 26% dei voti, che trae consenso prevalentemente nella fortissima minoranza russofona, un terzo dell'intera popolazione dello Stato baltico (Figura 5). La sua maggioranza può contare su 55 voti in parlamento, essendo 22 quelli che garantisce l'altro alleato, l'Unione dei verdi e contadini, terzo partito con quasi il 20% dei voti,  mentre la xenofoba "Alleanza Nazionale Lettone", 8 deputati, si è rifiutata di votare la fiducia al governo. Sarebbe quindi utile ampliare la base di consenso per i futuri tagli che il governo si accinge a varare per ottenere un rapporto deficit-PIL al 6% dal 2012, tale da assicurare l'ingresso nell'euro per il 2014.

L'unica forza che darebbe sostanza a quest'operazione è proprio il Centro d'Armonia, cosa che inevitabilmente avrebbe ricadute nelle attualmente fredde relazioni bilaterali tra Mosca e Riga. Questo, con buona pace dei proclami elettoralistici del premier all'insegna del nazionalismo.

                                         Alessandro Milani 


 

 

 

 

                              

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